mercoledì 25 luglio 2012

aurora UV con Tao ad anelli

Immagine dell'aurora su Saturno, osservata in luce ultravioletta. La forma a spirale è molto simile alle aurore radio distorte osservate e indicano una maggiore attività da parte di quest'ultime.
Credit: NASA/ESA/Hubble

martedì 24 luglio 2012

perché un Tao?


Figlia Perché un cigno?
Padre Sì, e perché una marionetta in Petruska?
F. No ... è diverso. Dopo tutto una marionetta è una specie di essere umano... e quella particolare marionetta è molto umana.
P. Più umana delle persone?
F. Sì.
P. Eppure è soltanto una specie di essere umano? E dopo tutto anche il cigno è un po' umano.
F. Sì.
 * * *
F. E la ballerina? È un essere umano? Naturalmente lei lo è davvero, ma, sulla scena, sembra inumana o impersonale... forse sovrumana. Non so.
P. Vuoi dire ... che mentre il cigno è solo una specie di cigno e non ha la membrana tra le dita, la ballerina sembra solo una specie di essere umano.
F. Non so ... forse qualcosa del genere.
P. No ... mi confondo quando parlo del 'cigno' e della ballerina come di due cose diverse. Direi piuttosto che la cosa che vedo sulla scena - la figura del cigno - è sia'una specie di' essere umano sia 'una specie di' cigno.
F. Ma allora tu useresti le parole 'una specie' in due sensi.
P. Sì, proprio così. Ma comunque, quando dico clie la figura del cigno è 'una specie di' essere umano, non voglio dire che esso (o egli) sia un membro di quel genere o specie che chiamiamo umano.
F. No, certamente no.
P. Piuttosto che egli (o esso) è membro di un'altra suddivisione di un gruppo più vasto che comprenderebbe le marionette Petruska e i cigni da balletto e le persone.
F. No, non è come i generi e le specie. E questo tuo gruppo più vasto comprende anche le oche?

 * * *
P. D'accordo. Allora evidentemente non so che cosa significhino le parole 'una specie di'. Ma so che tutta la fantasia, la poesia, il balletto, e l'arte in generale devono il loro significato e la loro importanza alla relazione cui mi riferisco quando dico che la figura del cigno è 'una specie di' cigno ... o un cigno 'finto',
F. Allora non sapremo mai perché la ballerina è un cigno o una marionetta o un'altra cosa, e non saremo mai capaci di dire che cosa sia l'arte o la poesia finché qualcuno non ci dice qual è il vero significato di 'una specie di'.
P. Sì.

 * * *
P. Ma non dobbiamo aver paura dei giochi di parole. In francese la locuzione espèce de (letteralmente 'specie di') esprime una specie particolare di insulto. Se uno chiama un altro 'cammello', l'insulto può essere amichevole. Ma se lo chiama espèce de chameau - specie di
cammello - questo è grave. Ed è ancora più grave chiamare un uomo espèce d'espèce - specie di specie.
F. Specie di specie di che cosa?
P. Niente ... solo una specie di specie. D'altra parte, se tu dici di un uomo che è un vero cammello, l'insulto contiene una certa malcelata ammirazione.
F. Ma quando un francese dice a qualcuno specie di cammello, l'uso che fa delle parole specie di è in qualche modo simile a quello che faccio io quando dico che il cigno è una specie di essere umano?

 * * *
P. È come ... Nel Macbeth c'è un passo dove Macbeth parla ai sicari che sta per mandare a uccidere Banco. Essi sostengono di essere uomini, ma lui dice che sono una specie di uomini.
Sì, nel catalogo figurate come uomini,
come i segugi e i levrieri, i bastardi, gli spagnoli,
i botoli,
i barboni, i bracchi e i mezzi-lupi sono chiamati
tutti col nome di cani.
Macbeth, atto III, scena I
 
F. No ... questo è ciò che hai detto poco fa. Com'era? «Un'altra suddivisione di un gruppo più vasto?». Non credo affatto che si tratti di questo.
P. No, non è solo questo. Macbeth, dopo tutto, nella sua similitudine fa uso di cani. E 'cani' significa sia nobili levrieri che cani bastardi. Sarebbe stato diverso se avesse usato le varietà domestiche del gatto ... o le sottospecie delle rose selvatiche.
F. Va bene, va bene. Ma come rispondi alla mia domanda?
Quando un francese dice a qualcuno 'specie di' cammello, e io dico che il cigno è una 'specie di' essere umano, diamo a 'specie di' lo stesso significato tutti e due?
* * *
P. D'accordo, tentiamo di analizzare il significato di 'specie di'. Prendiamo una singola frase ed esaminiamola. Se dico: "La marionetta Petruska è una specie di essere umano", enuncio una relazione.
F. Tra che cosa e che cosa?
P. Tra idee, credo.
F. Non tra una marionetta e le persone?
P. No. Tra certe idee che ho su una marionetta e certe idee che ho sulle persone.
F. Ah.

