giovedì 18 luglio 2013

Pienezza (Asso di Denari)


Questa figura si erge solitaria, silenziosa eppure pienamente all'erta. L'essere interiore è colmo di fiori che hanno la qualità della primavera e si rigenerano dovunque egli vada. Questa fioritura interiore e l'integrità che egli prova, gli permettono di muoversi senza alcun limite. Può muoversi in qualunque direzione - all'interno o all'esterno non fa alcuna differenza poiché la sua gioia e maturità non possono essere sminuite da fattori esterni. È arrivato a un tempo in cui si può espandere e centrare - l'alone bianco che lo circonda è insieme la sua luce e la sua protezione. Tutte le esperienze della vita l'hanno condotto a questo istante di perfezione. Quando prendi questa carta, sappi che questo momento porta con sé un dono, in compenso di un duro lavoro compiuto. Ora le tue basi sono solide e la buona sorte è tua, perché sono il risultato di ciò che hai sperimentato all'interno.

La distinzione tra l'erba e la fioritura è la stessa che esiste tra te che non sai di essere un buddha, e il momento in cui scopri di essere un buddha. Di fatto, non c'è modo di essere altrimenti. Buddha è una completa fioritura, è totalmente sbocciato. I suoi fiori di loto, i suoi petali, sono giunti a pienezza... Certo, essere tu stesso pregno di primavera è di gran lunga più bello delle gocce di rugiada autunnali che scivolano dalle foglie del loto. Questa è una delle cose più belle che si possano osservare: allorché le gocce di rugiada autunnali scivolano sulle foglie del loto, e risplendono all'alba simili a vere e proprie perle. Ovviamente, si tratta dell'esperienza di un istante. Col sorger del sole, quelle gocce evaporeranno. Questa bellezza momentanea di certo non può essere paragonata all'eterna primavera del tuo essere. Ti guardi alle spalle e, per quanto lontano possa arrivare il tuo sguardo, vedi che è sempre esistita. Guardi davanti a te e, per quanto lontano possa arrivare il tuo sguardo, resti sorpreso: è il tuo stesso essere. Ovunque ti trovi sarà con te, e i fiori continueranno a piovere su di te. Questa è la primavera spirituale!

free man in Tao


"The way I see it," he said
"You just can't win it..."
Everybody's in it for their own gain
You can't please 'em all
There's always somebody calling you down
I do my best
And I do good business
There's a lot of people asking for my time
They're trying to get ahead
They're trying to be a good friend of mine

I was a free man in Paris
I felt unfettered and alive
There was nobody calling me up for favors
And no one's future to decide
You know I'd go back there tomorrow
But for the work I've taken on
Stoking the star maker machinery
Behind the popular song

I deal in dreamers
And telephone screamers
Lately I wonder what I do it for
If l had my way
I'd just walk through those doors
And wander
Down the Champs Elysees
Going cafe to cabaret
Thinking how I'll feel when I find
That very good friend of mine

I was a free man in Paris
I felt unfettered and alive
Nobody was calling me up for favors
No one's future to decide
You know I'd go back there tomorrow
But for the work I've taken on
Stoking the star maker machinery
Behind the popular song.


mercoledì 17 luglio 2013

i grandi processi del Tao - IV


I GRANDI PROCESSI STOCASTICI.

