come la via della salvezza per l'umanità (...)
Come la mondializzazione e l'occidentalizzazione
di cui fa parte e che di esso fanno parte,
lo sviluppo è complesso, cioè ambivalente,
nel contempo positivo e negativo»
Edgar Morin, La via
A suo giudizio la globalizzazione, che lei preferisce chiamare mondializzazione, ha creato interdipendenza, ma non solidarietà...
«Il fatto è che è stata prodotta dal mondo liberista. Ovvero è senza regole. La crisi che ha avuto inizio nel 2008 dimostra chiaramente l'esistenza di un potere finanziario privo di qualsiasi controllo. Inoltre, l'unificazione tecno-economica del pianeta ha prodotto una reazione di segno opposto nelle culture locali, che hanno dato vita a nazionalismi, etnicismi, fanatismi... C'è una stretta connessione fra i due elementi: un potere finanziario illimitato da una parte e la crisi delle società, con la distruzione delle solidarietà tradizionali, dall'altra. Se si prosegue su questa via, la catastrofe è inevitabile. La storia dovrebbe farci da maestra: è noto come la crisi del '29 si tramutò in crisi della democrazia e in conflitto».
La soluzione sta - come ci ripetono tutti i giorni i governanti del mondo - nel riavviare la crescita?
«Dipende da che cosa intendiamo con la parola crescita. Sì, se essa significa economia verde, una sanità d'avanguardia, una sana urbanizzazione delle città, un'espansione dell'agricoltura biologica, l'impulso alle tecnologie rinnovabili, un'istruzione per tutti e di qualità... L'attuale idea di sviluppo è un'idea sottosviluppata, intanto perché ha reso universale un modello specifico - quello occidentale - imponendolo al mondo intero, in secondo luogo perché lo sviluppo, che si vorrebbe come soluzione dei mali, ne è al contrario la causa. La mia idea è che crescita e decrescita devono procedere di pari passo, come pure la mondializzazione e la de-mondializzazione. Tutti i processi portano in sé ambivalenze: si tratta quindi di assumere gli aspetti positivi dei fenomeni, eliminando quelli negativi. Ad esempio, in relazione alla mondializzazione, è cosa buona promuovere una conoscenza planetaria così come moltiplicare i processi di comunicazione, mentre dobbiamo ritornare alla dimensione regionale e locale in ambito economico o in quello dei servizi. Per attivare questo movimento doppio, occorre un approccio complesso alla realtà».
Così lei introduce una delle questioni a cui ha dedicato decenni di studi e uno dei temi che più le stanno a cuore: l'educazione e la conoscenza.
«L'educazione che trasmettiamo oggi ai ragazzi separa le discipline, smembra il sapere. Ma per affrontare problemi globali è necessario un sapere globale, vale a dire complesso, che unisca e metta in relazione i diversi ambiti del sapere. Uno dei paradossi del nostro tempo è che una maggiore quantità di conoscenze complessive si traduce in una maggiore difficoltà a conoscere, a capire e comprendere i fenomeni».
E senza conoscenza non è possibile una democrazia, tanto meno quella democrazia partecipativa (a cui deve lasciare il posto quella rappresentativa) che lei auspica.
«Vedo seri pericoli per la democrazia. E sappiamo che l'involuzione democratica sfocia nelle dittature. Oggi molti si muovono per dare voce alle loro aspirazioni di cambiamento. Penso soprattutto ai giovani, da quelli delle Primavere arabe a quelli di Occupy Wall Street, da quelli che occupano le università agli indignados... Il problema è che non sono sostenuti da un pensiero che indichi la via da intraprendere. "La via" è una questione di pensiero. Per questo ritengo che una riforma radicale dell'educazione debba precedere qualsiasi altra riforma. I giovani sanno esprimere la rottura, ma non hanno capacità di costruzione. Più in generale, oggi abbiamo potere di denuncia, ma non di enunciazione».
Le avrà fatto piacere la notizia che il Governo Hollande sta studiando l'introduzione dell'etica laica fra le materie dell'insegnamento...
«L'etica non è fatta di discorsi moralistici, ma si deve fondare sulla verità trinitaria dell'uomo, che concerne il suo essere come individuo, come membro di una società e come abitante di una biosfera. L'etica dell'individuo coinvolge l'io, la famiglia, gli amici, i vicini... L'etica sociale insegna che godiamo di diritti ma abbiamo anche doveri, in quanto parte di una comunità. L'etica antropologica ci colloca in una dimensione planetaria, rendendoci consapevoli della "comunità di destino" a cui apparteniamo. Ecco, l'etica dovrebbe partire da qui. Un passo ulteriore consiste nell'insegnamento di un'etica della comprensione, di se stessi, degli altri, della famiglia, degli stranieri, il cui fondamento è la coscienza del nostro essere imperfetti, soggetti all'errore. E non va dimenticato che anche le nostre teorie sono sempre strutturalmente "biodegradabili"».