* * *
F. Va bene, ma che specie di relazione?
P. Non so. Una relazione metaforica?
* * *
P. E poi c'è l'altra relazione che è marcatarnente non 'una specie di'. Molti uomini sono finiti sul rogo per aver affermato che il pane e il vino non sono 'una specie di' corpo e sangue.
F. Ma si tratta della stessa cosa? Voglio dire ... il balletto del cigno è un sacramento?
P. Sì ... credo di sì... almeno per certuni. In linguaggio protestante diremmo che il costume da cigno e i movimenti della ballerina sono 'segni esterni e visibili di qualche grazia interna' della donna. Ma in linguaggio cattolico questo renderebbe il balletto una semplice metafora e non un sacramento.
F. Ma hai detto che per certuni è un sacramento. Vuoi dire per i protestanti?
P. No, no. Voglio dire che se per certuni il pane e il vino sono soltanto una metafora, mentre per altri - i cattolici - il pane e il vino sono un sacramento, allora se c'è qualcuno per cui il balletto è una metafora, ci può essere qualcun altro per cui esso è assai più che una metafora
- un sacramento, piuttosto.
F. Nel senso cattolico?
P. Sì.
* * *
P. Voglio dire che se potessimo dire chiaramente che cosa s'intende con la frase «il pane e il vino non sono 'una specie di' corpo e sangue», allora ne potremmo sapere di più su ciò che s'intende quando si dice che il cigno è 'una specie di' essere umano o che il balletto è un sacramento.
F. Bene ... allora qual è secondo te la differenza?
P. Quale differenza?
F. Tra un sacramento e una metafora.
P. Un momento. Dopo tutto stiamo parlando dell'attore o dell' artista o del poeta o di un dato membro del pubblico. Ora mi chiedi quale sia secondo me la differenza tra un sacramento e una metafora. Ma la mia risposta deve riguardare la persona e non il messaggio. Tu mi chiedi
come si fa a decidere se una certa danza in un certo giorno è o non è un sacramento per quella particolare ballerina.
F. D'accordo ... ma continua.
P. Be' ... credo che sia una specie di segreto.
F. Cioè una cosa che non mi dirai?
P. No ... non quel tipo di, segreto. Non si tratta di una cosa che non si deve dire. E qualcosa che non si può dire.
F. Cioè? Perché no?
P. Supponiamo che io chieda alla ballerina: "Signorina X, mi dica, la danza che lei esegue ... è per lei un sacramento o una semplice metafora?», E supponiamo pure che io riesca a esprimere questa domanda in modo intelligibile. Lei potrebbe mettermi subito fuori causa dicendo: «Lei ha visto la danza ... tocca a lei decidere, se vuole, se per lei è o non è un sacramento ». Oppure potrebbe dirmi: "A volte lo è e a volte no». Oppure: « Com'ero ieri sera?». In ogni caso la ballerina non può avere un controllo diretto sulla faccenda.
* * *
F. Allora vuoi dire che chiunque conoscesse questo segreto avrebbe il potere di essere un grande ballerino o un grande poeta?
P. No, no, no. Non è affatto così. In primo luogo voglio dire che la grande arte e la religione e tutto il resto ruotano intorno a questo segreto; ma conoscere il segreto nei termini della coscienza normale non darebbe al conoscente alcun controllo.
* * *
F. Papà, cosa è successo? Stavamo tentando di trovare il significato di 'una specie di' quando diciamo che il cigno è 'una specie di' essere umano. lo avevo detto che devono esserci due significati di 'una specie di'. Uno è nella frase «la figura del cigno è 'una specie di' cigno», e un altro nella frase ,da figura del cigno è 'una specie di' essere umano». E tu ora stai parlando di misteriosi segreti e di controllo.
P. D'accordo, ricomincerò daccapo. La figura del cigno non è un cigno vero, ma un cigno finto. E anche un non-finto essere umano. È anche 'veramente' una ragazza che indossa un costume bianco. E un cigno vero somiglia a una ragazza, da un certo punto di vista.
F. Ma quale di queste cose è un sacramento?
P. Dio santo, rieccoci daccapo. Posso dire solo questo, che non è una sola di queste affermazioni, ma la loro combinazione, che costituisce un sacramento. Il 'finto' e il 'non-finto' e il 'veramente' talvolta si fondono insieme in un significato unico.
F. Ma noi dovremmo tenerli separati.
P. Sì. Questo è ciò che cercano di fare i logici e gli scienziati. Ma così facendo non creano balletti - e neppure sacramenti.