5. NELL'EPIGENESI “DAL NULLA NASCE NULLA”.

Ho già osservato che l'epigenesi sta all'evoluzione come l'elaborazione di una tautologia sta al pensiero creativo. Nello sviluppo embriologico di una creatura non solo non vi è alcuna necessità di nuove informazioni o di cambiamenti di programma, ma l'epigenesi dev'essere in gran parte protetta dall'intrusione di nuove informazioni. Per ottenere ciò, il modo è quello di sempre. Lo sviluppo del feto dovrebbe seguire gli assiomi e i postulati depositati nel D.N.A. o altrove. Per usare i termini del capitolo 2, l'evoluzione e l'apprendimento sono necessariamente "divergenti" e imprevedibili, ma l'epigenesi dovrebbe essere convergente.
Ne segue che nel campo dell'epigenesi i casi in cui si avrà bisogno di nuove informazioni saranno rari e assai vistosi. Viceversa, vi potranno essere casi, quantunque patologici, in cui una mancanza o una perdita di informazione porta a gravi distorsioni dello sviluppo. In questo contesto, i fenomeni di simmetria e asimmetria offrono una ricca messe di esempi. Sotto questo aspetto le idee guida dell'embrione al suo primo stadio sono semplici e formali, sicch‚ la loro presenza o assenza è inconfondibile.
Gli esempi meglio conosciuti provengono dallo studio sperimentale dell'embriologia degli anfibi; qui discuterò alcuni fenomeni legati alla simmetria dell'uovo di rana. Ciò che si sa sulla rana vale probabilmente per tutti i vertebrati. Sembra che senza informazioni provenienti dal mondo esterno l'uovo di rana non fecondato non contenga le informazioni necessarie (cioè la "differenza" necessaria) per conseguire la simmetria bilaterale. L'uovo ha due poli differenziati: il polo "animale", dove predomina il protoplasma, e il polo "vegetale", dove predomina il tuorlo. Ma non vi è differenziazione tra i meridiani o linee di longitudine: in questo senso l'uovo ha una simmetria radiale.
La differenziazione dei poli animale e vegetale è stata sicuramente determinata dalla posizione dell'uovo nel tessuto follicolare o dal piano dell'ultima divisione cellulare nella produzione dei gameti; a sua volta, quel piano era stato probabilmente determinato dalla posizione occupata dalla cellula madre nel follicolo. Ma ciò non basta.
Senza una qualche differenziazione laterale tra i lati o meridiani dell'uovo non fecondato, questo non può 'sapere' o 'decidere' quale sarà il futuro piano mediano di simmetria della rana, che è dotata di simmetria bilaterale. L'epigenesi non può cominciare fino a quando un meridiano non è reso diverso da tutti gli altri. Per fortuna, sappiamo come viene fornita questa informazione cruciale: essa proviene, necessariamente, dal mondo esterno e consiste nel punto d'ingresso dello spermatozoo. Di solito lo spermatozoo entra nell'uovo un po' sotto l'equatore, e il meridiano che passa per i due poli e per il punto d'ingresso definisce il piano mediano della simmetria bilaterale della rana. La prima segmentazione dell'uovo segue questo meridiano, e il lato dell'uovo da cui entra lo spermatozoo diviene il lato ventrale della rana.
Inoltre, si sa che il messaggio occorrente non è contenuto nel D.N.A. o in altre parti complesse della struttura dello spermatozoo. Basta anche solo la puntura con una fibra di un pennello di peli di cammello: l'uovo si segmenterà e continuerà a svilupparsi, fino a diventare una rana adulta che salta e acchiappa le mosche. Naturalmente sarà aploide (cioè le mancherà metà del normale corredo cromosomico). Sarà sterile, ma per il resto sarà perfetta in tutto e per tutto.
A questo fine lo spermatozoo non è necessario: quello che serve è solo un "marcatore di differenza", quanto alla sua natura l'organismo non ha preferenze. Senza un qualche marcatore non vi sarà embrione. “Dal nulla nasce nulla”.
Ma la storia non finisce qui. La futura rana, anzi, già il giovanissimo girino, ha un'anatomia endodermica notevolmente asimmetrica. Come quasi tutti i vertebrati, la rana possiede una simmetria abbastanza precisa nell'ectoderma (pelle, cervello e occhi) e nel mesoderma (scheletro e muscoli dello scheletro), ma è fortemente asimmetrica nelle strutture endodermiche (intestino, fegato, pancreas, e così via). (Anzi, ogni creatura le cui anse intestinali si trovino in un piano diverso da quello mediano dev'essere asimmetrica sotto questo aspetto. Se osservate il ventre di un girino vedrete chiaramente, attraverso la pelle, l'intestino arrotolato su se stesso in una grande spirale).
Come è prevedibile, il "situs inversus" (cioè la condizione di simmetria inversa) si presenta nella rana, ma rarissimamente. Nella specie umana esso è ben noto e riguarda circa un individuo su un milione. Questi individui hanno lo stesso aspetto degli altri, ma all'interno essi sono alla rovescia: la parte destra del cuore alimenta l'aorta, mentre la sinistra alimenta i polmoni, e così via. Le cause di questa inversione non sono note, ma il fatto stesso che essa si presenti indica che l'asimmetria normale "non" è determinata dall'asimmetria delle molecole. Per invertire una parte qualunque dell'asimmetria chimica sarebbe necessario invertirle tutte, poichè‚ le molecole si devono adattare le une alle altre in modo corretto. L'inversione dell'intera chimica è impensabile e non potrebbe sopravvivere se non in un mondo invertito.
Resta quindi il problema della sorgente dell'informazione che determina l'asimmetria. Deve certamente esistere un'informazione che fornisce all'uovo istruzioni sull'asimmetria corretta (cioè statisticamente normale).
Per quanto ne sappiamo, dopo la fecondazione non vi è nessuna occasione in cui potrebbe essere fornita quest'informazione. L'ordine degli eventi è: primo, l'espulsione dalla madre, poi la fecondazione; dopo di che l'uovo è protetto da una massa gelatinosa per tutto il periodo della segmentazione e del primo sviluppo dell'embrione. In altre parole, l'uovo deve contenere l'informazione necessaria a determinare l'asimmetria già "prima" della fecondazione. Che forma deve avere questa informazione?
Nella discussione sulla natura della spiegazione, nel capitolo 2, ho osservato che nessun dizionario è in grado di definire le parole "destra" o "sinistra", cioè nessun sistema discreto arbitrario può risolvere la questione: l'informazione dev'essere ostensiva. Ora abbiamo la possibilità di scoprire come questo stesso problema viene risolto dall'uovo.
Credo che, in linea di principio, vi possa essere soltanto un genere di soluzione (e spero che qualcuno con un microscopio elettronico a scansione ne ricerchi le prove). La risposta deve trovarsi nell'uovo prima della fecondazione, e perciò dev'essere in forma tale da poter determinare la stessa asimmetria "qualunque sia il meridiano segnato dall'ingresso dello spermatozoo". Ne segue che ciascun meridiano, quale che sia la sua posizione, dev'essere asimmetrico e che tutti devono essere asimmetrici nello stesso senso.
Questa condizione è soddisfatta nel modo più semplice da una qualche sorta di "spirale di relazioni non quantitative o vettoriali". Tale spirale intersecherà ciascun meridiano obliquamente determinando in ciascuno la stessa differenza tra est e ovest.
Un problema simile sorge nella differenziazione degli arti bilaterali. Il mio braccio destro è un oggetto asimmetrico e un'immagine speculare formale del sinistro. Ma esistono alcuni rari individui mostruosi che hanno due braccia o un braccio biforcuto su un lato del corpo. In questi casi la coppia costituisce un sistema a simmetria bilaterale. Un componente sarà un braccio destro e l'altro un braccio sinistro ed essi saranno in posizione tale da costituire un'immagine speculare. Questa osservazione generale fu enunciata per la prima volta da mio padre intorno al 1890 e per molto tempo fu nota come "regola di Bateson". Egli riuscì a dimostrare la validità della sua regola in quasi tutti i phyla di animali attraverso una ricerca compiuta in tutti i musei e in molte collezioni private d'Europa e d'America. In particolare raccolse un centinaio di casi di siffatte aberrazioni nelle zampe dei coleotteri.
Io riesaminai questa faccenda, e dai dati originali di mio padre conclusi che egli aveva sbagliato a chiedersi: che cos'ha determinato questa ulteriore simmetria? Avrebbe dovuto chiedersi: che cos'ha determinato la "perdita" di asimmetria? Avanzai l'ipotesi che le forme mostruose fossero prodotte da una "perdita o dimenticanza" di informazione. La simmetria bilaterale richiede più informazione della simmetria radiale e l'asimmetria richiede più informazione della simmetria bilaterale. L'asimmetria di un arto laterale, per esempio di una mano, richiede un giusto orientamento in tre direzioni: la direzione verso il dorso della mano dev'essere diversa da quella verso il palmo; la direzione verso il pollice dev'essere diversa da quella verso il mignolo; la direzione verso il gomito dev'essere diversa da quella verso le dita. Queste tre direzioni devono essere combinate in modo corretto per costruire una mano "destra" invece di una mano "sinistra". Se una delle direzioni viene invertita, come quando la mano è riflessa in uno specchio, ne risulta un'immagine rovesciata. Ma se una delle tre differenziazioni è "perduta o dimenticata", l'arto potrà raggiungere solo la simmetria bilaterale.
In questo caso il postulato “dal nulla nasce nulla” diventa un po' più complesso: dall'asimmetria nasce la simmetria bilaterale quando viene perduta una discriminazione.













