venerdì 7 febbraio 2014

Umgreifende Tao

"Noi non viviamo immediatamente nell'essere, perciò la verità non è un nostro possesso definitivo; noi viviamo nell'essere temporale, perciò la verità è la nostra via".

I limiti delle scienze e l’impulso alla comunicazione sono due cose che ci additano il cammino verso la verità, la quale è qualcosa di ben più che un semplice possesso da parte dell’intelletto.
L’esattezza rigorosa delle scienze non è tutta la verità. Tale esattezza, nella sua validità universale, non ci vincola in tutto e per tutto quali uomini reali, ma solo quali esseri forniti d’intelletto. Si tratta solamente di un vincolo rispetto alle cose che vengono conosciute, di un vincolo particolare ma non pieno e totale. È vero che nella comunità dell’indagine scientifica, in grazia delle idee che in essa si realizzano e degli altri impulsi dell’esistenza che in essa si manifestano, possono darsi degli uomini che siano dei veri amici. Ma l’esattezza della conoscenza scientifica come tale vincola tutte le nature intellettive nella loro somiglianza, in quanto punti rappresentabili, e non vincola sostanzialmente gli uomini stessi.

Per l’intelletto che ha come mèta e come punto di vista l’esattezza il resto vale solo come sentimento, come soggettività, come istinto. Con questa bipartizione, accanto al mondo luminoso dell’intelletto, rimane solamente l’irrazionale, nel quale viene a sboccare tutto ciò che, secondo le circostanze, viene disprezzato o portato alle stelle. Intanto bisogna riconoscere che l’esattezza pura e semplice non ci appaga. E il movimento, che, nel pensare, va alla ricerca dell’autentica verità, nasce appunto da questo inappagamento. [...] La verità è qualche cosa di infinitamente più dell’esattezza scientifica.

Tutto considerato, anche la comunicazione ci fa avvertire e sentire che la verità è qualche cosa di infinitamente di più. La comunicazione è la via verso la verità in tutti i suoi aspetti. Lo stesso intelletto diventa chiaro a se stesso soltanto nella discussione. La maniera come l’uomo, in quanto esserci, in quanto spirito, in quanto esistenza, sta o può stare in comunicazione, è quella che rende possibile la rivelazione di ogni altra verità. La verità con la quale veniamo a contatto ai limiti delle scienze è quella stessa verità con la quale veniamo a contatto in questo movimento della comunicazione. La questione è d’intender bene quale verità essa sia.

La fonte di questa verità, per distinguerla da ciò che si presta a essere formulato e oggettivato, da ciò che è particolare, e determinato, nelle forme nelle quali l’essere può starci dinanzi, noi la chiamiamo il Tutto-avvolgente (Umgreifende). Questo concetto non è affatto familiare e tanto meno di per se stesso evidente. Il Tutto-avvolgente possiamo cercare di rischiararlo filosofando, ma non possiamo conoscerlo oggettivamente.
Qui ci attende il bivio fatale, dove noi raggiungiamo o il vero filosofare o torniamo da capo indietro, mentre, giungendo al nostro limite, dovremmo osare il salto verso il pensiero trascendente.

Se ci basiamo su tutto ciò che è sentimento, istinto, impulso, cuore e stato d’animo, come se soltanto questo fosse fonte di verità, non facciamo che nominare quel che rimane nel buio, quel che vorrebbe dar motivo alla nostra vita, con parole che inducono ad un’analisi psicologica, e ci fanno cascare in una psicologia che si presume comprensiva, mentre quel che importa è di raggiungere lo spazio luminoso del filosofare autentico e genuino.
I metodi del trascendere sorreggono la filosofia tutta intera. È impossibile anticipare in breve ciò che con essi possiamo raggiungere. Possiamo forse accostarci, con poche parole, se non alla piena comprensibilità, almeno all’atmosfera di cui si tratta.

Tutto ciò che diventa oggetto per me emerge, per così dire, dal fondo oscuro dell’Essere. Ogni oggetto è un essere determinato, che mi sta di fronte nella scissione di soggetto e oggetto; ma non è mai tutto l’Essere. Nessun essere conosciuto in questa maniera, cioè oggettivamente, è l’Essere.

Ma l’insieme delle cose conosciute come oggetti non rappresenta tutto l’Essere?
No. Come in un paesaggio dall’orizzonte sono racchiuse le cose, così tutti gli oggetti sono racchiusi dall’orizzonte in cui essi si trovano. Nel mondo dello spazio ci accade che, per quanto ci accostiamo all’orizzonte, non riusciamo mai a raggiungerlo, e esso piuttosto si muove con noi e sempre nuovamente si riforma, come quello che, volta per volta, tutto racchiude in sé.

Allo stesso modo, nel processo dell’indagine oggettiva, noi ci accostiamo, volta per volta, ad apparenti totalità, le quali però non ci si dimostrano mai come l’Essere pieno e autentico, ma devono, invece, essere oltrepassate in estensioni sempre nuove. Solo se tutti gli orizzonti si trovassero insieme, in un tutto compatto, dato che in tal caso essi ci rappresenterebbero una pluralità finita, noi potremmo, in uno sforzo di penetrazione a traverso tutti gli orizzonti, raggiungere l’Essere unico che vi è rinchiuso. Ma l’Essere non ci può esser dato rinchiuso, e gli orizzonti sono per noi illimitati. L’Essere ci trascina in tutti i sensi verso l’infinito.
Noi vogliamo renderci conto dell’Essere che, mentre ci si rivela venendoci incontro in ogni oggetto e in ogni orizzonte, pure, come tale, sempre indietreggia e si allontana. Questo Essere noi lo chiamiamo: il Tutto che ci avvolge. Il Tutto-avvolgente è dunque ciò che sempre e continuamente si annunzia a noi, e ci si annunzia non in quanto ci venga innanzi esso stesso, ma in quanto è la scaturigine di ogni altra cosa.

Con questo pensiero filosofico fondamentale noi vogliamo pensare al di là di quell’essere determinato dirigendoci verso il Tutto-avvolgente, nel quale siamo e che noi stessi siamo. È questo un pensiero che, per così dire, capovolge la nostra situazione perché ci libera dal vincolo di ogni essere determinato. Ma questo pensiero del Tutto-avvolgente è solo la prima pietra. In breve si direbbe che è ancora soltanto un pensiero puramente formale. Nello sforzo di un ulteriore avvicinamento, ci si mostrano subito i modi del Tutto-avvolgente insieme col compito del loro rischiaramento. L’Essere del Tutto-avvolgente, in se stesso, è Mondo e Trascendenza. L’Essere del Tutto-avvolgente che noi siamo è Esserci, Coscienza in generale, Spirito, Esistenza. Solo a traverso i modi del Tutto-avvolgente noi diventiamo interamente consapevoli della verità in tutte le sue possibilità, nel suo orizzonte possibile, nella sua ampiezza e nella sua profondità.
Il rischiaramento del Tutto-avvolgente riceve la sua spinta dalla nostra Ragione e dalla nostra Esistenza.