Metalogue: Why a Swan?; Impulse 1954.

lunedì 23 luglio 2012

Tao lenticolare

Tsurushi-Gumo
Lenticular cloud view from the International Space Station

martedì 17 luglio 2012

la complessità dal KaliYuga al Tao - IV



9. La complessità dell'organizzazione
La nozione di emergenza è una nozione capitale, ma reindirizza al problema dell'organizzazione, ed è l'organizzazione che dà consistenza al nostro universo. Perché c'è organizzazione nell'universo? Non possiamo rispondere a questa domanda, ma siamo in grado di esaminare la natura dell'organizzazione.
Se pensiamo già che ci sono problemi di irriducibilità, di indeducibilità, di relazioni complesse tra le parti e il tutto, e se pensiamo inoltre che un sistema è un insieme costituito da diverse parti, siamo costretti a unire il concetto di unità e quello di pluralità o almeno diversità. Allora ci rendiamo conto che è necessario arrivare ad una complessità logica, perché dobbiamo collegare i concetti che normalmente si respingono a vicenda in modo logico, come l'unità e la diversità. E anche il caso e necessità, disordine e ordine, devono essere combinati a concepire la genesi delle organizzazioni fisiche, come sul presupposto plausibile per cui l'atomo di carbonio necessario per la creazione della vita
è stato costituito in una stella anteriore al nostro Sole, dall'unione esattamente allo stesso tempo - coincidenza assoluta - di tre nuclei di elio. Così, nelle stelle dove ci sono miliardi di interazioni e incontri, il caso fece incontrare questi nuclei, ma quando questa possibilità si verifica, è necessario che un atomo di carbonio sia formato.
Siete obbligati a collegare tutte queste nozioni disgiunte nella comprensione che ci è stata inculcata, purtroppo, fin dall'infanzia, ordine, disordine, organizzazione.
Allora riusciamo a concepire quello che ho chiamato l'auto-eco-organizzazione, cioè l'organizzazione vivente.

10. L'auto-eco-organizzazione
La parola auto-organizzazione era uscita ed era stato utilizzata a partire dalla fine degli anni '50 da matematici, ingegneri, cibernetici, neurologi.