Tao karate


martedì 16 luglio 2013

Tao Paradoxico-Philosophicus 5-6



    Un dieu donne le feu     
     Pour faire l'enfer;      
      Un diable, le miel     
       Pour faire le ciel.  
   



TRACTATUS PARADOXICO-PHILOSOPHICUS

5 The logical perspective: from this perspective one or more observers distinguish an organizationally closed unity from its cognitive domain, thereby adopting the logical dichotomy: the distinguished organizationally closed unity or the distinguished cognitive domain, one or the other.
5.1 For these observers, dimensions (e.g., space, time) emerge together with this distinction.
5.11 So do a processor (the distinguished organizationally closed unity) and an environment (the distinguished cognitive domain).
5.12 For these observers, however, these distinctions appear as “discoveries” (of dimensions, processor and environment) to share with other observers adopting a logical perspective, in a world a priori “out there” and as free of paradoxes as possible.
5.2 If these observers attempt to “explain” the processor, it will appear to them as an open organization (with inputs, outputs, divisions and parts) made of processes (events in time) that produce components (objects in space), but no longer organizationally closed.
5.21 The organizations that constitute the environment of the processor also appear open, with outputs and inputs that match the inputs and outputs of the processor.



6 The paradoxical perspective: from this perspective, one or more observers do not distinguish the organizationally closed unity from its cognitive domain such that the unity and its cognitive domain appear to these observers as a paradoxical continuum or as a paradoxical context.
6.01 For these observers, dimensions, processor and the environment vanish.
6.1 Since a paradoxical perspective implies a paradoxical and logical perspective, these same observers may make tentative distinctions in this paradoxical context as attempts at distinguishing a world “in and out there” to share, at least in part, with other observers.
6.11 This world “in and out there” welcomes paradoxes.
6.12 The paradoxical context (the unity and its cognitive domain) remains untouched and ready for new attempts.
6.2 Paradoxes (paradoxical perspective): consider self-referential sets of different, even conflicting, possibilities such that they blend into each other dissolving their differences and conflicts.
6.3 Logics (logical perspective): consider non self-referential sets of conflicting possibilities that exclude each other without solving their differences and conflicts.

Tractatus Paradoxico-Philosophicus

A Philosophical Approach to Education
Un Acercamiento Filosófico a la Educación
Une Approche Philosophique à l'Education
Eine Philosophische Annäherung an Bildung

Ricardo B. Uribe

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Tao Paradoxico-Philosophicus 3-4

lunedì 15 luglio 2013

carattere del Tao nazionale - I


MORALE E CARATTERE NAZIONALE*

* Questo saggio apparve in Civilian Morale, a cura di Goodwin Watson, proprietà letteraria della Sodety for Psychological Study of Social Issues, 1942. Viene qui ripubblicato per concessione dell'editore. Parte del materiale introduttivo è stata espunta.

Procederemo così: l. Esamineremo le critiche che si possono fare a chi volesse proporre un qualsiasi concetto di 'carattere nazionale'. 2. Questo esame ci permetterà di stabilire certi limiti concettuali entro i quali l'espressione 'carattere nazionale' è verosimilmente valida. 3. Passeremo poi, entro questi limiti, a delineare quali ordini di differenze possiamo aspettarci di trovare tra le nazioni occidentali, cercando anche, a scopo illustrativo, di individuare più concretamente alcune di queste differenze. 4. Infine esamineremo come sui problemi del morale collettivo e sulle relazioni internazionali influiscano differenze di quest' ordine.