I movimenti nei quali noi ci apriamo sconfinatamente, coi quali vorremmo dare la parola a tutto ciò che è, attraverso i quali quasi attiriamo a noi ciò che ci è più lontano ed estraneo, in seno ai quali cerchiamo un rapporto con tutte le cose, e grazie ai quali non rompiamo la comunicazione con niente, questi movimenti noi li denominiamo ragione. Questa parola, che va radicalmente distinta da intelletto, esprime la condizione della verità, così come essa può venire in luce nei modi del Tutto-avvolgente. La logica filosofica riguarda la ragione in quanto si rende conto di se stessa.

Nel suo valore più largo e più comprensivo, entro il quale il valore delle scienze, vale a dire dell’intelletto, è soltanto un elemento, la verità trova, in ultimo, il suo fondamento nell’esistenza che noi possiamo essere. Tutto dipende dal lasciarci guidare nella vita da una incondizionatezza, da un possesso e un dominio pieno e assoluto di noi, il quale nasce soltanto dalla risoluzione. Mediante la risoluzione l’esistenza diventa reale, la vita viene foggiata e trasformata in quell’agire interiore che, rischiarandoci, ci sorregge nel volo. Quando l’amore ha come fondamento una risoluzione, non è più l’infida passione che s’agita senza mèta, ma la completa realizzazione di noi, nella quale ci si manifesta il vero Essere.

Quello che deve esser fatto nella vita del pensiero è reso possibile da un filosofare che, rimembrando e presagendo, faccia manifesta la verità. Questo filosofare ha il suo vero significato solamente se al pensiero corrisponde una realtà di chi pensa, la quale venga a integrarlo. Questa realtà non è la conseguenza o l’applicazione di una dottrina, ma è la prassi dell’essere umano, che si protende in avanti nell’eco del pensiero. È un impeto di movimento che ha luogo, per dir così, con due ali, che sono il pensiero e la realtà. L’uno e l’altra debbono spiegarsi, se si vuole che il volo riesca. Il pensiero puro e semplice rimarrebbe un vuoto agitarsi di possibilità; la realtà pura e semplice rimarrebbe una cupa incoscienza, dato che senza spiegamento non potrebbe intendere se stessa.

Questo modo di filosofare ebbe per me la sua prima origine nel campo della psicologia, che doveva subire una trasformazione e diventare poi rischiaramento dell’esistenza. Questo rischiaramento dell’esistenza mi riportò di nuovo all’orientamento nel mondo e alla metafisica. Il significato di questo pensare e di questo filosofare si risolve, in ultimo, in una logica filosofica, che non tien conto soltanto dell’intelletto e delle sue forme (giudizio e ragionamento), ma indica il fondo ultimo della verità, quale si mostra, in tutta la sua portata, nel Tutto-avvolgente.
L’Essere non è la somma degli oggetti. Bisogna dire piuttosto che gli oggetti nella scissione di soggetto e oggetto, vengono incontro al nostro intelletto dal Tutto-avvolgente dell’Essere stesso, che, mentre sfugge alla nostra comprensione oggettiva, è quello da cui tutte le nostre conoscenze oggettive e determinate ricevono senso e limiti, e da cui si effonde la melodia del Tutto, nel quale soltanto esse acquistano valore.
trad. di R. De Rosa
Friedhof am Hörnli Basel, Basel-Stadt, Switzerland
Yad Vashem Photo Archive

giovedì 6 febbraio 2014

il Tao dei morti - terzo stadio


LIBRO I - PARTE II

Il Bardo dell'Esperienza della Realtà

Istruzioni Introduttive Riguardo l'Esperienza della Realtà durante il Terzo Stadio del Bardo, Chiamato il Chönyid Bardo, quando Compaiono le Apparizioni Karmiche.

Anche se la Chiara Luce Primordiale non è stata riconosciuta, la Liberazione viene raggiunta riconoscendo la Chiara Luce del secondo Bardo. Se non si viene liberati nemmeno attraverso questa, allora sorge quello che è chiamato il terzo Bardo o Chönyid Bardo. In questo stadio del Bardo, si manifestano le illusioni karmiche. È molto importante che questo Grande Confronto faccia a faccia con il Chönyid Bardo venga letto: esso ha molto potere e può dare un grande beneficio.

Adesso il defunto può vedere che il suo cibo viene messo da parte, che il suo corpo è privo di indumenti, che la sua coperta per dormire è stata rimossa; può udire ogni pianto ed ogni gemito dei suoi amici e dei suoi parenti e, anche se può vederli e sentirli mentre lo chiamano, loro non possono sentirlo quando è lui a chiamarli, cosicché si allontana dispiaciuto.

In questo momento sperimenta suoni, luci e radiosità che lo intimoriscono, lo spaventano, e lo terrorizzano e lo affaticano pesantemente. È adesso che il confronto faccia a faccia col Bardo di Realtà deve essere applicato. Si chiami il defunto per nome e, in modo corretto e comprensibile, si spieghi a lui quanto segue:

"Oh, nobile essere, ascolta con attenzione assoluta, senza farti distrarre: Ci sono sei stati del Bardo, chiamati: lo stato naturale del Bardo nell'utero; il Bardo dello stato dei sogni; il Bardo dell'equilibrio estatico durante la meditazione profonda; il Bardo del momento della morte; il Bardo di Realtà; il Bardo del processo inverso dell‟esistenza samsarica. Questi sono i sei stati.

Oh, nobile essere, tu sperimenterai ora tre Bardi, il Bardo del momento della morte, il Bardo di Realtà, ed il Bardo della ricerca della rinascita. Di questi tre stati, fino a ieri hai sperimentato il Bardo del momento della morte. Anche se la Chiara Luce di Realtà è sorta su di te, non sei stato in grado di riconoscerla, ed ora devi vagare qui. Sperimenterai ora il Chönyid Bardo ed il Sidpa Bardo.

Presta totale attenzione a quello con cui sto per porti in confronto faccia a faccia, ed accoglilo:

Oh, nobile essere, ciò che è chiamata morte è ora giunta. Tu stai abbandonando questo mondo, ma non sei il solo; la morte viene per tutti. Non aggrapparti a questa vita per sentimento o per debolezza. Anche se per debolezza vi restassi attaccato, non hai il potere di restare qui. Non otteresti nient'altro che di vagare in questo samsara. Non attaccarti, non essere debole. Ricordati della Preziosa Trinità.

Oh, nobile essere, qualsiasi paura o terrore possa assalirti nel Chönyid Bardo, non dimentircare queste parole; e conservando il loro significato nel cuore, vai avanti: in esse si trova il vitale segreto del riconoscimento.

Ahimè! Quando la Mutevole Esperienza della Realtà sorge su di me, che ogni pensiero di paura o di terrore o timore per ogni cosa si faccia da parte, possa io riconoscere che qualunque apparizione è il riflesso della mia stessa coscienza, possa io riconoscere che esse sono della stessa natura delle apparizioni del Bardo: in questo momento fondamentale per conseguire una grande fine, possa io non temere le schiere delle Divinità Pacificatrici e delle Divinità Furiose, che sono soltanto mie forme pensiero.

Ripetiti queste parole chiaramente, e, ricordandoti il loro significato mentre le ripeti, vai avanti. Grazie a loro, qualunque visione spaventosa o terrificante possa apparire, il riconoscimento sarà certo. Non dimenticare il segreto vitale che esse contengono.