Tre importanti convegni si sono svolti sul tema della "auto-organizzazione dei sistemi", ma cosa paradossale, la parola non interessava in biologia, ed è stato un biologo marginale, Henri Atlan, che ha ripreso questa idea, in un grande isolamento intellettuale all'interno la sua società, negli anni '70. Infine la parola emerse negli 80-90 a Santa Fe, come una nuova idea, mentre esisteva già da quasi mezzo secolo. Ma non fu ancora imposta in biologia.
Chiamo auto-eco-organizzazione per l'organizzazione vivente, secondo l'idea che l'auto-organizzazione dipende dal suo ambiente per trarre energia e informazione: infatti, in quanto costituisce un'organizzazione che lavora per mantenere se stessa, degrada l'energia tramite il suo lavoro, quindi deve trarre energia dal suo ambiente. Inoltre, si deve cercare il suo cibo e difendersi contro le minacce, quindi deve comprendere un minimo di capacità cognitive.
Si arriva a ciò che chiamo logicamente il complesso di autonomia-dipendenza. Perchè un essere vivente sia autonomo, è necessario che esso dipenda dal suo ambiente per la materia e l'energia, e anche dalla conoscenza e dall'informazione. Più autonomia svilupperà, più dipendenze svilupperà. Quanto più il mio computer mi permette di avere un pensiero autonomo, tanto più dipenderà dell'elettricità, dalle reti, dalla sociologica e dai vincoli materiali. Si arriva poi ad una nuova complessità di concepire l'organismo vivente: l'autonomia non può essere concepita senza la sua ecologia. Inoltre, è necessario vedere un processo di auto-generazione e auto-produzione, vale a dire, l'idea di un ciclo ricorsivo che ci obbliga a rompere le nostre idee classiche di prodotto
produttore, e di causa effetto.
In un processo di auto-generazione o auto-produzione o di auto-poetica o di auto-organizzazione, i prodotti sono necessari per la loro stessa produzione. Noi siamo i prodotti di un processo di riproduzione, ma questo processo può continuare solo se noi,  individui, coppie continuiamo il processo. La società è il prodotto delle interazioni tra individui umani, ma la società è costituita con le sue emergenze, la sua cultura, il suo linguaggio, che retroagiscono verso gli individui, e quindi li produce come individui fornendo loro linguaggio e cultura. Noi siamo prodotti e produttori. Le cause producono effetti che sono necessari per la loro proprie cause.
Già l'idea di loop (circolo) era stato rilasciata da Norbert Wiener nel concetto di feedback, negativo e positivo, infine prevalentemente negativo; poi è stato generalizzata senza realmente riflettere sulle conseguenze epistemologiche che essa comprende. Anche l'esempio più banale che è quello di un impianto termico con una caldaia che fornisce il riscaldamento di un edificio, abbiamo questa idea di inseparabilità di causa ed effetto: grazie al termostato, quando 20 gradi sono raggiunti, il riscaldamento si ferma; quando la temperatura è troppo bassa, il riscaldamento viene avviato. Si tratta di un sistema circolare, dove l'effetto stesso interviene sulla causa che permette l'autonomia termica del complesso rispetto ad un ambiente freddo. Vale a dire che il feedback è un processo che complessifica la causalità. Ma le conseguenze di questo non erano state elaborate a livello epistemologico.
Così il feedback è già un concetto complesso, anche in sistemi non viventi. Il feedback negativo è ciò che rende possibile annullare le deviazioni che incessantemente tendono a formarsi come il calo della temperatura rispetto allo standard. Il feedback positivo si sviluppa quando un sistema di regolazione non è più in grado di annullare le deviazioni, queste possono poi essere amplificate e andare verso una fuga (runaway), una sorta di disgregazione generalizzata, che è spesso il caso nel nostro mondo fisico. Ma possiamo vedere, a seguito di un'idea avanzata più di cinquant'anni fa da Magoroh Maruyama, che il feedback positivo, cioè la deviazione in aumento, è un elemento che permette la trasformazione nella storia umana. Tutti i grandi processi di trasformazione sono iniziati con deviazioni, come ad esempio la deviazione monoteista in un mondo politeista, la deviazione religiosa del messaggio di Gesù all'interno del mondo ebraico, quindi, la deviazione della deviazione, la sua trasformazione da Paolo all'interno dell'impero romano; deviazione, il messaggio di Maometto cacciato dalla Mecca, rifugiandosi in Medina. La nascita del capitalismo è di per sé deviante in un mondo feudale. La nascita della scienza moderna è un processo derogare al XVII secolo. Il socialismo è una idea deviante nel secolo XIX. In altre parole, tutti i processi iniziano con deviazioni che, quando non sono soffocate, sterminate, sono quindi in grado di effettuare trasformazioni a catena.

11. Il rapporto tra locale e globale
Nella complessità logica, si ha la relazione tra locale e globale.
Uno crede di essere in grado di assumere le due verità del globale e del locale con assiomi dello stile: "pensare globalmente e agire localmente". In realtà, si è, credo, costretti nella nostra epoca globale di pensare insieme localmente e globalmente e cercare di agire allo stesso tempo localmente e globalmente. Inoltre, che è anche complesso, verità locali possono diventare errori globali. Ad esempio, quando il nostro sistema immunitario respinge con la massima energia il cuore che si trapianta, come uno straniero cattivo, questa verità locale diventa un errore globale, perché l'organismo muore. Ma si può anche dire che le verità globali possono portare ad errori locali. La verità della necessità di lottare contro il terrorismo può portare a degli interventi, che favoriranno ancora di più lo sviluppo del terrorismo, basta guardare all'Irak.

mercoledì 11 luglio 2012

Gaia nel Tao


In due dei libri che compongono uno dei massimi capolavori della fantascienza, il Ciclo delle Fondazioni, Isaac Asimov porta l'ipotesi di Gaia di James Lovelock alle sue estreme conseguenze, immaginando un pianeta - ovviamente di nome Gaia - in cui tutti i componenti viventi e non-viventi (gli oggetti naturali e artificiali, rocce, oceani, l'aria, le montagne, i vegetali, gli abitanti del pianeta (Gaiani), la crosta e perfino il nucleo planetario) hanno caratteristiche mentali e sono tra di loro completamente interconnessi, con una consapevolezza crescente dal non-vivente al vivente. L'intero pianeta diventa quindi un'unica entità mentale che proietta nello spazio un potente campo mentale percepibile telepaticamente che si presenta, con un'analogia visiva, come una supernova che irradia nella galassia.