OSTACOLI A UN QUALSIASI CONCETTO DI 'CARATTERE NAZIONALE'

Gli scienziati sono stati dissuasi dall'indagare su questioni di questo genere da numerose riflessioni, che li hanno portati a considerarle inutili o infondate. Pertanto, prima di arrischiare una qualsiasi opinione costruttiva nei confronti dell'entità delle differenze che ci si deve aspettare di trovare tra le popolazioni europee, dobbiamo esaminare queste riflessioni dissuasive.
In primo luogo si sostiene che sono non le persone, bensì le circostanze in cui esse vivono, che differiscono da una comunità all'altra; che abbiamo inevitabilmente a che fare con differenze nei precedenti storici o nelle condizioni attuali e che questi fattori sono sufficienti a spiegare tutte le differenze di comportamento, senza che si debbano invocare differenze di carattere negli individui considerati. In sostanza questo argormento è un richiamo al rasoio di Ockham, principio secondo cui non si debbono moltiplicare gli enti più di quanto sia necessario. L'argomento consiste nell'affermare che quando esistano differenze osservabili nelle circostanze, dovremmo chiamare in causa queste, piuttosto che differenze solo inferite nel carattere, le quali non sono osservabili.
A questo ragionamento si può in parte controbattere citando dati sperimentali, come le esperienze di Lewin (materiale non pubblicato), le quali misero in luce le grandi differenze nel modo in cui i tedeschi e gli americani reagivano all'insuccesso nel corso di un'esperienza: gli americani consideravano l'insuccesso come un incitamento ad accrescere i loro sforzi; la reazione dei tedeschi allo stesso insuccesso era lo scoraggiamento. Tuttavia coloro che sostengono l'influenza delle condizioni piuttosto che del carattere possono sempre replicare che le condizioni sperimentali non sono, in realtà, le stesse per i due gruppi; che il valore di stimolo di una qualsiasi circostanza dipende da come quella circostanza si staglia sullo sfondo di altre circostanze nella vita del soggetto, e che questo contrasto non può essere lo stesso per i due gruppi.
È possibile, in effetti, sostenere che, poiché per individui di formazione culturale diversa non si presentano mai le stesse circostanze, è superfluo invocare astrazioni come il carattere nazionale. Questo argomento non tiene più, io credo, quando si osservi che, dando importanza alle circostanze piuttosto che al carattere, si verrebbe a ignorare ciò che sappiamo sull'apprendimento. Forse la generalizzazione meglio documentata nel campo della psicologia è che, ad ogni dato istante, le caratteristiche di comportamento di ogni mammifero, e specialmente dell'uomo, dipendono dall'esperienza e dal comportamento precedenti di quell'individuo. Di conseguenza, quando si presume che, oltre le circostanze, anche il carattere debba essere tenuto in considerazione, non si moltiplicano gli enti più di quanto sia necessario; sulla base di altri tipi di dati, noi conosciamo l'importanza del carattere appreso, ed è questa conoscenza che ci spinge a considerare l"ente' supplementare.
Un secondo ostacolo all'accettazione della nozione di 'carattere nazionale' sorge una volta che sia stato discusso il primo. Coloro che concedono che si possa parlare di carattere nazionale possono ancora dubitare che all'interno di quel campione di esseri umani che è una nazione possa verosimilmente vigere una qualunque uniformità o regolarità. Concediamo subito che ovviamente l'uniformità non esiste, e chiediamoci che sorta di regolarità ci si possa attendere.
La critica cui stiamo cercando di controbattere può verosimilmente assumere cinque forme. 1. Il critico può far rilevare sia la presenza di differenziazione subculturale, sia le differenze tra i sessi, o tra le classi, o tra gruppi professionali all'interno della comunità. 2. Egli può far rilevare l'estrema eterogeneità e confusione di norme culturali che si può osservare nelle' comunità-crogiolo'. 3. Può citare il caso dei devianti accidentali, cioè di quegli individui che hanno subìto qualche esperienza traumatica 'accidentale', insolita per gli appartenenti alloro ambiente sociale. 4. Può far presenti i fenomeni del cambiamento culturale, e specialmente quel genere di differenziazione che nasce quando una parte della comunità ha una velocità di cambiamento minore rispetto a un'altra. 5. Infine, il critico può far presente la natura arbitraria dei confini nazionali.
Queste obiezioni sono strettamente connesse, e le risposte a tutte derivano in ultima analisi da due postulati: primo, che dal punto di vista sia fisiologico sia psicologico l'individuo è una singola entità organizzata, tale che tutte le sue 'parti' o 'aspetti' sono reciprocamente modificabili e reciprocamente interagenti; secondo, che una comunità è del pari organizzata in questo senso.
Se consideriamo una differenziazione sociale in una qualche comunità stabile - diciamo, per esempio, la differenziazione tra i sessi in una tribù della Nuova Guinea - vediamo che non è sufficiente dire che il sistema delle abitudini o la struttura dei caratteri di un sesso sono diversi da quelli dell'altro. Il punto significativo è che il sistema delle abitudini di ciascun sesso ingrana col sistema di abitudini dell'altro; che il comportamento dell'uno promuove le abitudini dell'altro.2 Così per esempio si ritrovano tra i sessi strutture complementari, come ammirazione-esibizionismo, autorità-sottomissione e assistenza-dipendenza, o combinazioni di queste. Fra tali gruppi non è mai dato di osservare reciproca irrilevanza.
Benché sia purtroppo vero che molto poco si sa sui termini della differenziazione delle abitudini tra classi, sessi, gruppi professionali, ecc., esistenti nelle nazioni occidentali, non credo sia arrischiato applicare questa conclusione generale a tutti i casi di differenziazione stabile tra gruppi che vivono a contatto reciproco. Per me è inconcepibile che due gruppi differenti possano coesistere fianco a fianco in una comunità senza che vi sia un qualche rapporto tra le caratteristiche particolari di un gruppo e quelle dell'altro; una tale evenienza sarebbe contraria al postulato che una comunità è un'unità organizzata. Presumeremo pertanto che tale generalizzazione valga per tutte le differenziazioni stabili.
