venerdì 31 gennaio 2014

il Te del Tao: LXVII - LE TRE COSE PREZIOSE


LXVII - LE TRE COSE PREZIOSE

Tutti al mondo dicono che il mio Tao è grande
ma che sembra non esser simile a nulla.
Proprio perché è grande
sembra che non sia simile a nulla,
se fosse simile a qualcosa
l'impaccerebbe la sua piccolezza.
Io ho tre cose preziose
che mi tengo ben strette e custodisco:
la prima è la misericordia,
la seconda è la parsimonia,
la terza è il non ardire d'esser primo nel mondo.
Sono misericordioso e perciò posso essere intrepido,
sono parsimonioso e perciò posso essere generoso,
non ardisco d'esser primo nel mondo
e perciò posso esser capo degli strumenti perfetti.
Oggi si è intrepidi trascurando la misericordia,
si è generosi trascurando la parsimonia,
si è primi trascurando di posporsi.
È la morte!
Chi è misericordioso
nel guerreggiare è vittorioso,
nel difendere è saldo.
Quei che il cielo vuol salvare
facendolo misericordioso lo preserva.

giovedì 30 gennaio 2014

mercoledì 29 gennaio 2014

Lasciarsi andare (8 di Coppe)


In quest'immagine di foglie di loto immerse nella luce dell'alba, possiamo vedere dalle increspature nell'acqua che una goccia di rugiada è appena caduta. È un momento prezioso, un istante di grande intensità. Arrendendosi alla gravità e scivolando dalla foglia, la goccia perde la sua precedente identità e si unisce alla vastità dell'acqua sotto di lei. Possiamo immaginare che, prima di cadere, possa aver tremato, sospesa sulla soglia tra conosciuto e inconoscibile. Scegliere questa carta è un riconoscimento del fatto che qualcosa si è concluso, è completo. Di qualsiasi cosa si tratti - un lavoro, una relazione, una casa che hai amato, qualsiasi cosa ti abbia aiutato a definire chi sei - è tempo di lasciarla andare, concedendoti di sentire la tristezza, ma senza tentare di rimanere aggrappato. Qualcosa di più grande ti aspetta; ci sono nuove dimensioni da scoprire. Hai già superato il punto di non-ritorno, e la gravità sta facendo il suo lavoro. Va' con lei... Rappresenta la liberazione.

Nell'esistenza nessuno è superiore e nessuno è inferiore. La foglia d'erba e la stella più grande sono assolutamente uguali, ma l'uomo vuole essere superiore agli altri, vuole conquistare la natura, pertanto deve lottare in continuazione. Tutte le difficoltà sono frutto di questa lotta. La persona innocente è quella che ha rinunciato a lottare: non è più interessata a essere superiore, non le interessa più recitare e dimostrare di essere speciale. È diventata simile a una rosa, o a una goccia di rugiada su una foglia di loto; è diventata parte dell'infinito; si è fusa, dissolta, unita con l'oceano, ed è solo un'onda; non ha alcuna idea dell'Io. La scomparsa dell'Io è innocenza.

lunedì 27 gennaio 2014

i grandi processi del Tao - VIII


I GRANDI PROCESSI STOCASTICI.