Oh, nobile essere, quando il corpo e lo spirito sono stati separati, hai sperimentato una fugace visione della Pura Verità, sottile, brillante, vivida, abbagliante, gloriosa e radiosamente impressionante, che ha le sembianze di un miraggio che si muove attraverso un panorama primaverile in un continuo fluire di vibrazioni. Non esserne però intimidito, né terrorizzato, né intimorito. Questa è l‟irradiazione della tua stessa vera natura. Riconoscila.

Dal centro di questa irradiazione uscirà il suono naturale della Realtà, arriverà rimbombando come migliaia di tuoni simultaneamente. Questo è il suono naturale del tuo stesso essere. Non essere intimidito da esso, né terrorizzato, né timoroso.

Il corpo che hai ora è detto il corpo-mentale delle abitudini. Da quando non hai più un corpo materiale di carne e di sangue, qualunque cosa avvenga, rumori, luci o raggi, nessuna può farti del male. Ti è succificiente sapere che queste apparizioni sono unicamente tue forme pensiero. Sappi riconoscere che questo è il Bardo.

Oh, nobile essere, se non riconoscerai ora le tue proprie forme pensiero, qualunque meditazione o devozione tu possa aver fatto mentre eri nel mondo umano, se tu non incontrerai i presenti insegnamenti, le luci ti intimidiranno, i suoni ti intimoriranno ed i raggi ti terrorizzeranno. Se non incontrerai questa fondamentale chiave di insegnamento, non potendo riconoscere i suoni, le luci ed i raggi, ti troverai a dover vagare nel Samsara."

dalla versione di W.Y. Evans - Wentz

il Tao dei morti - secondo stadio

mercoledì 5 febbraio 2014

continuum Tao

Zentralfriedhof, Wien

martedì 4 febbraio 2014

osservare il Tao interiore

Vladimir Kush, Earth Well
Dopo la descrizione dei  sottosistemi del sistema della coscienza, Charles T. Tart prosegue con la discussione dell'auto-osservazione dei propri stati di coscienza interni, argomento che coinvolge profondamente il concetto di "osservatore":

Observation of Internal States

Observation of internal events is often unreliable and difficult. Focusing on external behavior or physiological changes in useful, but experiential data are primary in d-SoCs. We must develop a more precise language for communicating about such data.
Observing oneself means that the overall system must observe itself. Thus, in the conservative view of the mind self-observation is inherently limited, for the part cannot comprehend the whole and the characteristics of the parts affect their observation. In the radical view, however, in which awareness is partially or wholly independent of brain structure, the possibility exists of an Observer much more independent of the structure.
Introspection, the observation of one's own mental processes, and the subsequent communication of these observations to others have long been major problems in psychology. To build a general scientific understanding requires starting from a general agreement on what are the facts, what are the basic observations across individuals on which the science can be founded. Individuals have published interesting and often beautiful accounts of their own mental processes in the physiological literature, but analysis of these accounts demonstrates little agreement among them and little agreement among the analyzers that the accounts are precise descriptions of observable mental processes. Striving for precise understanding is an important goal of science.
One reaction to this has been behaviorism, which ignores mental processes and declares that external behavior, which can be observed more easily and reliably, is the subject matter of psychology. Many psychologists still accept the behavioristic position and define psychology as the study of behavior rather than the study of the mind. That way is certainly easier. One hundred percent agreement among observers is possible, at least for simple behaviors. For example, in testing for susceptibility to hypnosis with the Stanford Hypnotic Susceptibility Scale, the examiner suggests to the subject that his arm is feeling heavier and heavier and will drop because of the increased weight. The hypnotists and observers present can easily agree on whether the subject's arm moves down at least twelve inches within thirty seconds after the end of the suggestion.
Behaviorism is an extremely valuable tool for studying simple behaviors, determining what affects them, and learning how to control them. But it has not been able to deal well with complex and important human experiences, such as happiness, love, religious feelings, purposes. The behavioristic approach is of particularly limited value in dealing with d-ASCs because almost all the interesting and important d-ASC phenomena are completely internal. A behavioristic approach to the study of a major psychedelic drug like LSD, for example, would lead to the conclusion that LSD is a sedative or tranquilizer, since the behavior frequently produced is sitting still and doing nothing!
If we are to understand d-SoCs, introspection must become an important technique in psychology in spite of the difficulties of its application. I have primarily used peoples' reports of their internal experiences in developing the systems approach, even though these reports are undoubtedly affected by a variety of biases, limitations, and inadequacies, for such reports are the most relevant data for studying d-SoCs.
I believe psychology's historical rejection of introspection was premature: in the search for general laws of the mind, too much was attempted too soon. Mental phenomena are the most complex phenomena of all. The physical sciences, by comparison, deal with easy subject matter. We can be encouraged by the fact that many spiritual psychologies have developed elaborate vocabularies for describing internal experiences. I do not understand these psychologies well enough to evaluate the validity of these vocabularies, but it is encouraging that others, working over long periods, have at least developed such vocabularies. The English language is well suited for making reliable discriminations among everyday external objects, but it is not a good language for precise work with physical reality. The physical sciences have developed specialized mathematical languages for such work that are esoteric indeed to the man in the street. Sanskrit, on the other hand, has many presumably precise words for internal events and states that do not translate well into English. There are over twenty words in Sanskrit, for example, which carry different shades of meaning in the original. Development of a more precise vocabulary is essential to progress in understanding consciousness and d-SoCs. If you say you feel "vibrations" in a d-ASC, what precisely do you mean?