Ora, tutto ciò che sappiamo sul meccanismo della formazione del carattere - specialmente i processi di proiezione, formazione delle reazioni, compensazione e simili - ci porta a ritenere che queste strutture bipolari siano unitarie all'ìnterno dell'individuo. Se sappiamo che un individuo è abituato a esprimere palesemente metà di una di queste strutture, per esempio un comportamento autoritario, possiamo arguire con sicurezza (anche se non in termini precisi) che nella sua personalità sono allo stesso tempo contenuti i germi dell'altra metà, cioè della sottomissione. Si deve infatti ritenere che questo individuo sia abituato al binomio autorità-sottomissione, e non all'autorità o alla sottomissione soltanto. Da ciò segue che, trattando della differenziazione stabile all'interno di una comunità, siamo autorizzati ad ascrivere un carattere comune ai membri di quella comunità, purché si abbia cura di descrivere quel carattere comune nei termini dei temi di relazione tra le sezioni differenziate della comunità.
Considerazioni dello stesso tipo ci guideranno nel replicare alla seconda critica - gli estremi di eterogeneità che si manifestano nelle moderne 'comunità-crogiolo'. Supponiamo di tentare un'accurata analisi di tutti i temi di relazione tra individui e gruppi in una comunità come la città di New York; se non finissimo in manicomio assai prima di completare questo studio, dovremmo arrivare a un quadro del carattere comune che sarebbe quasi infinitamente complesso, e che comunque conterrebbe differenziazioni più sottili di quelle che la psiche umana è in grado di risolvere in se stessa. A questo punto saremmo quindi costretti, sia noi sia gli individui che stiamo studiando, a prendere una scorciatoia: a trattare cioè 1'eterogeneità come una caratteristica positiva, sui generis, dell'ambiente comune. Quando, sulla base di quest'ipotesi, cominciamo a ricercare i temi comuni del comportamento, ci accorgiamo delle chiarissime tendenze a gloriarsi dell'eterogeneità per l'eterogeneità (come nella Ballad far Amencans di Robinson-Latouche) e a ritenere il mondo costituito da un'infinità di pezzetti di indovinello slegati (come il Believe It or Not di Ripley).
La terza obiezione, il caso degli individui devianti, rientra nello stesso sistema di correlazione della differenziazione dei gruppi stabili. Il ragazzo su cui l'educazione di una scuola privata inglese non fa presa, anche se le radici prime della sua deviazione risalgono a qualche awenimento traumatico 'accidentale', reagisce proprio al sistema della scuola privata. Le abitudini di comportamento che egli acquisisce possono non seguire le norme che la scuola intende stabilire, ma sono acquisite proprio come reazione a quelle norme. Egli può acquisire (e spesso acquisisce) strutture esattamente opposte a quelle normali, ma non è concepibile che acquisisca strutture non correlate. Egli può diventare un 'cattivo' allievo di scuola privata inglese, può diventare pazzo, tuttavia le sue caratteristiche devianti saranno correlate in modo sistematico alle norme alle quali egli si ribella. In effetti si può descrivere il suo carattere dicendo che esso è correlato in modo sistematico al carattere scolastico tipo, così come il carattere degli indigeni iatmul di un sesso è correlato in modo sistematico al carattere dell'altro sesso. Il suo carattere è orientato secondo i temi e le strutture di relazione esistenti nella società in cui vive.
Lo stesso sistema di correlazione vale per la quarta osservazione, quella relativa ai cambiamenti delle comunità e al genere di differenziazione che si produce quando una parte della comunità cambia meno rapidamente di un'altra. Poiché la direzione in cui si produce un cambiamento sarà necessariamente condizionata dallo status quo ante, le nuove strutture, essendo una reazione alle vecchie, saranno correlate a quelle in modo sistematico. Finché ci limitiamo ai termini e ai temi di questa relazione sistematica, avremo quindi il diritto di aspettarci una regolarità di carattere negli individui. Inoltre l'aspettazione e l'esperienza del cambiamento possono, in alcuni casi, essere tanto importanti da divenire un fattore comune sui generis nella determinazione del carattere, allo stesso modo in cui l' "eterogeneità' può avere effetti positivi.
Infine possiamo considerare quei casi in cui i confini nazionali subiscono spostamenti, la nostra quinta critica. E ovvio che non ci si può aspettare che la firma di un diplomatico su un trattato modifichi di colpo i caratteri degli individui la cui cittadinanza viene così a cambiare. Può addirittura accadere (quando, per esempio, una popolazione indigena a livello pre-letterario venga per la prima volta portata a contatto con europei) che, per un certo tempo dopo il fatto, i due protagonisti della situazione si comportino in modo esplorativo e senza una regola, ciascuno di essi conservando le sue norme, e senza ancora manifestare alcun adattamento particolare alla situazione di contatto. Durante questo periodo non ci si devono ancora aspettare generalizzazioni che valgano per entrambi i gruppi. Assai presto, tuttavia, sappiamo che ciascuna parte manifesta strutture speciali di comportamento da impiegare nei suoi contatti con l'altra. A questo punto acquista senso chiedersi quali termini sistematici di relazione descriveranno il carattere comune dei due gruppi; e, da questo punto in poi, il livello della struttura del carattere comune aumenterà fino a che i due gruppi giungeranno a correlarsi l'uno con l'altro proprio come due classi o i due sessi in una società stabile e differenziata.
Insomma, a coloro che sostengono che le comunità umane manifestano una differenziazione interna troppo spiccata, o contengono una componente casuale troppo cospicua perché possa essere valida qualsiasi nozione di carattere comune, vorremmo rispondere che noi riteniamo invece utile tale nozione, a) purché si descriva il carattere comune in termini di relazioni tra gruppi e individui all'interno della comunità, e b) purché si conceda alla comunità abbastanza tempo perché essa possa raggiungere un certo grado di equilibrio, oppure possa accettare tanto il cambiamento quanto l'eterogeneità come una caratteristica del suo ambiente umano.