9. CONFRONTO E COMBINAZIONE DEI DUE SISTEMI STOCASTICI.

In questo paragrafo cercherò di rendere più precisa la descrizione dei due sistemi, di esaminare le funzioni di ciascuno di essi e infine di esaminare il carattere del più vasto sistema dell'evoluzione generale che risulta della combinazione dei due sottosistemi.
Ciascun sottosistema ha due componenti (come è implicito nella parola "stocastico",): una componente casuale e un processo di selezione che agisce sui prodotti della componente casuale.
Nel sistema stocastico del quale si sono soprattutto interessati i darwinisti, la componente casuale è il cambiamento "genetico", o per mutazione o per redistribuzione dei geni tra gli individui di una popolazione. Io parto dall'assunto che la mutazione non è sensibile alle esigenze dell'ambiente o alla tensione interna dell'organismo. Ma accetto anche l'assunto che il meccanismo di selezione che agisce sugli organismi casualmente variabili comprende sia la tensione interna di ciascuna creatura sia, in seguito, le circostanze ambientali cui la creatura è soggetta.
E' di importanza fondamentale notare che, per quanto riguarda la permanenza degli embrioni in un ambiente riparato (l'uovo o il corpo materno), l'ambiente esterno non esercita una forte azione selettiva sulle novità genetiche fino a quando l'epigenesi non ha compiuto molti passi. In passato e ancora a tutt'oggi la selezione naturale esterna ha favorito quei cambiamenti che proteggono l'embrione e l'individuo immaturo dai pericoli esterni. Ne è risultata una sempre maggiore separazione tra i due sistemi stocastici.
Un altro metodo per assicurare la sopravvivenza di parte, almeno, della prole è quello di accrescerne grandemente il numero. Se ciascun ciclo riproduttivo produce "milioni" di larve, la nuova generazione può sopportare circa sei decimazioni consecutive. Ciò equivale a trattare le cause esterne di decesso come probabilistiche, senza fare alcun tentativo di adattarsi alla loro natura specifica. Con questa strategia, inoltre alla selezione interna viene data piena libertà di agire sul cambiamento.
Così, o perchè‚ c'è protezione della prole immatura o perchè‚ essa viene generata in quantità astronomiche, accade che oggi, per molti organismi, le condizioni interne costituiscano il "primo" vincolo cui deve sottostare la nuova forma. Sarà vitale la nuova forma in questo ambito? L'embrione in sviluppo sarà capace di tollerare la nuova forma, oppure il cambiamento provocherà irregolarità letali nel suo sviluppo? La risposta dipenderà dalla flessibilità somatica dell'embrione. Soprattutto, nella riproduzione sessuata, l'accoppiamento dei cromosomi nella fecondazione impone un processo di comparazione. Ciò che vi è di nuovo nell'uovo o nello spermatozoo viene a contatto con ciò che vi è di vecchio nell'uno o nell'altro, e il confronto favorisce la conformità e la conservazione. Le novità eccessive saranno eliminate per ragioni di incompatibilità.
Al processo di fusione della riproduzione faranno seguito tutte le complessità dello sviluppo, e a questo punto l'aspetto combinatorio dell'embriologia, sottolineato dal termine "epigenesi", imporrà nuove prove di conformità. Sappiamo che nello stato precedente tutti i requisiti di compatibilità erano stati soddisfatti, con la conseguente produzione di un fenotipo sessualmente maturo. Se non fosse stato così, quello stato non sarebbe mai potuto esistere.
E' molto facile cadere nell'errore di ritenere che se il nuovo è vitale allora nel vecchio doveva esserci qualcosa che non andava. Questa opinione, cui sono inevitabilmente inclini organismi che già soffrono delle patologie causate da un cambiamento sociale rapidissimo e frenetico, è naturalmente in gran parte assurda. Ciò che è "sempre" importante è essere certi che il nuovo non sia "peggiore" del vecchio. Non è ancora assodato che una società contenente il motore a combustione interna sia vitale, o che dispositivi elettronici di telecomunicazione come la televisione siano compatibili con l'aggressiva rivalità intraspecifica prodotta dalla Rivoluzione industriale. A parità di condizioni (il che spesso non accade), il vecchio, che ha già superato più prove, ha più probabilità di essere vitale del nuovo, che non è stato ancora sottoposto ad alcuna prova.
La selezione interna, allora, è la prima batteria di analisi cui è soggetta qualunque componente o combinazione genetica nuova.
Viceversa, le radici immediate del secondo sistema stocastico sono nell'adattamento esterno (cioè nell'interazione tra fenotipo e ambiente). La componente casuale è data dal sistema costituito dal fenotipo in interazione con l'ambiente.
Le particolari caratteristiche acquisite generate in risposta a un dato cambiamento dell'ambiente possono essere prevedibili. Se si riducono le riserve alimentari, è probabile che l'individuo dimagrisca, soprattutto attraverso la metabolizzazione del proprio grasso. L'uso e il disuso apporteranno cambiamenti nello sviluppo o nel sottosviluppo di determinati organi. E così via. Analogamente, è spesso possibile prevedere un cambiamento particolare all'interno dell'ambiente: si può prevedere che una variazione climatica verso il freddo ridurrà la biomassa locale e ridurrà quindi le riserve di cibo per molte specie di organismi. Ma ambiente e organismo presi "insieme" diventano imprevedibili. Né l'organismo né l'ambiente contengono informazioni che permettano all'uno di conoscere la mossa successiva dell'altro. Ma in questo sottosistema è già presente una componente selettiva in quanto i cambiamenti somatici provocati dall'abitudine e dall'ambiente (compresa la stessa abitudine) sono adattativi. ("Assuefazione" è il nome della vasta classe di cambiamenti indotti dall'ambiente e dall'esperienza che non sono adattativi e non conferiscono vantaggi in termini di sopravvivenza). Ambiente e fisiologia insieme "propongono" cambiamenti somatici che possono essere vitali o non vitali, ed è lo stato dell'organismo in quel dato momento, così com'è determinato dalla "genetica", che ne determina la vitalità. Come ho sostenuto nel paragrafo 4, i limiti di ciò che può essere conseguito col cambiamento somatico o con l'apprendimento sono sempre fissati in ultima analisi dalla genetica.
Insomma, la combinazione di fenotipo e ambiente costituisce dunque la componente casuale del sistema stocastico che "propone" il cambiamento; lo stato genetico "dispone", permettendo alcuni cambiamenti e impedendone altri. I lamarckiani sostengono che il cambiamento somatico controlla quello genetico, ma in realtà è vero il contrario: è la genetica che limita i cambiamenti somatici, rendendone possibili alcuni e impossibili altri.
Inoltre, il genoma dell'organismo individuale, come ciò che contiene le potenzialità del cambiamento, è quello che gli informatici chiamerebbero una "banca", una riserva di possibili percorsi alternativi di adattamento. La maggior parte di queste alternative restano inutilizzate e perciò invisibili in qualunque individuo.
Analogamente, per quanto concerne l'altro sistema stocastico, si ritiene oggi che il "pool" genico della "popolazione" sia estremamente eterogeneo. Il mescolamento dei geni nella riproduzione sessuata crea, magari raramente, tutte le combinazioni genetiche che potrebbero presentarsi. Esiste quindi una grande banca di percorsi genetici alternativi che ogni popolazione selvaggia può imboccare sotto la pressione della selezione, come dimostrano gli studi di Waddington sull'assimilazione genetica.
Se questo quadro è corretto, tanto la popolazione quanto l'individuo sono pronti per muoversi. C'è da aspettarsi che non vi sia bisogno di attendere mutazioni appropriate, il che ha un certo interesse storico. Com'è noto, Darwin cambiò opinione sul lamarckismo nella convinzione che i tempi geologici fossero insufficienti per un processo evolutivo che agisse senza l'ereditarietà lamarckiana. Pertanto nelle edizioni successive dell'"Origine delle specie" egli accettò una posizione lamarckiana. La scoperta di Theodosius Dobzhansky che l'unità di evoluzione è la popolazione, e che la popolazione è un deposito eterogeneo di possibilità geniche, riduce fortemente il tempo richiesto dalla teoria evoluzionistica. La popolazione è in grado di rispondere immediatamente alle pressioni ambientali. L'organismo individuale è capace di cambiamenti somatici adattativi, ma è la popolazione che, tramite la mortalità selettiva, subisce i cambiamenti che vengono trasmessi alle generazioni future. Oggetto della selezione diventa la "potenzialità" del cambiamento somatico. E' sulla "popolazione" che agisce la selezione ambientale.
Passiamo ora a esaminare i contributi separati di ciascuno di questi due sistemi stocastici al processo evolutivo nel suo complesso. Chiaramente, in ciascun caso è la componente selettiva che determina la direzione di quei cambiamenti che vengono alla fine incorporati nel quadro globale.
La struttura temporale dei due processi stocastici è necessariamente diversa. Nel caso del cambiamento genetico casuale, il nuovo stato del D.N.A. esiste fin dall'istante della fecondazione, ma forse non contribuisce all'adattamento esterno se non molto più tardi. In altre parole, il primo criterio del cambiamento genetico è "conservativo". Ne segue che è questo sistema stocastico interno ad assicurare ovunque la chiara evidenza della somiglianza formale nelle relazioni interne tra le parti (cioè l'omologia). Inoltre, è possibile prevedere quale tra le molte specie di omologia sarà la più favorita dalla selezione interna: "in primo luogo" verrà favorita l'omologia citologica, quell'insieme così sorprendente di somiglianze che unisce tutto il mondo degli organismi cellulari. Ovunque guardiamo, all'interno delle cellule troviamo forme e processi confrontabili. La danza dei cromosomi, dei mitocondri e degli altri organelli citoplasmatici e la struttura ultramicroscopica uniforme dei flagelli, ovunque essi si presentino, nelle piante o negli animali - tutte queste somiglianze formali così profonde sono il risultato della selezione interna, che a questo livello elementare si concentra sul conservatorismo.
Una conclusione simile emerge quando ci s'interroga sul destino che attende i cambiamenti che hanno superato le prime prove citologiche. Un cambiamento occorso in una fase "più precoce" nella vita dell'embrione deve disturbare una catena più lunga e quindi più complessa di eventi successivi.
E' difficile o impossibile fornire una qualunque stima quantitativa della distribuzione delle omologie lungo la vita delle creature. Asserire che l'omologia predomina soprattutto nei primissimi stadi della produzione dei gameti, della fecondazione e così via, equivale a fare un'affermazione quantitativa che identifica i "gradi" dell'omologia e assegna un valore a caratteristiche quali il numero dei cromosomi, la struttura mitotica, la simmetria bilaterale, gli arti pentadattili, il sistema nervoso dorsale centrale, eccetera. Una siffatta valutazione risulta estremamente artificiale in un mondo dove la quantità non determina mai la struttura. Ma il sospetto resta. Le "uniche" strutture formali comuni a tutti gli organismi cellulari - alle piante come agli animali - si trovano al livello cellulare.
Da questi ragionamenti segue una conclusione interessante: dopo tante controversie e tanto scetticismo, la teoria della ricapitolazione è ancora sostenibile. Esiste una ragione a priori per attendersi che la struttura formale degli embrioni rassomigli a quella degli embrioni delle forme ataviche più di quanto la struttura formale degli adulti non rassomigli a quella degli adulti atavici. Non è certo questo che sognavano Haeckel e Herbert Spencer quando pensavano che l'embriologia dovesse seguire i percorsi della filogenesi. L'attuale formulazione è più negativa: deviare all'inizio del percorso è più difficile (meno probabile) che deviare più avanti.