In science the word observation usually refers to scrutiny of the external environment, and the observer is taken for granted. If the observer is recognized as possessing inherent characteristics that limit his adequacy to observe, these specific characteristics are compensated for, as by instrumentally aiding the senses or adding some constant to the observation; again the observer is taken for granted. In dealing with the microworld, the particle level in physics, the observer cannot be taken for granted, for the process of observation alters the phenomena being observed. Similarly, when experiential data are used to understand states of consciousness, the observation process cannot be taken for granted.
For the system to observe itself, attention/awareness must activate structures that are capable of observing processes going on in other structures. Two ways of doing this seem possible, which we shall discuss as pure cases, even though they may actually be mixed. The first way is to see the system breaking down into two semi-independent systems, one of which constitutes the observer and the other the system to be observed. I notice, for example, that I am rubbing my left foot as I write and that this action seems irrelevant to the points I want to make. A moment ago I was absorbed in the thinking involved in the writing and in rubbing my foot, but some part of me then stepped back for a moment, under the impetus to find an example to illustrate the current point, and noticed that I was rubbing my foot. The "I" who observed that I was rubbing my foot is my ordinary self, my personality, my ordinary d-SoC. The major part of my system held together, but temporarily singled out a small, connected part of itself to be observed. Since I am still my ordinary self, all my characteristics enter into the observation. There is no objectivity to my own observation of myself. My ordinary self, for example, is always concerned with whether what I am doing is useful toward attaining my short-term and long-term goals; thus the judgment was automatically made that the rubbing of the foot was a useless waste of energy. Having immediately classified foot-rubbing as useless, I had no further interesting in observing it more clearly, seeing what it was like. The observation is mixed with evaluation; most ordinary observation is of this nature.
By contrast, many meditative disciplines take the view that attention/awareness can achieve a high degree or even complete independence from the structures that constitute a person's ordinary d-SoC and personality, that a person possesses (or can develop) an Observer that is highly objective with respect to the ordinary personality because it is an Observer that is essentially pure attention/awareness, that has no judgmental characteristics of its own. If the Observer had been active, I might have observed that I was rubbing my foot, but there would have been no structure immediately activated that passed judgment on this action. Judgment, after all, means relatively permanent characteristics coded in structure to make comparisons against. The Observer would simply have noted whatever was happening without judging it.
The existence of the Observer or Witness is a reality to many people, especially those who have attempted to develop such an Observer by practicing meditative disciplines, and I shall treat it as an experiential reality.
The question of its ultimate reality is difficult. If one starts from the conservative view of the mind, where awareness is no more than a product of the nervous system and brain, the degree of independence or objectivity of the Observer can only be relative. The Observer may be a semi-independent system with fewer characteristics than the overall system of consciousness as a whole, but it is dependent on the operation of neurologically based structures and so is ultimately limited and shaped by them; it is also programmed to some extent in the enculturation process. Hilgard has found the concept of such a partially dissociated Observer useful in understanding hypnotic analgesia.
In the radical view of the mind, awareness is (or can become) different from the brain and nervous system. Here partial to total independence of, and objectivity with respect to, the mind/brain can be attained by the Observer. The ultimate degree of this objectivity then depends on whether awareness per se, whatever its ultimate nature is, has properties that limit it.
It is not always easy to make this clear distinction between the observer and the Observer. Many times, for example, when I am attempting to function as a Observer, I Observe myself doing certain things, but this Observation immediately activates some aspect of the structure of my ordinary personality, which then acts as an observer connected with various value judgment that are immediately activated. I pass from the function of Observing from outside the system to observing from inside the system, from what feels like relatively objective Observation to judgmental observation by my conscience or superego.
Some meditative disciplines, as in the vipassana meditation discussed earlier, strive to enable their practitioners to maintain the Observer for long periods, possibly permanently. The matter becomes rather complex, however, because a major job for the Observer is to Observe the actions of the observer: having Observed yourself doing some action, you then Observe your conscience become activated, rather than becoming completely caught up in the conscience observation and losing the Observer function. Such self-observation provides much data for understanding the structure of one's own consciousness.

lunedì 3 febbraio 2014

espressioni GestaltTao

Jackson Pollock, Blue Poles, Number 11, 1952, National Gallery of Australia, Canberra
Rodger Schultz, JPOP
Jackson Pollock, Convergence, 1952
Rodger Schultz, JPOP
Green River Cemetery, Springs, New York
http://www.rodgerschultz.com/



venerdì 31 gennaio 2014

il Te del Tao: LXVII - LE TRE COSE PREZIOSE


LXVII - LE TRE COSE PREZIOSE

Tutti al mondo dicono che il mio Tao è grande
ma che sembra non esser simile a nulla.
Proprio perché è grande
sembra che non sia simile a nulla,
se fosse simile a qualcosa
l'impaccerebbe la sua piccolezza.
Io ho tre cose preziose
che mi tengo ben strette e custodisco:
la prima è la misericordia,
la seconda è la parsimonia,
la terza è il non ardire d'esser primo nel mondo.
Sono misericordioso e perciò posso essere intrepido,
sono parsimonioso e perciò posso essere generoso,
non ardisco d'esser primo nel mondo
e perciò posso esser capo degli strumenti perfetti.
Oggi si è intrepidi trascurando la misericordia,
si è generosi trascurando la parsimonia,
si è primi trascurando di posporsi.
È la morte!
Chi è misericordioso
nel guerreggiare è vittorioso,
nel difendere è saldo.
Quei che il cielo vuol salvare
facendolo misericordioso lo preserva.

giovedì 30 gennaio 2014

mercoledì 29 gennaio 2014

Lasciarsi andare (8 di Coppe)


In quest'immagine di foglie di loto immerse nella luce dell'alba, possiamo vedere dalle increspature nell'acqua che una goccia di rugiada è appena caduta. È un momento prezioso, un istante di grande intensità. Arrendendosi alla gravità e scivolando dalla foglia, la goccia perde la sua precedente identità e si unisce alla vastità dell'acqua sotto di lei. Possiamo immaginare che, prima di cadere, possa aver tremato, sospesa sulla soglia tra conosciuto e inconoscibile. Scegliere questa carta è un riconoscimento del fatto che qualcosa si è concluso, è completo. Di qualsiasi cosa si tratti - un lavoro, una relazione, una casa che hai amato, qualsiasi cosa ti abbia aiutato a definire chi sei - è tempo di lasciarla andare, concedendoti di sentire la tristezza, ma senza tentare di rimanere aggrappato. Qualcosa di più grande ti aspetta; ci sono nuove dimensioni da scoprire. Hai già superato il punto di non-ritorno, e la gravità sta facendo il suo lavoro. Va' con lei... Rappresenta la liberazione.

Nell'esistenza nessuno è superiore e nessuno è inferiore. La foglia d'erba e la stella più grande sono assolutamente uguali, ma l'uomo vuole essere superiore agli altri, vuole conquistare la natura, pertanto deve lottare in continuazione. Tutte le difficoltà sono frutto di questa lotta. La persona innocente è quella che ha rinunciato a lottare: non è più interessata a essere superiore, non le interessa più recitare e dimostrare di essere speciale. È diventata simile a una rosa, o a una goccia di rugiada su una foglia di loto; è diventata parte dell'infinito; si è fusa, dissolta, unita con l'oceano, ed è solo un'onda; non ha alcuna idea dell'Io. La scomparsa dell'Io è innocenza.

martedì 28 gennaio 2014

lunedì 27 gennaio 2014

i grandi processi del Tao - VIII


I GRANDI PROCESSI STOCASTICI.