 















Nel descrivere la propria esperienza di essere totalmente interconnessi con ogni elemento del pianeta i Gaiani utilizzano forme come "Io/Noi/Gaia", indicando come la propria individualità sia miscelata in modo inestricabile con l'essere collettivo Gaia.

La tomba di Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992): Gaia

Oltre le Illusioni (il Giudizio) - XX Major


La farfalla di questa carta rappresenta l'esterno, ciò che è continuamente in movimento e che non è reale, bensì illusorio. Dietro la farfalla si trova il volto della consapevolezza, che guarda all'interno ciò che è eterno. Lo spazio tra i due occhi si è aperto, rivelando il loto del manifestarsi dello spirito e il sole nascente della consapevolezza. Tramite il sorgere del sole interiore, nasce la meditazione. La carta ci ricorda di non cercare all'esterno ciò che è reale, bensì di guardare all'interno. Quando mettiamo a fuoco le cose esteriori, troppo spesso veniamo intrappolati in giudizi: questo è bene, questo è male, voglio questo, non voglio quello. Questi giudizi ci tengono intrappolati nelle nostre illusioni, nel nostro sonno, nelle nostre vecchie abitudini e nei nostri schemi di comportamento. Lascia cadere la tua mente e i suoi dogmi, e muoviti all'interno. Là ti puoi rilassare nella tua verità più profonda, dove è già nota la differenza tra i sogni e il Reale.

Questa è la sola distinzione tra il sogno e il Reale: la realtà ti permette di dubitare, mentre il sogno non ti permette di dubitare... A mio avviso, la capacità di dubitare è una delle benedizioni più grandi del genere umano. Le religioni sono nemiche perché hanno tagliato le radici stesse del dubbio, e c'è una ragione ben precisa per cui lo hanno fatto: vogliono che la gente creda in certe illusioni da loro insegnate... Come mai persone come Gautama il Buddha hanno insistito tanto nel dire che l'intera esistenza - fatta eccezione per il tuo Sé testimoniante, fatta eccezione per la tua consapevolezza - è puramente effimera, fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? Non si vuol dire che questi alberi non esistano, né che non esistono queste colonne. Non fraintendere a causa del termine "illusione": è stato tradotto come illusione, ma non è la parola giusta. L'illusione non esiste, la realtà esiste, māyā è esattamente nel mezzo - è quasi esistente. Per ciò che riguarda le azioni quotidiane, può essere preso come realtà. Solo in senso assoluto, dalla vetta della tua illuminazione, diventa irreale, illusorio.

l'eleganza del Tao


Marx 
(Preambolo)

Capitolo primo
Chi semina desiderio

«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola. 
Antoine Pallières, prospero erede di un'antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell'alta borghesia degli affari - la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi -, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualcosa. Che cosa possono mai comprendere le masse lavoratrici dell'opera di Marx? La lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.
A questo punto, per poco non mi tradisco stupidamente.
«Dovrebbe leggere L'ideologia tedesca» gli dico a quel cretino in montgomery verde bottiglia.
Per capire Marx, e per capire perché ha torto, bisogna leggere L'ideologia tedesca. È lo zoccolo antropologico sul quale si erigeranno tutte le esortazioni per un mondo migliore e sul quale è imperniata una certezza capitale: gli uomini, che si dannano dietro ai desideri, dovrebbero attenersi invece ai propri bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio verrà imbavagliata potrà nascere un'organizzazione sociale nuova, purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie deleterie.
"Chi semina desiderio raccoglie oppressione" sono sul punto di mormorare, come se mi ascoltasse solo il mio gatto.
Ma Antoine Pallières, a cui un ripugnante aborto di baffi non conferisce invece niente di felino, mi guarda, confuso dalle mie strane parole. Come sempre, mi salva l'incapacità del genere umano di credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine. Una portinaia non legge L'ideologia tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in grado di citare l'undicesima tesi su Feuerbach. Per giunta, una portinaia che legge Marx ha necessariamente mire sovversive ed è venduta a un diavolo chiamato sindacato. Che possa leggerlo per elevare il proprio spirito, poi, è un'assurdità che nessun borghese può concepire.
«Mi saluti tanto la sua mamma» borbotto chiudendogli la porta in faccia e sperando che la disfonia delle due frasi venga coperta dalla forza di pregiudizi millenari.