Se fossimo ingegneri dell'evoluzione e ci trovassimo a dover scegliere un percorso filogenetico che da creature simili ai girini e capaci di nuotare liberamente portasse fino al "Balanoglossus", sessile e vermiforme, che vive nel fango, scopriremmo che il percorso evolutivo più facile eviterebbe disturbi troppo precoci e troppo drastici negli stadi di sviluppo dell'embrione. Potremmo scoprire addirittura che, segmentando l'epigenesi in stadi separati, si otterrebbe una semplificazione del processo "evolutivo". Arriveremmo allora a una creatura con larve simili a girini, capaci di nuotare liberamente, le quali ad un certo punto subirebbero una metamorfosi trasformandosi in adulti sessili e vermiformi. Il meccanismo del cambiamento non è semplicemente permissivo o semplicemente creativo. Vi è piuttosto un determinismo continuo per cui i cambiamenti che possono intervenire sono membri di una "classe" di cambiamenti conforme a quel particolare meccanismo. Il sistema del cambiamento genetico casuale filtrato dal processo selettivo della vitalità interna conferisce alla filogenesi le caratteristiche di una diffusa omologia.
Se ora consideriamo l'altro sistema stocastico, arriviamo ad un quadro completamente diverso. Bench‚ l'apprendimento o il cambiamento somatico non possano mai toccare direttamente il D.N.A., è chiaro che i cambiamenti somatici (cioè i famosi caratteri acquisiti) sono di solito adattativi. Adattarsi ai cambiamenti ambientali è utile in vista della sopravvivenza individuale e/o della riproduzione e/o del semplice benessere e della riduzione delle tensioni. Le modifiche di adattamento avvengono a molti livelli, ma a ciascun livello vi è un beneficio reale o apparente. E' bene ansimare quando si sale ad alta quota, ed è bene imparare a non ansimare quando si resta a lungo in alta montagna. E' bene avere un sistema fisiologico capace di compensare uno sforzo fisiologico, anche se l'adattamento conduce all'acclimazione e l'acclimazione può significare assuefazione.
In altre parole, l'adattamento somatico crea sempre un contesto per il cambiamento genetico; se poi tale cambiamento genetico sopravvenga o no, è tutt'altro problema; io lo metterò da parte per il momento, e considererò invece lo spettro di quello che "può" esser proposto dal cambiamento somatico. Chiaramente, questo spettro o insieme di possibilità porrà un limite esterno a ciò che può essere attuato da questa componente stocastica dell'evoluzione.
Una caratteristica comune dei cambiamenti somatici è subito evidente: "tutti" sono "quantitativi" o, come direbbero gli informatici, "analogici". Nel corpo animale il sistema nervoso centrale e il D.N.A. sono in ampia misura (e forse completamente) digitali, ma il resto della fisiologia è analogico.
Così, confrontando i cambiamenti genetici casuali del primo sistema stocastico con i cambiamenti somatici di risposta del secondo, incontriamo di nuovo l'asserzione generale sottolineata nel capitolo 2: "la quantità non determina la struttura". I cambiamenti genetici possono essere fortemente astratti e operare a grande distanza dalla loro espressione fenotipica ultima, e nella loro espressione finale possono indubbiamente essere quantitativi o qualitativi. Ma quelli somatici sono assai più diretti e, a mio avviso, soltanto quantitativi. Le proposizioni descrittive che forniscono alla descrizione della specie strutture comuni (cioè omologia) non sono mai disturbate, per quanto mi risulta, dai cambiamenti somatici che possono essere indotti dall'abitudine e dall'ambiente.
In altre parole, l'opposizione dimostrata da D'Arcy Thompson sembrerebbe aver radice in questa opposizione tra i due grandi sistemi stocastici(cioè derivare da essi.
Infine, devo mettere a confronto il duplice sistema stocastico dell'evoluzione biologica con i processi del pensiero. Anche il pensiero è caratterizzato da un siffatto duplice sistema? (Se così non fosse, l'intera struttura di questo libro sarebbe sospetta).
In primo luogo è importante notare che quello che nel capitolo 1 ho chiamato “platonismo” è oggi plausibile in base ad argomenti quasi opposti a quelli che potrebbe prediligere una teologia dualistica. Il parallelismo tra evoluzione biologica e mente viene istituito non postulando un Progettista o Artefice nascosto nel meccanismo del processo evolutivo, bensì postulando il carattere stocastico del pensiero. I critici di Darwin del secolo scorso (specie Samuel Butler) volevano introdurre nella biosfera ciò che essi chiamavano “mente” (cioè un'entelechia soprannaturale). Oggi io sottolineerei che il processo "creativo" deve sempre contenere una componente casuale. I processi esplorativi (l'interminabile procedere per "tentativi ed errori" del progresso mentale) possono conseguire la "novità" solo incamminandosi lungo percorsi presentatisi a caso, alcuni dei quali, alla prova, vengono in qualche modo selezionati per qualcosa di simile alla sopravvivenza.
Se ammettiamo che il pensiero creativo sia fondamentalmente stocastico, vi sono parecchi aspetti del processo mentale umano che suggeriscono un'analogia positiva. Cerchiamo una suddivisione binaria del processo mentale che sia stocastica in entrambe le sue metà, le quali però differiranno per il fatto che la componente casuale dell'una sarà digitale e la componente casuale dell'altra sarà analogica.
Il modo più semplice di affrontare questo problema sembra essere quello di considerare dapprima i processi selettivi che governano e limitano il risultato. In questo caso i due metodi principali per saggiare i pensieri o le idee sono noti a tutti.
Il primo è una prova di coerenza: la nuova idea ha senso alla luce di ciò che già si conosce o si crede? Anche ammettendo che vi siano molte specie di senso e che la 'logica', come già si è visto, sia un modello poco valido di come funziona il mondo, tuttavia una certa qual conformità o coerenza (rigorosa o fantastica) è il primo requisito che il pensatore esige dalle idee che gli si presentano alla mente. Per converso, la genesi delle idee nuove dipende quasi interamente (forse non interamente) dal rimescolamento e dalla ricombinazione di idee che già si possedevano.
Vi è di fatto un parallelismo assai stretto tra questo processo stocastico all'interno del cervello e l'altro processo stocastico costituito dalla genesi dei cambiamenti genetici casuali su cui opera una selezione interna per assicurare una certa conformità tra il vecchio e il nuovo. E se esaminiamo la cosa più da vicino, la somiglianza formale sembra aumentare.
Quando ho discusso la contrapposizione tra epigenesi ed evoluzione creativa, ho sottolineato che nell'epigenesi devono essere tenute lontane tutte le informazioni "nuove", e che il processo somiglia piuttosto all'elaborazione di teoremi all'interno di una tautologia di partenza. In questo capitolo ho sottolineato che l'intero processo dell'epigenesi può essere considerato come un filtro critico ed esatto, che esige certi requisiti di conformità all'interno dell'individuo che si sviluppa. Vediamo ora che nel processo intracranico del pensiero vi è un filtro simile che, come l'epigenesi entro l'organismo individuale, esige la conformità e la ottiene tramite un processo più o meno somigliante alla logica (cioè somigliante all'individuazione dell'appropriata tautologia per creare teoremi). Nel processo del pensiero il "rigore" è l'analogo di quello che nell'evoluzione è la "coerenza interna".
Insomma il sistema stocastico intracranico del pensiero o dell'apprendimento ha una forte somiglianza con la componente dell'evoluzione in cui i cambiamenti genetici casuali sono selezionati dall'epigenesi. Infine, allo storico delle culture viene così offerto un mondo in cui certe somiglianze formali persistono per molte generazioni di storia culturale, sicché‚ egli può cercare di individuare tali strutture proprio come uno zoologo cerca le omologie.
Passando ora a quell'altro processo di apprendimento o di pensiero creativo che comprende non solo il cervello dell'individuo ma anche il mondo che circonda l'organismo, vi troviamo l'analogo del processo evolutivo in cui l'esperienza, imponendo cambiamenti di abitudini e del soma, crea quella relazione tra creatura e ambiente che chiamiamo "adattamento".
Ogni azione della creatura vivente comporta una certa dose di tentativi ed errori, e un tentativo, per essere nuovo, dev'essere in qualche misura casuale. Anche se la nuova azione è solo un elemento di qualche "classe" di azioni bene esplorata, deve pur sempre diventare, appunto perchè‚ nuova, in qualche misura una convalida o un'esplorazione della proposizione “ecco-come-si-deve-fare”.
Ma nell'apprendimento, come nel cambiamento somatico, vi sono limitazioni e facilitazioni che selezionano ciò che può essere appreso. Alcune di esse sono esterne all'organismo, altre sono interne. Nel primo caso, ciò che può essere appreso in un dato istante è limitato o facilitato da ciò che è stato appreso in precedenza. Esiste anzi un apprendimento ad apprendere, con un limite ultimo, imposto dalla costituzione genetica, per ciò che può essere cambiato immediatamente in risposta alle necessità ambientali. E' come se ad ogni passo venisse rimosso uno strato, fino ad arrivare al controllo genetico.
Da ultimo, è necessario ricomporre i due processi stocastici che ho separato ai fini dell'analisi. Quale relazione formale esiste tra loro?
A mio avviso, il nocciolo della questione sta nell'opposizione tra digitale e analogico o, per dirla in altri termini, nell'opposizione tra il "nome" e il "processo" che ha quel nome.
Ma l'"assegnazione del nome" è a sua volta un processo, il quale interviene non solo nelle nostre analisi ma, in modo profondo e significativo, anche entro i sistemi che tentiamo di analizzare. Quali che siano la codificazione e la relazione meccanica fra il D.N.A. e il fenotipo, il D.N.A. rimane pur sempre in qualche modo un insieme di ingiunzioni che esigono le relazioni che si manifesteranno nel fenotipo - e, cioè, in questo senso, danno loro un nome.
E quando ammettiamo che l'assegnazione dei nomi è un fenomeno che si presenta nei fenomeni che studiamo e li organizza, riconosciamo "ipso facto" che in quei fenomeni ci attendiamo gerarchie di tipi logici.
Con Russell e coi "Principia" possiamo giungere fino a questo punto. Ma noi non ci troviamo ora nel mondo russelliano della logica astratta o della matematica, e non possiamo accettare una vuota gerarchia di nomi o di classi. Per il matematico va benissimo parlare di "nomi di nomi di nomi" o di "classi di classi di classi", ma per lo scienziato questo mondo vuoto non basta. Ciò che noi cerchiamo di afferrare è un'interconnessione, un'interazione di passaggi digitali (ossia l'assegnazione del nome) e analogici. "Il processo di assegnazione del nome può a sua volta ricevere un nome", e questo fatto ci obbliga a sostituire alla semplice scala di tipi logici proposta dai "Principia" un'"alternanza".
In altre parole, per ricombinare i due sistemi stocastici in cui ho diviso tanto l'evoluzione quanto il processo mentale ai fini dell'analisi, dovrò considerarli come "alternantisi". Ciò che nei "Principia" appare come una scala fatta di gradini tutti uguali (nomi di nomi di nomi e così via) diventerà un'alternanza di due specie di gradini. Per passare dal "nome" al "nome del nome" dobbiamo passare attraverso il "processo" di assegnare un nome al nome. Dev'esserci sempre un processo generativo mediante il quale le classi, prima di poter ricevere un nome, vengono create.