9. CONFRONTO E COMBINAZIONE DEI DUE SISTEMI STOCASTICI.

In questo paragrafo cercherò di rendere più precisa la descrizione dei due sistemi, di esaminare le funzioni di ciascuno di essi e infine di esaminare il carattere del più vasto sistema dell'evoluzione generale che risulta della combinazione dei due sottosistemi.
Ciascun sottosistema ha due componenti (come è implicito nella parola "stocastico",): una componente casuale e un processo di selezione che agisce sui prodotti della componente casuale.
Nel sistema stocastico del quale si sono soprattutto interessati i darwinisti, la componente casuale è il cambiamento "genetico", o per mutazione o per redistribuzione dei geni tra gli individui di una popolazione. Io parto dall'assunto che la mutazione non è sensibile alle esigenze dell'ambiente o alla tensione interna dell'organismo. Ma accetto anche l'assunto che il meccanismo di selezione che agisce sugli organismi casualmente variabili comprende sia la tensione interna di ciascuna creatura sia, in seguito, le circostanze ambientali cui la creatura è soggetta.
E' di importanza fondamentale notare che, per quanto riguarda la permanenza degli embrioni in un ambiente riparato (l'uovo o il corpo materno), l'ambiente esterno non esercita una forte azione selettiva sulle novità genetiche fino a quando l'epigenesi non ha compiuto molti passi. In passato e ancora a tutt'oggi la selezione naturale esterna ha favorito quei cambiamenti che proteggono l'embrione e l'individuo immaturo dai pericoli esterni. Ne è risultata una sempre maggiore separazione tra i due sistemi stocastici.
Un altro metodo per assicurare la sopravvivenza di parte, almeno, della prole è quello di accrescerne grandemente il numero. Se ciascun ciclo riproduttivo produce "milioni" di larve, la nuova generazione può sopportare circa sei decimazioni consecutive. Ciò equivale a trattare le cause esterne di decesso come probabilistiche, senza fare alcun tentativo di adattarsi alla loro natura specifica. Con questa strategia, inoltre alla selezione interna viene data piena libertà di agire sul cambiamento.
Così, o perchè‚ c'è protezione della prole immatura o perchè‚ essa viene generata in quantità astronomiche, accade che oggi, per molti organismi, le condizioni interne costituiscano il "primo" vincolo cui deve sottostare la nuova forma. Sarà vitale la nuova forma in questo ambito? L'embrione in sviluppo sarà capace di tollerare la nuova forma, oppure il cambiamento provocherà irregolarità letali nel suo sviluppo? La risposta dipenderà dalla flessibilità somatica dell'embrione. Soprattutto, nella riproduzione sessuata, l'accoppiamento dei cromosomi nella fecondazione impone un processo di comparazione. Ciò che vi è di nuovo nell'uovo o nello spermatozoo viene a contatto con ciò che vi è di vecchio nell'uno o nell'altro, e il confronto favorisce la conformità e la conservazione. Le novità eccessive saranno eliminate per ragioni di incompatibilità.
Al processo di fusione della riproduzione faranno seguito tutte le complessità dello sviluppo, e a questo punto l'aspetto combinatorio dell'embriologia, sottolineato dal termine "epigenesi", imporrà nuove prove di conformità. Sappiamo che nello stato precedente tutti i requisiti di compatibilità erano stati soddisfatti, con la conseguente produzione di un fenotipo sessualmente maturo. Se non fosse stato così, quello stato non sarebbe mai potuto esistere.
E' molto facile cadere nell'errore di ritenere che se il nuovo è vitale allora nel vecchio doveva esserci qualcosa che non andava. Questa opinione, cui sono inevitabilmente inclini organismi che già soffrono delle patologie causate da un cambiamento sociale rapidissimo e frenetico, è naturalmente in gran parte assurda. Ciò che è "sempre" importante è essere certi che il nuovo non sia "peggiore" del vecchio. Non è ancora assodato che una società contenente il motore a combustione interna sia vitale, o che dispositivi elettronici di telecomunicazione come la televisione siano compatibili con l'aggressiva rivalità intraspecifica prodotta dalla Rivoluzione industriale. A parità di condizioni (il che spesso non accade), il vecchio, che ha già superato più prove, ha più probabilità di essere vitale del nuovo, che non è stato ancora sottoposto ad alcuna prova.
La selezione interna, allora, è la prima batteria di analisi cui è soggetta qualunque componente o combinazione genetica nuova.
Viceversa, le radici immediate del secondo sistema stocastico sono nell'adattamento esterno (cioè nell'interazione tra fenotipo e ambiente). La componente casuale è data dal sistema costituito dal fenotipo in interazione con l'ambiente.
Le particolari caratteristiche acquisite generate in risposta a un dato cambiamento dell'ambiente possono essere prevedibili. Se si riducono le riserve alimentari, è probabile che l'individuo dimagrisca, soprattutto attraverso la metabolizzazione del proprio grasso. L'uso e il disuso apporteranno cambiamenti nello sviluppo o nel sottosviluppo di determinati organi. E così via. Analogamente, è spesso possibile prevedere un cambiamento particolare all'interno dell'ambiente: si può prevedere che una variazione climatica verso il freddo ridurrà la biomassa locale e ridurrà quindi le riserve di cibo per molte specie di organismi. Ma ambiente e organismo presi "insieme" diventano imprevedibili. Né l'organismo né l'ambiente contengono informazioni che permettano all'uno di conoscere la mossa successiva dell'altro. Ma in questo sottosistema è già presente una componente selettiva in quanto i cambiamenti somatici provocati dall'abitudine e dall'ambiente (compresa la stessa abitudine) sono adattativi. ("Assuefazione" è il nome della vasta classe di cambiamenti indotti dall'ambiente e dall'esperienza che non sono adattativi e non conferiscono vantaggi in termini di sopravvivenza). Ambiente e fisiologia insieme "propongono" cambiamenti somatici che possono essere vitali o non vitali, ed è lo stato dell'organismo in quel dato momento, così com'è determinato dalla "genetica", che ne determina la vitalità. Come ho sostenuto nel paragrafo 4, i limiti di ciò che può essere conseguito col cambiamento somatico o con l'apprendimento sono sempre fissati in ultima analisi dalla genetica.
Insomma, la combinazione di fenotipo e ambiente costituisce dunque la componente casuale del sistema stocastico che "propone" il cambiamento; lo stato genetico "dispone", permettendo alcuni cambiamenti e impedendone altri. I lamarckiani sostengono che il cambiamento somatico controlla quello genetico, ma in realtà è vero il contrario: è la genetica che limita i cambiamenti somatici, rendendone possibili alcuni e impossibili altri.
Inoltre, il genoma dell'organismo individuale, come ciò che contiene le potenzialità del cambiamento, è quello che gli informatici chiamerebbero una "banca", una riserva di possibili percorsi alternativi di adattamento. La maggior parte di queste alternative restano inutilizzate e perciò invisibili in qualunque individuo.
Analogamente, per quanto concerne l'altro sistema stocastico, si ritiene oggi che il "pool" genico della "popolazione" sia estremamente eterogeneo. Il mescolamento dei geni nella riproduzione sessuata crea, magari raramente, tutte le combinazioni genetiche che potrebbero presentarsi. Esiste quindi una grande banca di percorsi genetici alternativi che ogni popolazione selvaggia può imboccare sotto la pressione della selezione, come dimostrano gli studi di Waddington sull'assimilazione genetica.