Lei polemizza con lo storico Francis Fukuyama, secondo il quale il cammino della storia si sarebbe esaurito con l'approdo alla democrazia rappresentativa e all'economia liberale.
«Ciò che si è esaurito è unicamente quel dato modello storico che Fukuyama tende a idealizzare. Per lui le potenzialità creative del genere umano si sono esaurite con il liberismo, ma come si può pensare che la creatività abbia un limite o una fine? Prima di Mozart, avremmo dovuto ritenere che la creatività musicale era finita? O immaginare che, dopo di lui, non si sarebbe più creato alcun capolavoro musicale? In realtà, bisogna finalmente superare una concezione della storia che si regge su nazioni che, in varie forme, si fanno la guerra. Il processo di mondializzazione stessa prevede il passaggio a un modello meta-nazionale, una federazione in cui gli Stati, collegati, collaborano».
È questa la terza via a cui allude il titolo del suo libro?
«La terza via o nuova via valorizza e sviluppa tutto ciò che di buono, in modo embrionale, è presente nel mondo. Ad esempio le esperienze di agricoltura biologica. O il metodo di riscatto sociale dei giovani delinquenti che ho potuto ammirare in Brasile. Esempi di ri-umanizzazione da coltivare e far crescere. Già quand'ero adolescente eravamo alla ricerca di una terza via. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, fummo chiamati a combattere, schierarci, resistere e non fu più posibile scegliere. Possibilità che, invece, è nuovamente nelle nostre mani oggi, dopo il crollo delle ideologie del '900. La terza via si nutre e alimenta di tante piccole-grandi riforme, che devono investire tutti i campi: il consumo, la giustizia, la condizione dei vecchi e dei giovani, l'educazione... È l'insieme di queste riforme che traccia la speranza per il futuro dell'umanità».
Nonostante tutto, lei, a 91 anni è ottimista?
«Non sono né ottimista né pessimista. Se dovessi guardare con freddezza alla realtà, non potrei nutrire speranze. Ma la storia dell'umanità ci insegna che la salvezza si manifesta all'improvviso e inaspettatamente. Come scriveva il poeta Höldelin, "là dove c'è il pericolo, lì sorge la salvezza". Siamo fatti in modo che, solo allorché cadiamo nel baratro, prendiamo coscienza della situazione. Non penso nemmeno, con Gramsci, che si debba parlare di ottimismo della ragione e pessimismo della volontà, perché è la ragione a mostrarci i pericoli che corriamo. Sento che siamo in pericolo, e tutto il mio sforzo è teso a impedire che esso ci distrugga».
06/09/2012
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| Jiuzhaigou Valley, Sichuan, China In occasione della morte di Edgar Morin ripubblichiamo l'ultimo suo commento uscito su Repubblica. Se è mezzanotte nel secolo: quando Victor Serge pubblicò il libro che porta questo titolo nel 1939, l’anno del patto tedesco-sovietico e dello smembramento della Polonia, era davvero mezzanotte e una notte irrevocabile stava per addensarsi e prolungarsi per cinque anni. Non è forse mezzanotte del nostro secolo? Sono in corso due guerre. La guerra in Ucraina ha già mobilitato gli aiuti economici e militari di una parte del mondo, con un conflitto che rischia di estendersi. La Russia non è riuscita ad annettersi l’Ucraina, ma resiste nelle regioni russofone già separatiste. Le sanzioni hanno parzialmente indebolito la Russia, ma hanno anche stimolato il suo sviluppo scientifico e tecnico, soprattutto in campo militare. La guerra ha già avuto conseguenze di vasta portata: una maggiore autonomia a diversi livelli del Sud dall’Occidente e il rafforzamento di un blocco Russia-Cina. Un nuovo focolaio di guerra si è acceso in Medio Oriente dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, seguito dai letali bombardamenti di Israele su Gaza. Queste carneficine, accompagnate dalle persecuzioni in Cisgiordania e dalle dichiarazioni di annessionismo, hanno risvegliato la sopita questione palestinese. Hanno dimostrato al tempo stesso l’urgenza, la necessità e l’impossibilità di decolonizzare ciò che resta della Palestina araba e di creare uno Stato palestinese. Dal momento che nessuna pressione è stata o sarà esercitata su Israele per raggiungere una soluzione a due Stati, possiamo solo aspettarci che questo terribile conflitto si intensifichi e si allarghi. Questa è una tragica lezione della storia: i discendenti di un popolo perseguitato per secoli dall’Occidente cristiano e poi razzista possono diventare al tempo stesso i persecutori e il bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo. Il pensiero è diventato cieco. Queste guerre aggravano l’insieme di crisi che colpiscono le nazioni, alimentate dal virulento antagonismo fra tre imperi: Stati Uniti, Russia e Cina. Le crisi si alimentano a vicenda in una sorta di