mercoledì 22 gennaio 2014

in Memoriam Tao: Claudio Abbado


Claudio Abbado in Memoriam (26.06.1933 - 20.01.2014)
Gustav Mahler, "Adagietto", Symphony No 5
Lucerne Festival Orchestra 2004


Val Fex, Sils Maria, Switzerland

Tao Paradoxico-Philosophicus 11-13



    Un dieu donne le feu     
     Pour faire l'enfer;      
      Un diable, le miel     
       Pour faire le ciel.  
   



TRACTATUS PARADOXICO-PHILOSOPHICUS

11 Complex: consider paradoxical observers interacting with self-organizing, unpredictable, paradoxical, non-trivial environments that include the observers, thus eluding trivialization.
11.01 Interaction: any limit between the “distinguished” and its “background” vanishes for one or more of these observers interacting with themselves or socially.
11.1 Simple: consider logical observers distinguishing non-self-organizing, predictable, logical, trivial environments that exclude the observers, thus embracing trivialization.
11.11 Distinction: a clear limit between the “distinguished” and its “background”s in social intercourse.
11.2 Observers cannot trivialize organizationally closed unities.
11.21 Any attempt to trivialize them will either fail or destroy (loss of organizational closure) the organizationally closed unities (also a failure).
11.3 Observers cannot trivialize a complex environment without destruction.



12 Mind: consider the activity of the nervous system that encompasses thinking, perceiving, emotions and feelings.
12.1 Consider emotions and feelings as the paradoxical activities of closed organizations (that cross and include the sensory and effector surfaces) inside and outside the nervous system of a paradoxical observer.
12.11 Therefore, emotions and feelings thoroughly escape the logical observer since the logical observer contemplates only inside or outside the nervous system.
12.2 Just as in the network of oscillators discussed in the Introduction, where external stimuli may drastically reduce the possibilities (number of choices available), so may suitable stimuli applied to the nervous system stunt, in different degrees, its potential for emotional, physical and intellectual expressions.
12.21 The resulting damage, temporary or permanent, often not obvious and sometimes desirable as in a hierarchical environment, where moderate or no thinking at all constitutes a requisite for membership.