Se questo quadro è corretto, tanto la popolazione quanto l'individuo sono pronti per muoversi. C'è da aspettarsi che non vi sia bisogno di attendere mutazioni appropriate, il che ha un certo interesse storico. Com'è noto, Darwin cambiò opinione sul lamarckismo nella convinzione che i tempi geologici fossero insufficienti per un processo evolutivo che agisse senza l'ereditarietà lamarckiana. Pertanto nelle edizioni successive dell'"Origine delle specie" egli accettò una posizione lamarckiana. La scoperta di Theodosius Dobzhansky che l'unità di evoluzione è la popolazione, e che la popolazione è un deposito eterogeneo di possibilità geniche, riduce fortemente il tempo richiesto dalla teoria evoluzionistica. La popolazione è in grado di rispondere immediatamente alle pressioni ambientali. L'organismo individuale è capace di cambiamenti somatici adattativi, ma è la popolazione che, tramite la mortalità selettiva, subisce i cambiamenti che vengono trasmessi alle generazioni future. Oggetto della selezione diventa la "potenzialità" del cambiamento somatico. E' sulla "popolazione" che agisce la selezione ambientale.
Passiamo ora a esaminare i contributi separati di ciascuno di questi due sistemi stocastici al processo evolutivo nel suo complesso. Chiaramente, in ciascun caso è la componente selettiva che determina la direzione di quei cambiamenti che vengono alla fine incorporati nel quadro globale.
La struttura temporale dei due processi stocastici è necessariamente diversa. Nel caso del cambiamento genetico casuale, il nuovo stato del D.N.A. esiste fin dall'istante della fecondazione, ma forse non contribuisce all'adattamento esterno se non molto più tardi. In altre parole, il primo criterio del cambiamento genetico è "conservativo". Ne segue che è questo sistema stocastico interno ad assicurare ovunque la chiara evidenza della somiglianza formale nelle relazioni interne tra le parti (cioè l'omologia). Inoltre, è possibile prevedere quale tra le molte specie di omologia sarà la più favorita dalla selezione interna: "in primo luogo" verrà favorita l'omologia citologica, quell'insieme così sorprendente di somiglianze che unisce tutto il mondo degli organismi cellulari. Ovunque guardiamo, all'interno delle cellule troviamo forme e processi confrontabili. La danza dei cromosomi, dei mitocondri e degli altri organelli citoplasmatici e la struttura ultramicroscopica uniforme dei flagelli, ovunque essi si presentino, nelle piante o negli animali - tutte queste somiglianze formali così profonde sono il risultato della selezione interna, che a questo livello elementare si concentra sul conservatorismo.
Una conclusione simile emerge quando ci s'interroga sul destino che attende i cambiamenti che hanno superato le prime prove citologiche. Un cambiamento occorso in una fase "più precoce" nella vita dell'embrione deve disturbare una catena più lunga e quindi più complessa di eventi successivi.
E' difficile o impossibile fornire una qualunque stima quantitativa della distribuzione delle omologie lungo la vita delle creature. Asserire che l'omologia predomina soprattutto nei primissimi stadi della produzione dei gameti, della fecondazione e così via, equivale a fare un'affermazione quantitativa che identifica i "gradi" dell'omologia e assegna un valore a caratteristiche quali il numero dei cromosomi, la struttura mitotica, la simmetria bilaterale, gli arti pentadattili, il sistema nervoso dorsale centrale, eccetera. Una siffatta valutazione risulta estremamente artificiale in un mondo dove la quantità non determina mai la struttura. Ma il sospetto resta. Le "uniche" strutture formali comuni a tutti gli organismi cellulari - alle piante come agli animali - si trovano al livello cellulare.
Da questi ragionamenti segue una conclusione interessante: dopo tante controversie e tanto scetticismo, la teoria della ricapitolazione è ancora sostenibile. Esiste una ragione a priori per attendersi che la struttura formale degli embrioni rassomigli a quella degli embrioni delle forme ataviche più di quanto la struttura formale degli adulti non rassomigli a quella degli adulti atavici. Non è certo questo che sognavano Haeckel e Herbert Spencer quando pensavano che l'embriologia dovesse seguire i percorsi della filogenesi. L'attuale formulazione è più negativa: deviare all'inizio del percorso è più difficile (meno probabile) che deviare più avanti.
Se fossimo ingegneri dell'evoluzione e ci trovassimo a dover scegliere un percorso filogenetico che da creature simili ai girini e capaci di nuotare liberamente portasse fino al "Balanoglossus", sessile e vermiforme, che vive nel fango, scopriremmo che il percorso evolutivo più facile eviterebbe disturbi troppo precoci e troppo drastici negli stadi di sviluppo dell'embrione. Potremmo scoprire addirittura che, segmentando l'epigenesi in stadi separati, si otterrebbe una semplificazione del processo "evolutivo". Arriveremmo allora a una creatura con larve simili a girini, capaci di nuotare liberamente, le quali ad un certo punto subirebbero una metamorfosi trasformandosi in adulti sessili e vermiformi. Il meccanismo del cambiamento non è semplicemente permissivo o semplicemente creativo. Vi è piuttosto un determinismo continuo per cui i cambiamenti che possono intervenire sono membri di una "classe" di cambiamenti conforme a quel particolare meccanismo. Il sistema del cambiamento genetico casuale filtrato dal processo selettivo della vitalità interna conferisce alla filogenesi le caratteristiche di una diffusa omologia.
Se ora consideriamo l'altro sistema stocastico, arriviamo ad un quadro completamente diverso. Bench‚ l'apprendimento o il cambiamento somatico non possano mai toccare direttamente il D.N.A., è chiaro che i cambiamenti somatici (cioè i famosi caratteri acquisiti) sono di solito adattativi. Adattarsi ai cambiamenti ambientali è utile in vista della sopravvivenza individuale e/o della riproduzione e/o del semplice benessere e della riduzione delle tensioni. Le modifiche di adattamento avvengono a molti livelli, ma a ciascun livello vi è un beneficio reale o apparente. E' bene ansimare quando si sale ad alta quota, ed è bene imparare a non ansimare quando si resta a lungo in alta montagna. E' bene avere un sistema fisiologico capace di compensare uno sforzo fisiologico, anche se l'adattamento conduce all'acclimazione e l'acclimazione può significare assuefazione.
In altre parole, l'adattamento somatico crea sempre un contesto per il cambiamento genetico; se poi tale cambiamento genetico sopravvenga o no, è tutt'altro problema; io lo metterò da parte per il momento, e considererò invece lo spettro di quello che "può" esser proposto dal cambiamento somatico. Chiaramente, questo spettro o insieme di possibilità porrà un limite esterno a ciò che può essere attuato da questa componente stocastica dell'evoluzione.
Una caratteristica comune dei cambiamenti somatici è subito evidente: "tutti" sono "quantitativi" o, come direbbero gli informatici, "analogici". Nel corpo animale il sistema nervoso centrale e il D.N.A. sono in ampia misura (e forse completamente) digitali, ma il resto della fisiologia è analogico.
Così, confrontando i cambiamenti genetici casuali del primo sistema stocastico con i cambiamenti somatici di risposta del secondo, incontriamo di nuovo l'asserzione generale sottolineata nel capitolo 2: "la quantità non determina la struttura". I cambiamenti genetici possono essere fortemente astratti e operare a grande distanza dalla loro espressione fenotipica ultima, e nella loro espressione finale possono indubbiamente essere quantitativi o qualitativi. Ma quelli somatici sono assai più diretti e, a mio avviso, soltanto quantitativi. Le proposizioni descrittive che forniscono alla descrizione della specie strutture comuni (cioè omologia) non sono mai disturbate, per quanto mi risulta, dai cambiamenti somatici che possono essere indotti dall'abitudine e dall'ambiente.
In altre parole, l'opposizione dimostrata da D'Arcy Thompson sembrerebbe aver radice in questa opposizione tra i due grandi sistemi stocastici(cioè derivare da essi.