giovedì 11 luglio 2013

Tao incarnato


La ricerca di una via di mezzo per la descrizione della coscienza nella prospettiva enazionista porta a riconsiderare la prospettiva della cognizione come azione incarnata:

Enaction: Embodied Cognition

Cognition as Embodied Action

Let us begin, once again, with visual perception. Consider the question, "Which came first, the world or the image?" The answer of most vision research-both cognitivist and connectionist-is unambiguously given by the names of the tasks investigated. Thus researchers speak of "recovering shape from shading," "depth from motion," or "color from varying illuminants." We call this stance the chicken position:

Chicken position: The world out there has pregiven properties. These exist prior to the image that is cast on the cognitive system, whose task is to recover them appropriately (whether through symbols or global subsymbolic states).
Notice how very reasonable this position sounds and how difficult it is to imagine that things could be otherwise. We tend to think that the only alternative is the egg position:
Egg position: The cognitive system projects its own world, and the apparent reality of this world is merely a reflection of internal laws of the system.
Our discussion of color suggests a middle way between these two chicken and egg extremes. We have seen that colors are not "out there" independent of our perceptual and cognitive capacities. We have also seen that colors are not "in here" independent of our surrounding biological and cultural world. Contrary to the objectivist view, color categories are experiential; contrary to the subjectivist view, color categories belong to our shared biological and cultural world. Thus color as a study case enables us to appreciate the obvious point that· chicken and egg, world and perceiver, specify each other.
It is precisely this emphasis on mutual specification that enables us to negotiate a middle path between the Scylla of cognition as the recovery of a pregiven outer world (realism) and the Charybdis of cognition as the projection of a pregiven inner world (idealism). These two extremes both take representation as their central notion: in the first case representation is used to recover what is outer; in the second case it is used to project what is inner. Our intention is to bypass entirely this logical geography of inner versus outer by studying cognition not as recovery or projection but as embodied action.
Let us explain what we mean by this phrase embodied action. By using the term embodied we mean to highlight two points: first, that cognition depends upon the kinds of experience that come from having a body with various sensorimotor capacities, and second, that these individual sensorimotor capacities are themselves embedded in a more encompassing biological, psychological, and cultural context. By using the term action we mean to emphasize once again that sensory and motor processes, perception and action, are fundamentally inseparable in lived cognition. Indeed, the two are not merely contingently linked in individuals; they have also evolved together.
We can now give a preliminary formulation of what we mean by enaction. In a nutshell, the enactive approach consists of two points: (1) perception consists in perceptually guided action and (2) cognitive structures emerge from the recurrent sensorimotor patterns that enable action to be perceptually guided. These two statements will perhaps appear somewhat opaque, but their meaning will become more transparent as we proceed.
Let us begin with the notion of perceptually guided action. We have already seen that for the representationist the point of departure for understanding perception is the information-processing problem of recovering pregiven properties of the world. In contrast, the point of departure for the enactive approach is the study of how the perceiver can guide his actions in his local situation. Since these local situations constantly change as a result of the perceiver's activity, the reference point for understanding perception is no longer a pregiven, perceiver-independent world but rather the sensorimotor structure of the perceiver (the way in which the nervous system links sensory and motor surfaces). This structure-the manner in which the perceiver is embodied-rather than some pregiven world determines how the perceiver can act and be modulated by environmental events. Thus the overall concern of an enactive approach to perception is not to determine how some perceiver-independent world is to be recovered; it is, rather, to determine the common principles or lawful linkages between sensory and motor systems that explain how action can be perceptually guided in a perceiver-dependent world.