13 Language-games: imagine predictable and unpredictable games that observers play, logically, inside or outside and, paradoxically, inside and outside their nervous systems, thus defining their forms of life.
13.1 Meaning: consider the uses that observers give to words in language-games.
13.11 If the language-games change or vanish, so do the meanings of words used by observers.
13.2 Language: consider the language-games trivialized (made predictable) by logical observers, where the meanings of words soon evaporate.
13.3 Explanation: consider the attempts to trivialize a language, e.g., using it only to follow rules while striving for a “logically perfect language”.
13.4 Communication: consider any attempt to use a trivialized language among observers.
13.5 Thinking: consider the activities involving the nervous system of a paradoxical observer, including emotions and feelings, and thus offering new language-games to the observer.
13.6 Conversation: consider the activities involving the thinking of one or more paradoxical observers, thus offering new language-games to these and other observers.

Tractatus Paradoxico-Philosophicus

A Philosophical Approach to Education
Un Acercamiento Filosófico a la Educación
Une Approche Philosophique à l'Education
Eine Philosophische Annäherung an Bildung

Ricardo B. Uribe

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Tao Paradoxico-Philosophicus 9-10

martedì 21 gennaio 2014

il bordo vertiginoso del Tao

"Ti torna in mente una frase letta anni fa: non guardate indietro, ci siete già stati. Allora ti era parsa uno spunto arguto. Magari un po' new age, ma arguto. Adesso ti chiedi se poi è vero che ci siamo già stati. Non sei così sicuro, non lo sai bene cosa c'è da quelle parti."
Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1919
Are men still, catch a wheel within a wheel,
See more in a truth than the truth's simple self,
Confuse themselves. You see lads walk the street
Sixty the minute; what's to note in that?
You see one lad o'erstride a chimney-stack;
Him you must watch--he's sure to fall, yet stands!
Our interest's on the dangerous edge of things.
The honest thief, the tender murderer,
The superstitious atheist, demirep
That loves and saves her soul in new French books--
We watch while these in equilibrium keep
The giddy line midway: one step aside,
They're classed and done with. I, then, keep the line
Before your sages,--just the men to shrink
From the gross weights, coarse scales and labels broad
You offer their refinement. Fool or knave?
Why needs a bishop be a fool or knave
When there's a thousand diamond weights between?
So, I enlist them. Your picked twelve, you'll find,
Profess themselves indignant, scandalized
At thus being held unable to explain
How a superior man who disbelieves
May not believe as well: that's Schelling's way!
It's through my coming in the tail of time,
Nicking the minute with a happy tact.
Had I been born three hundred years ago

Robert Browning, Bishop Blougram's Apology

Gianrico Carofiglio

lunedì 20 gennaio 2014

Tao formale


Il numero è il principio
Pitagora

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.
Galileo Galilei, Il Saggiatore, 1623

Il fatto che un sistema formale, definito in uno specifico linguaggio quale - tra i più noti - la matematica, possa descrivere efficacemente l'universo fisico, e in generale molti sistemi naturali, è da secoli motivo di discussione e stupore.

Il modello di relazione per la mappatura tra un sistema naturale ed uno formale è del genere:
Rosen Observed System Diagram
dove i processi di mappatura implicano un codifica/decodifica tra il sistema naturale e quello formale e autoprocessi di inferenza o implicazione per quello formale e di causalità in quello naturale. Il processo di modellamento per le scienze naturali può essere descritto come:
The modeling relation.

Figure above represents the modeling relation in a pictorial form. The figure shows two systems, a natural system and a formal system related by a set of arrows depicting processes and/or mappings. The assumption is that when we are "correctly" perceiving our world, we are carrying out a special set of processes that this diagram represents. The natural system is something that we wish to understand. In particular, the pink arrow on the left depicts causality in the natural world. This idea will need some additional explanation further on. On the right is some creation of our mind or something our mind uses in order to try to deal with observations or experiences we have. The blue arrow on the right is called "implication" and represents some way in which we manipulate the formal system to try to mimic causal events observed or hypothesized in the natural system on the left. The bottom red arrow is some way we have devised to encode the natural system or, more likely select aspects of it (having performed a measurement as described above), into the formal system. Finally, the upper red arrow is a way we have devised to decode the result of the implication event in the formal system to see if it represents the causal event's result in the natural system. Clearly, this is a delicate process and has many potential points of failure. When we are fortunate to have avoided these failures, we actually have succeeded in having the following relationship be true:


causality = decoding + implication + encoding

When this is true, we say that the diagram commutes and that we have produced a model of our world.

Please note that the encoding and decoding mappings are independent of the formal and/or natural systems. In other words, there is no way to arrive at them from within the formal system or natural system. This makes modeling as much an art as it is a part of science.


Donald C. Mikulecky, ROBERT ROSEN: THE WELL POSED QUESTION AND ITS ANSWER-WHY ARE ORGANISMS DIFFERENT FROM MACHINES?
La relazione di modellamento si estende a più livelli ricursivi considerando meta-modelli, meta-meta-modelli etc. inglobati in sistemi naturali o concettuali sempre più ampi:
Modello sulla formazione dei modelli
Un esempio di sistema formale altamente complesso: formulazione lagrangiana del Modello Standard delle particelle elementari

venerdì 17 gennaio 2014

Tao a scacchi

L'undicesima partita del match del secolo, giocata il 6 agosto 1972 a Reykjavik (Islanda) fra il Campione del Mondo in carica Boris Spassky e lo sfidante americano Robert James Fischer, rappresenta una delle migliori creazioni della brillante inventività del giocatore russo. In essa Spassky confuta in modo esemplare la condotta di gioco troppo avventurosa, anzi spaccona, del suo avversario, dando una lezione magistrale di come si deve approfittare del vantaggio di sviluppo.

Difesa Siciliana, variante Najdorf, sv. del Pedone avvelenato
1 e4, c5; 2 Cf3, d6; 3 d4, c:d4; 4 C:d4, Cf6; 5 Cc3, a6; 6 Ag5, e6; 7 f4, Db6; 8 Dd2, ...
Posizione dopo la mossa 8 Dd1-d2
Il Bianco offre il Pb2 alla Donna nera in cambio di un'accelerazione dello sviluppo del suo schieramento in confronto a quello avversario. Infatti il Nero, se decide di accettare il sacrificio, deve mettere in conto la perdita di tempo per far rientrare il suo pezzo più forte in una zona meno insicura della scacchiera. Questa continuazione particolare della variante Najdorf in molti testi è denominata sottovariante del Pedone avvelenato proprio per i grandi rischi che comporta per il Nero.

Naturalmente Fischer, da gran golosone come sempre è stato, non si fa pregare ed accetta subito la sfida mangiando il Pedone bianco:

8 ..., D:b2; 9 Cb3, Da3;

Questa mossa di Donna del Nero è dovuta al fatto che il Bianco già minacciava di intrappolarla e catturarla con la manovra Pa2-a3 e Ta1-a2. Ora però segue una forte mossa di Spassky, che procura al suo avversario un'impedonatura sul lato di Re:

10 A:f6!, g:f6; 11 Ae2, h5;

La spinta di Pedone di Fischer serve a prevenire la mossa Ae2-h5, che metterebbe prematuramente sotto pressione il Pf7 e, di conseguenza, il monarca nero...