Infine, devo mettere a confronto il duplice sistema stocastico dell'evoluzione biologica con i processi del pensiero. Anche il pensiero è caratterizzato da un siffatto duplice sistema? (Se così non fosse, l'intera struttura di questo libro sarebbe sospetta).
In primo luogo è importante notare che quello che nel capitolo 1 ho chiamato “platonismo” è oggi plausibile in base ad argomenti quasi opposti a quelli che potrebbe prediligere una teologia dualistica. Il parallelismo tra evoluzione biologica e mente viene istituito non postulando un Progettista o Artefice nascosto nel meccanismo del processo evolutivo, bensì postulando il carattere stocastico del pensiero. I critici di Darwin del secolo scorso (specie Samuel Butler) volevano introdurre nella biosfera ciò che essi chiamavano “mente” (cioè un'entelechia soprannaturale). Oggi io sottolineerei che il processo "creativo" deve sempre contenere una componente casuale. I processi esplorativi (l'interminabile procedere per "tentativi ed errori" del progresso mentale) possono conseguire la "novità" solo incamminandosi lungo percorsi presentatisi a caso, alcuni dei quali, alla prova, vengono in qualche modo selezionati per qualcosa di simile alla sopravvivenza.
Se ammettiamo che il pensiero creativo sia fondamentalmente stocastico, vi sono parecchi aspetti del processo mentale umano che suggeriscono un'analogia positiva. Cerchiamo una suddivisione binaria del processo mentale che sia stocastica in entrambe le sue metà, le quali però differiranno per il fatto che la componente casuale dell'una sarà digitale e la componente casuale dell'altra sarà analogica.
Il modo più semplice di affrontare questo problema sembra essere quello di considerare dapprima i processi selettivi che governano e limitano il risultato. In questo caso i due metodi principali per saggiare i pensieri o le idee sono noti a tutti.
Il primo è una prova di coerenza: la nuova idea ha senso alla luce di ciò che già si conosce o si crede? Anche ammettendo che vi siano molte specie di senso e che la 'logica', come già si è visto, sia un modello poco valido di come funziona il mondo, tuttavia una certa qual conformità o coerenza (rigorosa o fantastica) è il primo requisito che il pensatore esige dalle idee che gli si presentano alla mente. Per converso, la genesi delle idee nuove dipende quasi interamente (forse non interamente) dal rimescolamento e dalla ricombinazione di idee che già si possedevano.
Vi è di fatto un parallelismo assai stretto tra questo processo stocastico all'interno del cervello e l'altro processo stocastico costituito dalla genesi dei cambiamenti genetici casuali su cui opera una selezione interna per assicurare una certa conformità tra il vecchio e il nuovo. E se esaminiamo la cosa più da vicino, la somiglianza formale sembra aumentare.
Quando ho discusso la contrapposizione tra epigenesi ed evoluzione creativa, ho sottolineato che nell'epigenesi devono essere tenute lontane tutte le informazioni "nuove", e che il processo somiglia piuttosto all'elaborazione di teoremi all'interno di una tautologia di partenza. In questo capitolo ho sottolineato che l'intero processo dell'epigenesi può essere considerato come un filtro critico ed esatto, che esige certi requisiti di conformità all'interno dell'individuo che si sviluppa. Vediamo ora che nel processo intracranico del pensiero vi è un filtro simile che, come l'epigenesi entro l'organismo individuale, esige la conformità e la ottiene tramite un processo più o meno somigliante alla logica (cioè somigliante all'individuazione dell'appropriata tautologia per creare teoremi). Nel processo del pensiero il "rigore" è l'analogo di quello che nell'evoluzione è la "coerenza interna".
Insomma il sistema stocastico intracranico del pensiero o dell'apprendimento ha una forte somiglianza con la componente dell'evoluzione in cui i cambiamenti genetici casuali sono selezionati dall'epigenesi. Infine, allo storico delle culture viene così offerto un mondo in cui certe somiglianze formali persistono per molte generazioni di storia culturale, sicché‚ egli può cercare di individuare tali strutture proprio come uno zoologo cerca le omologie.
Passando ora a quell'altro processo di apprendimento o di pensiero creativo che comprende non solo il cervello dell'individuo ma anche il mondo che circonda l'organismo, vi troviamo l'analogo del processo evolutivo in cui l'esperienza, imponendo cambiamenti di abitudini e del soma, crea quella relazione tra creatura e ambiente che chiamiamo "adattamento".
Ogni azione della creatura vivente comporta una certa dose di tentativi ed errori, e un tentativo, per essere nuovo, dev'essere in qualche misura casuale. Anche se la nuova azione è solo un elemento di qualche "classe" di azioni bene esplorata, deve pur sempre diventare, appunto perchè‚ nuova, in qualche misura una convalida o un'esplorazione della proposizione “ecco-come-si-deve-fare”.
Ma nell'apprendimento, come nel cambiamento somatico, vi sono limitazioni e facilitazioni che selezionano ciò che può essere appreso. Alcune di esse sono esterne all'organismo, altre sono interne. Nel primo caso, ciò che può essere appreso in un dato istante è limitato o facilitato da ciò che è stato appreso in precedenza. Esiste anzi un apprendimento ad apprendere, con un limite ultimo, imposto dalla costituzione genetica, per ciò che può essere cambiato immediatamente in risposta alle necessità ambientali. E' come se ad ogni passo venisse rimosso uno strato, fino ad arrivare al controllo genetico.
Da ultimo, è necessario ricomporre i due processi stocastici che ho separato ai fini dell'analisi. Quale relazione formale esiste tra loro?
A mio avviso, il nocciolo della questione sta nell'opposizione tra digitale e analogico o, per dirla in altri termini, nell'opposizione tra il "nome" e il "processo" che ha quel nome.
Ma l'"assegnazione del nome" è a sua volta un processo, il quale interviene non solo nelle nostre analisi ma, in modo profondo e significativo, anche entro i sistemi che tentiamo di analizzare. Quali che siano la codificazione e la relazione meccanica fra il D.N.A. e il fenotipo, il D.N.A. rimane pur sempre in qualche modo un insieme di ingiunzioni che esigono le relazioni che si manifesteranno nel fenotipo - e, cioè, in questo senso, danno loro un nome.
E quando ammettiamo che l'assegnazione dei nomi è un fenomeno che si presenta nei fenomeni che studiamo e li organizza, riconosciamo "ipso facto" che in quei fenomeni ci attendiamo gerarchie di tipi logici.
Con Russell e coi "Principia" possiamo giungere fino a questo punto. Ma noi non ci troviamo ora nel mondo russelliano della logica astratta o della matematica, e non possiamo accettare una vuota gerarchia di nomi o di classi. Per il matematico va benissimo parlare di "nomi di nomi di nomi" o di "classi di classi di classi", ma per lo scienziato questo mondo vuoto non basta. Ciò che noi cerchiamo di afferrare è un'interconnessione, un'interazione di passaggi digitali (ossia l'assegnazione del nome) e analogici. "Il processo di assegnazione del nome può a sua volta ricevere un nome", e questo fatto ci obbliga a sostituire alla semplice scala di tipi logici proposta dai "Principia" un'"alternanza".
In altre parole, per ricombinare i due sistemi stocastici in cui ho diviso tanto l'evoluzione quanto il processo mentale ai fini dell'analisi, dovrò considerarli come "alternantisi". Ciò che nei "Principia" appare come una scala fatta di gradini tutti uguali (nomi di nomi di nomi e così via) diventerà un'alternanza di due specie di gradini. Per passare dal "nome" al "nome del nome" dobbiamo passare attraverso il "processo" di assegnare un nome al nome. Dev'esserci sempre un processo generativo mediante il quale le classi, prima di poter ricevere un nome, vengono create.