Capitolo secondo
I miracoli dell'Arte

Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l'alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.
Vivo sola con il mio gatto, un micione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né lui né io facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo sempre educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare. E se da qualche parte sta scritto che le portinaie sono vecchie, brutte e bisbetiche, così, sullo stesso firmamento imbecille, è solennemente inciso a lettere di fuoco che le suddette portinaie hanno gattoni accidiosi che sonnecchiano tutto il giorno su cuscini rivestiti di federe fatte all'uncinetto.
In proposito si aggiunga che le portinaie guardano ininterrottamente la televisione mentre i loro gatti grassi sonnecchiano, e che l'atrio del palazzo deve olezzare di bollito, di zuppa di cavolo o di cassoulet fatto in casa. Io ho l'inaudita fortuna di fare la portinaia in una residenza di gran classe. Dover cucinare quei piatti ignobili mi sembrava così umiliante che l'intervento di monsieur de Broglie, il consigliere di Stato del primo piano, intervento che lui deve aver descritto alla moglie come cortese ma fermo, fatto allo scopo di eliminare dalla convivenza quotidiana quei miasmi plebei, fu per me un immenso sollievo che tuttavia dissimulai come meglio potei, fingendo doverosa obbedienza.
Sono passati ventisette anni. Da allora, ogni giorno, vado dal macellaio a comprare una fetta di prosciutto o di fegato di vitello, che infilo nella mia sporta a rete tra il pacchetto di pasta e il mazzo di carote. Esibisco compiacente queste vettovaglie da povera, impreziosite dalla pregevole caratteristica di non emettere cattivi odori, perché io sono povera in una casa di ricchi. In questo modo alimento congiuntamente lo stereotipo comune e anche il mio gatto, Lev, che ingrassa solo grazie ai pasti in teoria a me destinati e si rimpinza di insaccati e maccheroni al burro, mentre io posso appagare le mie inclinazioni culinarie senza perturbazioni olfattive e senza che nessuno sospetti niente.
Più ardua fu la faccenda della televisione. Eppure quando mio marito era ancora in vita, mi ci ero abituata, perché la costanza con cui lui la guardava me ne risparmiava l'incombenza. Nell'atrio del palazzo giungevano i rumori dell'aggeggio, e questo bastava a rendere eterno il gioco delle gerarchie sociali, per mantenere le cui apparenze, in seguito alla morte di Lucien, dovetti scervellarmi ben bene. Se da vivo, infatti, mi sollevava dall'iniquo obbligo, da morto mi privava della sua incultura, baluardo indispensabile contro il sospetto altrui.
Trovai la soluzione grazie a un non-pulsante. Un campanello collegato a un meccanismo a infrarossi ormai mi avverte dell'andirivieni nell'atrio, sollevando tutti quelli che passano dall'obbligo di suonare un qualche pulsante affinché io, anche da lontano, possa sapere della loro presenza. In queste occasioni, difatti, me ne sto nella stanza in fondo, quella in cui trascorro i momenti più sereni del tempo libero e in cui, protetta dai rumori e dagli odori che la mia condizione mi impone, posso vivere a mio piacimento senza essere privata delle informazioni vitali per ogni sentinella che si rispetti: chi entra, chi esce, con chi e a che ora.
Così, mentre attraversano l'atrio, i condomini sentono quei suoni soffusi che segnalano la presenza di una televisione accesa e, non brillando certo per fantasia, si figurano la portinaia stravaccata davanti all'apparecchio. Io, rintanata nel mio antro, non sento niente, ma so quando passa qualcuno. Quindi, nella stanza accanto, nascosta dietro la mussola bianca, attraverso un occhio di bue situato di fronte alle scale, mi informo con discrezione dell'identità di chi passa.
La comparsa delle videocassette e poi, più tardi, del dio DVD ha cambiato le cose ancora più radicalmente a favore della mia felicità. Siccome non è molto frequente che una portinaia vada in estasi davanti a Morte a Venezia e che dalla sua guardiola escano le note di Mahler, ho attinto dai risparmi coniugali, così faticosamente messi da parte, e ho acquistato un altro apparecchio, che ho sistemato nel mio nascondiglio. Mentre la televisione della guardiola, garante della mia clandestinità, bercia sciocchezze per teste di rapa senza che sia costretta a sentirla, con le lacrime agli occhi, gioisco dei miracoli dell'Arte.