This approach to perception was in fact among the central insights of the analysis undertaken by Merleau-Ponty in his early work. It is therefore worthwhile to quote one of his more visionary passages in full:
The organism cannot properly be compared to a keyboard on which the external stimuli would play and in which their proper form would be delineated for the simple reason that the organism contributes to the constitution of that form .... "The properties of the object and the intentions of the subject . . . are not only intermingled; they also constitute a new whole." When the eye and the ear follow an animal in flight, it is impossible to say "which started first" in the exchange of stimuli and responses. Since all the movements of the organism are always conditioned by external influences, one can, if one wishes, readily treat behavior as an effect of the milieu. But in the same way, since all the stimulations which the organism receives have in tum been possible only by its preceding movements which have culminated in exposing the receptor organ to external influences, one could also say that behavior is the first cause of all the stimulations.
Thus the form of the excitant is created by the organism itself, by its proper manner of offering itself to actions from the outside. Doubtless, in order to be able to subsist, it must encounter a certain number of physical and chemical agents in its surroundings. But it is the organism itself-according to the proper nature of its receptors, the thresholds of its nerve centers and the movements of the organs-which chooses the stimuli in the physical world to which it will be sensitive. "The environment (Umwelt) emerges from the world through the actualization or the being
of the organism-[granted that] an organism can exist only if it succeeds in finding in the world an adequate environment." This would be a keyboard which moves itself in such a way as to offer-and according to variable rhythms-such or such of its keys to the in itself monotonous action of an external hammer
[italics added].
In such an approach, then, perception is not simply embedded within and constrained by the surrounding world; it also contributes to the enactment of this surrounding world. Thus as Merleau-Ponty notes, the organism both initiates and is shaped by the environment. Merleau-Ponty clearly recognized, then, that we must see the organism and environment as bound together in reciprocal specification and selection.
Let us now provide a few illustrations of the perceptual guidance of action. In a classic study, Held and Hein raised kittens in the dark and exposed them to light only under controlled conditions. A first group of animals was allowed to move around normally, but each of them was harnessed to a simple carriage and basket that contained a member of the second group of animals. The two groups therefore shared the same visual experience, but the second group was entirely passive. When the animals were released after a few weeks of this treatment, the first group of kittens behaved normally, but those who had been carried around behaved as if they were blind: they bumped into objects and fell over edges. This beautiful study supports the enactive view that objects are not seen by the visual extraction of features but rather by the visual guidance of action.

Lest the reader feel that this example is fine for cats but removed from human experience, consider another case. Bach y Rita has designed a video camera for blind persons that can stimulate multiple points in the skin by electrically activated vibration. Using this technique, images formed with the camera were made to correspond to patterns of skin stimulation, thereby substituting for the visual loss. Patterns projected on to the skin have no "visual" content unless the individual is behaviorally active by directing the video camera using head, hand, or body movements. When the blind person does actively behave in this way, after a few hours of experience a remarkable emergence takes place: the person no longer interprets the skin sensations as body related but as images projected into the space being explored by the bodily directed "gaze" of the video camera. Thus to experience "real objects out there," the person must actively direct the camera (by head or hand).
Another sensory modality where the relation between perception and action can be seen is olfaction. Over many years of research, Walter Freeman has managed to insert an array of electrodes into the olfactory bulb of a rabbit so that a small portion of the global activity can be measured while the animal behaves freely. He found that there is no clear pattern of global activity in the bulb unless the animal is exposed to one specific odor several times. Furthermore, such emergent patterns of activity seem to be created out of a background of incoherent or chaotic activity into a coherent attractor.49 As in the case of color, smell is not a passive mapping of external features but a creative form of enacting significance on the basis of the animal's embodied history.
There is in fact growing evidence that this kind of fast dynamics can underlie the configuration of neuronal ensembles. It has been reported in the visual cortex in cats and monkeys linked to visual stimulation; it has been found in radically different neural structures such as the avian brain and even the ganglia of an invertebrate, Hermissenda. This universality is important, for it indicates the fundamental nature of this kind of mechanism of sensorimotor coupling and hence enaction. Had this kind of mechanism been a more species-specific process, typical of, say, only the mammalian cortex, it would have been be far less convincing as a working hypothesis.
Let us now tum to the idea that cognitive structures emerge from the kinds of recurrent sensorimotor patterns that enable action to be perceptually guided. The pioneer and giant in this area is Jean Piaget.

Piaget laid out a program that he called genetic epistemology: he set himself the task of explaining the development of the child from an immature biological organism at birth to a being with abstract reason in adulthood. The child begins with only her sensorimotor system, and Piaget wishes to understand how sensorimotor intelligence evolves into the child's conception of an external world with permanent objects located in space and time and into the child's conception of herself as both an object among other objects and as an internal mind. Within Piaget's system, the newborn infant is neither an objectivist nor an idealist; she has only her own activity, and even the simplest act of recognition of an object can be understood only in terms of her own activity. Out of this, she must construct the entire edifice of the phenomenal world with its laws and logic. This is a clear example in which cognitive structures are shown to emerge from recurrent patterns (in Piaget's language, "circular reactions") of sensorimotor activity.
Piaget, however, as a theorist, never seems to have doubted the existence of a pregiven world and an independent knower with a pregiven logical endpoint for cognitive development. The laws of cognitive gevelopment, even at the sensorimotor stage, are an assimilation of and an accommodation to that pregiven world. We thus have an interesting tension in Piaget's work: an objectivist theorist who postulates his subject matter, the child, as an enactive agent, but an enactive agent who evolves inexorably into an objectivist theorist. Piaget's work, already influential in some domains, would bear more attention from non-Piagetians.
One of the most fundamental cognitive activities that all organisms perform is categorization. By this means the uniqueness of each experience is transformed into the more limited set of learned, meaningful categories to which humans and other organisms respond. In the behaviorist era of psychology (which was also the heyday of cultural relativism in anthropology), categories were treated as arbitrary, and categorization tasks were used in psychology only to study the laws of learning. (The sense of arbitrariness also reflects the subjectivist trends in contemporary thought that emphasize the element of interpretation in all experience.) In the enactive view, although mind and world arise together in enaction, their manner of arising in any particular situation is not arbitrary. Consider the object on which you are sitting, and ask yourself what it is. What is its name? If you are sitting on a chair, the chances are that you will have thought chair rather than furniture or armchair. Why? Rosch proposed that there was a basic level of categorization in taxonomies of concrete objects at which biology, culture, and cognitive needs for informativeness and economy all met. In a series of experiments, Rosch et al. found the basic level of categorization to be the most inclusive level at which category members (1) are used, or interacted with, by similar motor actions, (2) have similar perceived shapes and can be imaged, (3) have identifiable humanly meaningful attributes, (4) are categorized by young children, and (5) have linguistic primacy (in several senses).
The basic level of categorization, thus, appears to be the point at which cognition and environment become simultaneously enacted. The object appears to the perceiver as affording certain kinds of interactions, and the perceiver uses the objects with his body and mind in the afforded manner. Form and function, normally investigated as opposing properties, are aspects of the same process, and organisms are highly sensitive to their coordination. And the activities performed by the perceiver/actor with basic-level objects are part of the cultural, consensually validated forms of the life of the community in which the human and the object are situated-they are basic-level activities.