mercoledì 22 gennaio 2014

in Memoriam Tao: Claudio Abbado


Claudio Abbado in Memoriam (26.06.1933 - 20.01.2014)
Gustav Mahler, "Adagietto", Symphony No 5
Lucerne Festival Orchestra 2004


Val Fex, Sils Maria, Switzerland

Tao Paradoxico-Philosophicus 11-13



    Un dieu donne le feu     
     Pour faire l'enfer;      
      Un diable, le miel     
       Pour faire le ciel.  
   



TRACTATUS PARADOXICO-PHILOSOPHICUS

11 Complex: consider paradoxical observers interacting with self-organizing, unpredictable, paradoxical, non-trivial environments that include the observers, thus eluding trivialization.
11.01 Interaction: any limit between the “distinguished” and its “background” vanishes for one or more of these observers interacting with themselves or socially.
11.1 Simple: consider logical observers distinguishing non-self-organizing, predictable, logical, trivial environments that exclude the observers, thus embracing trivialization.
11.11 Distinction: a clear limit between the “distinguished” and its “background”s in social intercourse.
11.2 Observers cannot trivialize organizationally closed unities.
11.21 Any attempt to trivialize them will either fail or destroy (loss of organizational closure) the organizationally closed unities (also a failure).
11.3 Observers cannot trivialize a complex environment without destruction.



12 Mind: consider the activity of the nervous system that encompasses thinking, perceiving, emotions and feelings.
12.1 Consider emotions and feelings as the paradoxical activities of closed organizations (that cross and include the sensory and effector surfaces) inside and outside the nervous system of a paradoxical observer.
12.11 Therefore, emotions and feelings thoroughly escape the logical observer since the logical observer contemplates only inside or outside the nervous system.
12.2 Just as in the network of oscillators discussed in the Introduction, where external stimuli may drastically reduce the possibilities (number of choices available), so may suitable stimuli applied to the nervous system stunt, in different degrees, its potential for emotional, physical and intellectual expressions.
12.21 The resulting damage, temporary or permanent, often not obvious and sometimes desirable as in a hierarchical environment, where moderate or no thinking at all constitutes a requisite for membership.



13 Language-games: imagine predictable and unpredictable games that observers play, logically, inside or outside and, paradoxically, inside and outside their nervous systems, thus defining their forms of life.
13.1 Meaning: consider the uses that observers give to words in language-games.
13.11 If the language-games change or vanish, so do the meanings of words used by observers.
13.2 Language: consider the language-games trivialized (made predictable) by logical observers, where the meanings of words soon evaporate.
13.3 Explanation: consider the attempts to trivialize a language, e.g., using it only to follow rules while striving for a “logically perfect language”.
13.4 Communication: consider any attempt to use a trivialized language among observers.
13.5 Thinking: consider the activities involving the nervous system of a paradoxical observer, including emotions and feelings, and thus offering new language-games to the observer.
13.6 Conversation: consider the activities involving the thinking of one or more paradoxical observers, thus offering new language-games to these and other observers.

Tractatus Paradoxico-Philosophicus

A Philosophical Approach to Education
Un Acercamiento Filosófico a la Educación
Une Approche Philosophique à l'Education
Eine Philosophische Annäherung an Bildung

Ricardo B. Uribe

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Tao Paradoxico-Philosophicus 9-10

martedì 21 gennaio 2014

il bordo vertiginoso del Tao

"Ti torna in mente una frase letta anni fa: non guardate indietro, ci siete già stati. Allora ti era parsa uno spunto arguto. Magari un po' new age, ma arguto. Adesso ti chiedi se poi è vero che ci siamo già stati. Non sei così sicuro, non lo sai bene cosa c'è da quelle parti."
Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1919
Are men still, catch a wheel within a wheel,
See more in a truth than the truth's simple self,
Confuse themselves. You see lads walk the street
Sixty the minute; what's to note in that?
You see one lad o'erstride a chimney-stack;
Him you must watch--he's sure to fall, yet stands!
Our interest's on the dangerous edge of things.
The honest thief, the tender murderer,
The superstitious atheist, demirep
That loves and saves her soul in new French books--
We watch while these in equilibrium keep
The giddy line midway: one step aside,
They're classed and done with. I, then, keep the line
Before your sages,--just the men to shrink
From the gross weights, coarse scales and labels broad
You offer their refinement. Fool or knave?
Why needs a bishop be a fool or knave
When there's a thousand diamond weights between?
So, I enlist them. Your picked twelve, you'll find,
Profess themselves indignant, scandalized
At thus being held unable to explain
How a superior man who disbelieves
May not believe as well: that's Schelling's way!
It's through my coming in the tail of time,
Nicking the minute with a happy tact.
Had I been born three hundred years ago

Robert Browning, Bishop Blougram's Apology

Gianrico Carofiglio

lunedì 20 gennaio 2014

Tao formale


Il numero è il principio
Pitagora

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.
Galileo Galilei, Il Saggiatore, 1623

Il fatto che un sistema formale, definito in uno specifico linguaggio quale - tra i più noti - la matematica, possa descrivere efficacemente l'universo fisico, e in generale molti sistemi naturali, è da secoli motivo di discussione e stupore.

Il modello di relazione per la mappatura tra un sistema naturale ed uno formale è del genere:
Rosen Observed System Diagram
dove i processi di mappatura implicano un codifica/decodifica tra il sistema naturale e quello formale e autoprocessi di inferenza o implicazione per quello formale e di causalità in quello naturale. Il processo di modellamento per le scienze naturali può essere descritto come:
The modeling relation.

Figure above represents the modeling relation in a pictorial form. The figure shows two systems, a natural system and a formal system related by a set of arrows depicting processes and/or mappings. The assumption is that when we are "correctly" perceiving our world, we are carrying out a special set of processes that this diagram represents. The natural system is something that we wish to understand. In particular, the pink arrow on the left depicts causality in the natural world. This idea will need some additional explanation further on. On the right is some creation of our mind or something our mind uses in order to try to deal with observations or experiences we have. The blue arrow on the right is called "implication" and represents some way in which we manipulate the formal system to try to mimic causal events observed or hypothesized in the natural system on the left. The bottom red arrow is some way we have devised to encode the natural system or, more likely select aspects of it (having performed a measurement as described above), into the formal system. Finally, the upper red arrow is a way we have devised to decode the result of the implication event in the formal system to see if it represents the causal event's result in the natural system. Clearly, this is a delicate process and has many potential points of failure. When we are fortunate to have avoided these failures, we actually have succeeded in having the following relationship be true:


causality = decoding + implication + encoding

When this is true, we say that the diagram commutes and that we have produced a model of our world.

Please note that the encoding and decoding mappings are independent of the formal and/or natural systems. In other words, there is no way to arrive at them from within the formal system or natural system. This makes modeling as much an art as it is a part of science.


Donald C. Mikulecky, ROBERT ROSEN: THE WELL POSED QUESTION AND ITS ANSWER-WHY ARE ORGANISMS DIFFERENT FROM MACHINES?
La relazione di modellamento si estende a più livelli ricursivi considerando meta-modelli, meta-meta-modelli etc. inglobati in sistemi naturali o concettuali sempre più ampi:
Modello sulla formazione dei modelli
Un esempio di sistema formale altamente complesso: formulazione lagrangiana del Modello Standard delle particelle elementari