12 O-O, Cc6; 13 Rh1, Ad7;

Il Bianco ha messo al sicuro il suo Re, il Nero sviluppa il suo Alfiere campochiaro per poter mettere successivamente in moto la Ta8. A questo punto della partita Fischer probabilmente si sentiva abbastanza sicuro di riuscire a riportare senza danni la Donna entro le proprie linee difensive per poi giocare il resto della partita con un Pedone di vantaggio. Ma Spassky aveva pronta per lui una grande sorpresa:
Posizione dopo la mossa 13 ..., Ac8-d7
14 Cb1!, ...

Tutto l'americano poteva prevedere, tranne una mossa d'attacco portata da un Cavallo che torna alla casa di partenza! Questa idea di Spassky è entrata di diritto nella teoria delle aperture e viene adesso citata in tutti i manuali, ma all'epoca del match era sconosciuta e quindi si può soltanto immaginare che pensieri dovettero attraversare in quel momento la mente di Fischer quando finalmente si accorse di avere la Donna in pericolo...

14 ..., Db4; 15 De3 (minacciando 16 a3 e 17 Cc3 con cattura della Donna nera), d5?;

Fischer propone il cambio per levarsi la preoccupazione di dover badare alla propria Donna, ma naturalmente Spassky non accetta. Pertanto l'americano, dopo una sofferta riflessione, decide di aprire una diagonale di fuga per il suo pezzo più potente, anche a costo di restituire il Pedone guadagnato in apertura. Ma qui era corretta 15 ..., Ce7!? liberando la casa c6 per un'eventuale ritirata della Donna nera, a cui poteva seguire 16 C1d2!? con gioco confuso ed incerto. Ora invece Spassky prende saldamente in mano l'iniziativa:

16 e:d5, Ce7; 17 c4! (dopo 17 d:e6, f:e6 il Nero elimina la sua l'impedonatura), Cf5; 18 Dd3, h4?!;

Non smentendo la sua fama di attaccante, Fischer con la sua ultima mossa minaccia il Re bianco con 19 ..., Cg3+!; 20 h:g3, h:g3+; 21 Rg1, D:b3!!; 22 a:b3, Ac5+; 23 Tf2, A:f2+; 24 Rf1, Th1#, tuttavia la meno ambiziosa mossa difensiva 18 ..., Ae7 era probabilmente da preferire...

19 Ag4!, Cd6?!;

Ora non va 19 ..., Cg3+?? per via di 20 h:g3, h:g3+; 21 Ah3! e il Bianco vince. La mossa scelta dallo statunitense attacca il Pc4 ma limita drasticamente i movimenti della Donna nera. Comunque anche dopo 19 ..., Ch6?!; 20 d:e6, A:e6; 21 A:e6, f:e6; 22 Cc3! la situazione del Nero non è per nulla invidiabile. Forse la mossa che resiste di più è la ritirata 19 ..., Ce7, ma è risaputo che il gioco di pura difesa non si addice allo spirito combattivo di Fischer...

20 C1d2, f5; 21 a3!, Db6?!

Anche dopo 21 ..., Da4; 22 Cc5!, Da5; 23 C:d7, R:d7; 24 Af3 il Bianco sta nettamente meglio, ma perlomeno il Nero avrebbe opposto maggiore resistenza...

22 c5, Db5; 23 Dc3!, f:g4?;

Per salvare la Donna nera bisognava giocare 24 ..., Tg8; 25 a4, Ag7; 26 Cd4, A:d4; 27 D:d4, Da5, tuttavia il Bianco avrebbe dilagato proseguendo con 28 c:d6, f:g4; 29 Ce4!.
Persa per persa, Fischer decide di abbandonare la propria Donna per tentare un contrattacco sul lato di Re:

24 a4! (più forte di 24 D:h8), h3 (De2; 25 Tae1!); 25 a:b5, h:g2+; 26 R:g2, Th3;
Posizione dopo la mossa 26 ..., Th8-h3
27 Df6!, Cf5;

Infatti non salva neppure una mossa difensiva come 27 ..., Th6 a causa della continuazione 28 Dg5, Tg6; 29 De5, C:b5; 30 f5!, Ag7; 31 f6, Ah6; 32 f:e6, A:e6; 33 c6!, b:c6; 34 T:a6!! ed il Bianco vince, dato che a 34 ..., T:a6?? segue il matto 35 Db8+, Rd7; 36 Cc5#. Spassky compie adesso una decisiva avanzata dei suoi Pedoni:

28 c6!, Ac8 (b:c6; 29 d:c6, Ac8; 30 b6!, Ae7; 31 b7!, Tb8; 32 De5, Ad6; 33 Da5!, Ce3+; 34 Rg1, C:f1; 35 T:f1, A:b7; 36 c:b7, T:b7; 37 D:a6 e vince); 29 d:e6, f:e6; 30 Tfe1, Ae7; 31 T:e6!, abbandona. 1-0

A 31 ..., A:e6 segue 32 D:e6, Ce3+; 33 Rg1, Rf8; 34 c7! ed il Bianco vince.

Narrano i cronisti che Fischer firmò velocemente il suo formulario, non degnò di uno sguardo il suo avversario e se ne andò visibilmente arrabbiato. Il giorno dopo, calmati i nervi, confidò ai suoi collaboratori di aver giocato come un idiota, ma ciò non sminuisce neanche un po' i grandi meriti di Spassky.


http://scacchi.qnet.it/manuale/partit01.htm
Laugardaelir Church Cemetery,Selfoss, Suðurland, Iceland

venerdì 10 gennaio 2014

il Te del Tao: LXVI - POSPORRE SÉ STESSO


LXVI - POSPORRE SÉ STESSO

La ragione per cui fiumi e mari
possono essere sovrani di cento valli
è che ben se ne tengono al disotto:
perciò possono essere sovrani di cento valli.
Così chi vuole stare disopra al popolo
con i detti se ne pone al disotto,
chi vuol stare davanti al popolo
con la persona ad esso si pospone.
Per questo il santo
sta disopra ed il popolo non ne è gravato,
sta davanti ed il popolo non ne è ostacolato.
Così il mondo gioisce
di sospingerlo innanzi e mai ne è sazio.
Poiché ei non contende
nessuno al mondo può muovergli contesa.

trip the Tao



What a day
I can barely keep my eyes wide open
I don't wanna see straight
What a day
Feels like my breath is heavy again
And I'm totally faded
Come to me
Come to me
I am waiting for you
Come to me
I can't wait
Follow me, follow me
As I trip the darkness
One more time
Follow me, follow me
I awake from madness
Just in time
What a day
Seconds, minutes and hours spill over
There's no time here in space
What a day
I see beauty in everything
But the world is still fading away
What a day
I can barely keep my eyes wide open
I don't wanna see straight
What a day
Seconds, minutes and hours spill over
There's no time here in space
Come to me come to me
Come to me come to me
Come to me come to me
I am waiting for you

http://www.lacunacoil.it/

giovedì 9 gennaio 2014

Compromesso (6 di Denari)