Mark Johnson proposed another very intriguing basic categorization process. Humans, he argues, have very general cognitive structures called kinesthetic image schemas: for example, the container schema, the part-whole schema, and the source-path-goal schema. These schemas originate in bodily experience, can be defined in terms of certain structural elements, have a basic logic, and can be metaphorically projected to give structure to a wide variety of cognitive domains. Thus, the container schema's structural elements are "interior, boundary, exterior," its basic logic is "inside or outside," and its metaphorical projection gives structure to our conceptualizations of the visual field (things go in and out of sight), personal relationships (one gets in or out of a relationship), the logic of sets (sets contain their members), and so on.
On the basis of a detailed study of these kinds of examples, Johnson argues that image schemas emerge from certain basic forms of sensorimotor activities and interactions and so provide a preconceptual structure to our experience. He argues that since our conceptual understanding is shaped by experience, we also have image-schematic concepts. These concepts have a basic logic, which imparts structure to the cognitive domains into which they are imaginatively projected. Finally, these projections are not arbitrary but are accomplished through metaphorical and metonymical mapping procedures that are themselves motivated by the structures of bodily experience.

Sweetzer provides specific case studies of this process in linguistics. She argues that historical changes of meaning of words in languages can be explained as metaphorical extensions from the concrete and bodily relevant senses of basic-level categories and image schemas to more abstract meanings--for example, "to see" comes to mean "to understand."
Focusing on categorization, Lakoff has written a compendium of the work that various people have done that can be interpreted to challenge an objectivist viewpoint.

Recently Lakoff and Johnson have produced a manifesto of what they call an experientialist approach to cognition. This is the central theme of their approach:
Meaningful conceptual structures arise from two sources: (1) from the structured nature of bodily and social experience and (2) from our innate capacity to imaginatively project from certain well-structured aspects of bodily and interactional experience to abstract conceptual structures. Rational thought is the application of very general cognitive processes-focusing, scanning, superimposition, figure-ground reversal, etc.-to such structures.
This statement would seem consonant with the view of cognition as enaction for which we are arguing.
One provocative possible extension of the view of cognition as enaction is to the domain of cultural knowledge in anthropology. Where is the locus of cultural knowledge such as folktales, names for fishes, jokes-is it in the mind of the individual? In the rules of society? In cultural artifacts? How can we account for the variation found across time and across informants? Great leverage for anthropological theory might be obtained by considering the knowledge to be found in the interface between mind, society, and culture rather than in one or even in all of them. The knowledge does not preexist in anyone place or form but is enacted in particular situations-when a folktale is told or a fish named. We leave it to anthropology to explore this possibility.
Heideggerian Psychoanalysis
A view of psychopathology fundamentally different from either the Freudian approach or object relations theory was offered by Karl Jaspers, Ludwig Binswagner, and Merleau-Ponty based on the philosophy of Heidegger.
Intended to account for psychological disorders more general, more characterological, than the hysterical and compulsive symptomatology in which Freudian analysis specializes, this account can be dubbed the ontological view to contrast with Freud's representational, cognitivist, epistemological view. In the ontological view, a character disorder can be understood only in terms of a person's entire mode of being in the world. A theme, such as inferiority and dominance, which is usually only one dimension among many used by an individual in defining his world, becomes fixated, through an early experience, such that it becomes the only mode through which the person can experience himself in the world. It becomes like the light by which objects are seen-the light itself cannot be seen as an object-and thus there is no comparison possible with other modes of being in the world. Existential psychoanalysis has extended this type of analysis to pathologies other than character disorders at the same time that it has recharacterized so-called pathologies as existential choices.
The extent to which this phenomenological portrait of pathology lacks any specific methods of its own for treatment is well known, however. The patient might attempt to recall the initial incidents that produced the totalizing of one theme, enact and work through this theme through transference with the therapist, or undergo body work to discover and alleviate the embodied stance of the theme-all, however, are equally characteristic of therapies in which the disorder is conceived in a Freudian, object relations, or other theoretical fashion.
The possibilities for total personal reembodiment inherent in the mindful, open-ended approach to experience that we have been describing may provide the needed framework and tools for implementation of an existential, embodied psychoanalysis. In fact, the relationship between meditation practice, Buddhist teachings, and therapy is a topic of great interest and great controversy among Western mind fullness/awareness practitioners.
Psychological therapy in the Western sense is a historically and culturally unique phenomenon ; there is no specific counterpart within traditional Buddhism. Many Western meditators (whether they consider themselves students of Buddhism or not) either are therapists or are considering becoming therapists, and many more have the experience of undergoing therapy. But again, we must remind the reader of our disclaimer concerning what is said in this book about psychoanalysis. An adequate discussion of this ferment would lead us too far afield at this point , but we invite the reader to consider what form a reembodying psychoanalysis might take.