policrisi ecologica, economica, politica, sociale e di civiltà in continua crescita. Il degrado ecologico colpisce le società umane con il loro inquinamento urbano e rurale, aggravato dall’agricoltura industriale. L’egemonia di un profitto incontrollato accresce le diseguaglianze in ogni nazione e in tutto il pianeta. Le qualità della nostra civiltà si sono deteriorate e le sue carenze sono aumentate, in particolare nello sviluppo degli egoismi e nella scomparsa delle solidarietà tradizionali. La democrazia è in crisi in tutti i continenti: viene sempre più sostituita da regimi autoritari che, disponendo di mezzi informatici per il controllo delle popolazioni e degli individui, tendono a creare società sottomesse che potremmo definire neo-totalitarie. La globalizzazione non ha creato alcuna solidarietà e le Nazioni Unite sono sempre più disunite. Questa situazione paradossale si inserisce in un paradosso globale proprio dell’umanità. Il progresso scientifico e tecnico, che si sta sviluppando in modo prodigioso in tutti i campi, è la causa delle peggiori regressioni del nostro secolo. È questo progresso che ha permesso l’organizzazione scientifica del campo di sterminio di Auschwitz; è questo progresso che ha permesso la progettazione e la fabbricazione delle armi più distruttive, fino alla prima bomba atomica; è questo progresso che rende le guerre sempre più letali; è questo progresso che, spinto dalla sete di profitto, ha creato la crisi ecologica del pianeta. Ci rendiamo conto che il progresso delle conoscenze, moltiplicandole e separandole creando barriere tra le discipline, ha portato a una regressione del pensiero, che è diventato cieco. Legato al dominio del calcolo in un mondo sempre più tecnocratico, il progresso delle conoscenze è incapace di concepire la complessità della realtà e in particolare delle realtà umane. Il risultato è un ritorno ai dogmatismi e ai fanatismi, e una crisi della morale mentre si scatenano gli odi e le idolatrie. Stiamo andando verso delle probabili catastrofi. Si tratta di catastrofismo? Questa parola esorcizza il male e dà una serenità illusoria. La policrisi che stiamo vivendo in tutto il pianeta è una crisi antropologica: è la crisi dell’umanità che non riesce a diventare Umanità. C’è stato un tempo — non molto lontano — in cui avremmo potuto prevedere un cambiamento di rotta. Ora sembra troppo tardi. Certo, può accadere l’imprevisto. Non sappiamo se la situazione mondiale sia solo disperante o veramente disperata. Questo significa che, con o senza speranza, con o senza disperazione, dobbiamo passare alla Resistenza. La parola evoca irresistibilmente la Resistenza degli anni dell’occupazione (1940-1945), i cui inizi, davvero molto modesti, furono resi difficili dall’assenza di ogni speranza prevedibile dopo la sconfitta del 1940. Ai giorni nostri, viviamo un’assenza di speranza prevedibile simile a quella, ma le condizioni sono diverse. Non siamo attualmente sotto un’occupazione militare nemica: siamo dominati da formidabili potenze politiche ed economiche e minacciati dall’instaurazione di una società sottomessa. Siamo condannati a subire la lotta tra due giganti imperialisti con la possibile irruzione bellica di un terzo. Siamo trascinati in una corsa verso il disastro. La prima resistenza è quella dello spirito, che deve saper resistere all’intimidazione di tutte le menzogne propinate come verità e al contagio di tutte le ubriacature collettive. Deve saper non cedere mai al delirio della responsabilità collettiva di un popolo o di un’etnia. Esige che si sappia resistere all’odio e al disprezzo. Pretende la fatica di comprendere la complessità dei problemi senza mai cedere a una visione parziale o unilaterale. Richiede ricerca, verifica delle informazioni e accettazione delle incertezze. La resistenza implica anche la salvaguardia o la creazione di oasi di comunità dotate di una relativa autonomia (agro-ecologica) e di reti di economia sociale e solidale. La resistenza implica anche il coordinamento di associazioni che si dedicano alla solidarietà e al rifiuto dell’odio. La resistenza preparerebbe così le giovani generazioni a pensare e ad agire per le forze dell’unione, della fraternità, della vita e dell’amore che possiamo concepire come Eros, contro le forze della dislocazione, della disintegrazione, del conflitto e della morte che possiamo concepire come Polemos e Thanatos. È l’unione, dentro di noi, dei poteri dell’Eros e di quelli di uno spirito responsabile che alimenterà la nostra resistenza alle schiavitù, alle ignominie e alle menzogne. I tunnel non sono infiniti, il probabile non è il certo, l’inaspettato è sempre possibile. Traduzione di Luis E. Moriones |

















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