Nelle corti dell'antico Giappone, i servitori maschi erano spesso scelti tra i ranghi dei criminali minori, che venivano castrati. A causa della loro intima familiarità con le attività della corte, erano spesso al centro di intrighi politici e sociali, ed esercitavano un forte potere dietro le quinte. Le due figure di questa carta ci ricordano le situazioni poco pulite e gli intrighi in cui possiamo coinvolgerci allorché compromettiamo la nostra verità. Una cosa è incontrare l'altro a metà strada, comprendere un punto di vista diverso dal nostro e trovare un'armonia tra forze opposte; un'altra è cedere e sottomettersi, tradendo la nostra verità. Se guardiamo in profondità dentro di noi, scopriremo che in questi casi stiamo di solito cercando di ricavare qualcosa dalla situazione - che si tratti di potere o di approvazione da parte degli altri. Se hai queste tentazioni, stai attento: la ricompensa per questo tipo di compromessi lascia sempre un sapore amaro in bocca

Non essere astuto, altrimenti rimarrai sempre lo stesso, non cambierai mai. Una tecnica parziale sul sentiero dell'amore e una tecnica parziale sul sentiero della meditazione creeranno in te una confusione inestricabile. Non saranno di alcun aiuto. Chiedere aiuto però va contro l'ego, e quindi cerchi di fare un compromesso. Questo compromesso sarà ancor più pericoloso, ti confonderà ancor di più - essendo frutto della confusione, creerà ancor più confusione. Cerca di comprendere il motivo per cui aspiri a fare questo compromesso. Prima o poi riuscirai a capire che quel compromesso non t'aiuterà. Potrebbe essere solo un modo per non andare in nessuna delle due direzioni, oppure un modo per reprimere la tua confusione. Ma quest'ultima tornerà a imporsi! Non reprimere mai nulla, sii lucido per ciò che riguarda la situazione in cui ti trovi. E se sei confuso, ricorda che sei confuso. Questa sarà la prima cosa lucida, chiara, rispetto a te stesso: il fatto che sei confuso. In questo modo hai iniziato il viaggio.

mercoledì 8 gennaio 2014

limiti del Tao sorridente



Stamattina mischio l'Orzoro con l'Ovomaltina e me la bevo amaro come il Petrus, indeciso se indossare un jeans Pooh o un jeans Jesus, metto un Wrangler, poi leggo i Peanuts di Linus, esco con calma, pago lo Zagor con la moneta romana dell'Ergo Spalma; come Fred vado dalla mia Wilma, la sogno su di un amaca all'ombra di una palma.
La mia macchina? 131 Supermirafiori.
Nello stereo: "Un corpo e un anima" di Wess e Dori Ghezzi.
In giro vedessi che prezzi, mamma santa, un Dalek a lire 150.
Ho un Settebello nei miei panta a zampa anni '70 e tanta voglia di metterla a novanta, questa vita molto bassa passa, e guai a chi non se la spassa mai.
Mai, mai e poi mai riproverò questi brividi, mai e poi mai riproverò cose simili.
Mai e poi mai le elimini, aiuto, sto diventando come Limiti!
Sarà il cavallo che solletica il fringuello, saranno certe foto sul Monello che mi fanno Intrepido, mi sento fico quando faccio centro, amore ti ho portato il Rosso Antico, diamoci dentro!
Che più si aspetta più i tempi si fanno cupi.
Rimpiango Sandokan sul Cinevisor Mupi, i lupi di Fabuland, i Lego, i Trasferelli, le scatole di Silvan e di Tony Binarelli; Bontempi quelli degli organetti che soffiavano motivi validi, Adica pongo che si fanno morbidi tra le mie mani, richiami così vicini da non apparire più lontani, in una spirale verso il disastro, una Girella nella bocca del Golosastro, uno strazio, Topo Ignazio buttami un mattone sulla testa che questa nostalgia non passa mai.
Mai, mai e poi mai riproverò questi brividi, mai e poi mai riproverò cose simili.
Mai e poi mai le elimini, aiuto, sto diventando come Limiti!
Va bene, ora c'è l'Eurostar ma prima c'era il Lima, amavo gustarmelo in vetrina, shokkato, la stessa che una volta ho appannato col fiato quando hanno esposto il calcio-balilla calamitato.
Erano gli anni dell'acciaio Inox, ogni bambino sullo spazzolino aveva il Paperino's.
Chi non sa cos'è ne resta fuori, chi non sa che Ariel "fredda lo sporco e accarezza i colori" non capisce, che siamo peggiorati tanto che te ne vergogni, che Migliorati sono solo "bambole dei sogni", che muori per trattori ed animali, che il Dolce Forno può fare pure le torte nuziali.
Ridi pure ma la situazione è tragica per chi è convinto che la maglieria sia magica, nessuna logica mi salva, sai,sono un fottuto nostalgico, non mi riprenderò mai.
Mai, mai e poi mai riproverò questi brividi, mai e poi mai riproverò cose simili.
Mai e poi mai le elimini, aiuto, sto diventando come Limiti!




Leggere Shakespeare, questo è il vero problema.
A fine stagione elettorale sconti della pena.
Il Lambro che cos'è? Un fiume in pena.
Odio le girandole perché mi tolgono il respiro.
Ai sistemi operativi io preferisco la biro.
Se la sala è piena il film fa schifo.
Ostentare la modestia è una cosa da superbi.
Anche gli incorruttibili si fanno influenzare dai germi.
Chi veste a caso non è sempre di facili costumi.
Il pregiudizio ti sballa più degli acidi che assumi.
Le persone provinciali sono tutte un po' comuni, sono tutte un po' comuni, sono tutte un po' comuni.
Non mi interessa essere capito mi interessa essere. Capito? Essere! Capito?
Alle votazioni gli indecisi sono decisivi.
I colletti bianchi stavano in banchi di collettivi.
Vedi Satana dappertutto, sei sei sei pazzo.
Il mio ultimo piano sarà salire sul terrazzo.
Chi guadagna da vivere non guadagna da morire.
Sono un rapper al tramonto quando arriva l'imbrunire. Puoi fare accordi con tutti ma non farli con il sire, non farli con il sire, non farli con il sire.
Non ho voglia di andare d'accordo, ho voglia di andare. D'accordo?
Di andare. D'accordo?
Fare dischi di denuncia o fare dischi da denuncia?
La parola spesso è più importante di chi la pronuncia.
Quando la mia voce ti molesta eiaculo e godo.
Io sarei un ragazzo a modo se solo ci fosse un modo e per non terrorizzarti ti sorrido mentre affogo, ti sorrido mentre affogo, ti sorrido mentre affogo.

martedì 7 gennaio 2014

clusters meta-Tao

Visualization of the Internet data at the AS level. A plot of all nodes, ordered by their k-shell indices. The legend to the left denotes degree, and the legend to the right denotes k-shell index.
from: Shai Carmi, Shlomo Havlin, Scott Kirkpatrick, Yuval Shavitt and Eran Shir, "A model of Internet topology using k-shell decomposition", Proc. of the IEEE
La successiva metastruttura discussa da Tyler Volk e Jeff Bloom sono i clusters, intesi come aggregazione statica o dinamica di elementi fisici o mentali:

Background

Clusters refer to the accumulation or movement of objects or ideas to positions of proximity to one another. Such clustering may involve one or more center attractors. Clustering seems to involve some sort of attraction that brings objects or ideas together.
Jos Leys, Kaleido 4D

Examples

  • In science: plant growth in particular location, clusters of stars, lichen growth on a particular part of a rock, mold and bacterial growth, bird flocks, colonial organisms, etc.
  • In architecture and design: building plans that provide space for people to gather; office spaces or rooms in a home that come together around a common space; automobile controls and feedback dials on dashboards; placement of plants and objects in landscape design; etc.
  • In art: movement apart and together in drama and dance; pictorial representations of alternating space and clusters; etc.
  • In social sciences: town and city development; tribal, community, and nation development; clustering of ideas within a conceptual space; formations of cities and town; family structures; cliques; gangs; etc.
  • In other senses: cultural and religious events and gatherings; parties; groupings of people in a variety of settings and contexts; etc.
Berndnaut Smilde, Nimbus II, 2012
M92 globular cluster

Metapatterns

The Pattern Underground

Tao rosso




«La musica è il calice che contiene il vino del silenzio.
Il suono è quel calice, ma vuoto. Il rumore è quel calice, ma rotto.»

Robert Fripp

venerdì 3 gennaio 2014

tiranni del Tao


Il settimo libro di Carlos Castaneda contiene un tipico esempio dello spietato comportamento degli "antichi Toltechi" nell'apprendistato di un praticante:

I PINCHES TIRANOS

Don Juan non mi tornò a parlare del controllo della consapevolezza fino a qualche mese dopo. Ci trovavamo allora nella casa dove risiedeva tutto il gruppo dei veggenti.
"Andiamo a fare quattro passi" mi disse brusco Don Juan, mettendomi una mano sulla spalla. "O meglio ancora, andiamo dove c'è tanta gente, nella piazza del paese, e sediamoci a chiacchierare."
Fui molto sorpreso che mi parlasse; ero arrivato alla casa da vari giorni e lui non aveva mai neanche risposto ai miei saluti.
Mentre Don Juan e io stavamo uscendo di casa, la Gorda ci intercettò e pretese che la portassimo con noi. Sembrava decisa a seguirci. Con voce molto ferma Don Juan le disse che doveva discutere con me di certe cose in privato.
"Parlerete di me" disse la Gorda; il tono e i gesti tradivano diffidenza e collera.
"Ebbene, si" rispose seccamente Don Juan.. Passò dinanzi a lei senza girarsi a guardarla.
Lo seguii e camminammo in silenzio fino alla piazza del paese. Quando ci fummo seduti gli chiesi di che diavolo potessimo discutere a proposito della Gorda. Mi pesava ancora lo sguardo minaccioso che mi aveva rivolto quando eravamo usciti di casa.
"Non abbiamo da discutere nulla sulla Gorda o su nessun'altra persona" rispose. "Lo dissi. solo per punzecchiare la sua enorme importanza personale. E ha funzionato. Ce l'ha a morte con noi. lo la conosco bene, starà parlando tra sé e sé e si sarà detta quanto le basta per darsi fiducia e sentirsi indignata per essere stata rifiutata e trattata da stupida. Non mi sorprenderebbe se venisse a sedersi accanto a noi, su questa panchina."
"Se non parleremo della Gorda, di che parleremo?" gli chiesi
"Continueremo il discorso che cominciammo a 0axaca" rispose. "Capire questa spiegazione richiederà il tuo massimo sforzo. Devi essere disposto a cambiare di continuo livello di consapevolezza, e mentre saremo presi dalla nostra conversazione, esigerò la tua totale concentrazione e pazienza."
A mo' di lamentela gli dissi che mi aveva fatto sentire molto a disagio rifiutandosi di rivolgermi la parola dopo il mio arrivo a casa sua.. Mi guardò e inarcò le sopracciglia. Un sorriso apparve e scomparve sulle sue labbra, fugacemente. Mi resi conto che mi stava facendo capire come anch'io fossi confuso quanto la Gorda.
"Stavo punzecchiando la tua importanza personale" disse col volto aggrottato. "L'importanza personale è il nostro peggior nemico. Pensaci, quello che ci indebolisce è sentirci offesi dai fatti e misfatti dei nostri simili. La nostra importanza personale chiede che noi si passi la maggior parte della nostra vita offesi da qualcuno.
"I nuovi vedenti raccomandavano che si facesse ogni possibile. sforzo per sradicare l'importanza personale dalla vita dei guerrieri. lo ho seguito quella raccomandazione alla lettera e ho cercato di dimostrarti con tutti i mezzi possibili che senza importanza personale noi siamo invulnerabili."
All'improvviso, mentre lo ascoltavo, gli brillarono di più gli occhi. La prima idea che mi venne in mente fu che sembrava sul punto di scoppiare a ridere e che non c'era motivo per farlo, quando uno schiaffo repentino e doloroso sulla guancia destra mi fece sobbalzare.
Mi alzai in piedi. La Gorda era ritta alle mie spalle, con la mano ancora per aria. Aveva il viso arrossato dall'ira.
"Ora puoi dire quello che vuoi di me e a maggior ragione" urlò. "Però, se hai qualcosa da dire, dimmelo in faccia, figlio di puttana."
La sua uscita sembrò.averla svuotata; si sedette per terra e cominciò a piangere. Don Juan era bloccato da un giubilo inesprimibile. lo ero teso dalla furia. La Gorda mi fulminò con lo sguardo e poi si girò verso Don Juan e sommessamente gli disse che non avevamo alcun diritto di criticarla.
Don Juan rise con tanta foga da piegarsi quasi in due, fino a terra. Non riusciva neanche a parlare. Due o tre volte cercò di dirmi qualcosa, ma alla fine si alzò e se ne andò, con il corpo ancora scosso da un convulso di risa.
Fui sul punto di corrergli dietro, ancora furibondo contro la Gorda che in quel momento mi pareva spregevole, quando mi accadde qualcosa di straordinario. Mi resi conto all'improvviso di cosa avesse fatto tanto ridere Don Juan. La Gorda e io eravamo tremendamente somiglianti. La nostra importanza personale era enorme. La mia sorpresa e la mia furia per essere stato schiaffeggiato erano del tutto eguali all'ira, e alla sfiducia della Gorda. Don Juan aveva ragione. Il peso dell'amor proprio è in verità un impaccio terribile.
Gli corsi dietro, tutto eccitato, con le lacrime che mi sgorgavano dagli occhi. Lo raggiunsi e gli dissi che lo avevo compreso. Ebbe un brillio di malizia e gioia nello sguardo.
"Che posso fare per la Gorda?" chiesi.
"Nulla" rispose. "Aprire gli occhi su qualcosa è sempre una faccenda molto personale."
Cambiò argomento e disse che i presagi dicevano di continuare la nostra discussione in casa, o in un'ampia sala con comode seggiole oppure nel patio posteriore che aveva tutt'intorno un passaggio coperto. Disse che ogni qualvolta avesse tenuto le proprie spiegazioni all'interno della casa, quelle due zone sarebbero state vietate a tutti gli altri.
Ritornammo alla casa. Don Juan raccontò a tutti quello che aveva fatto la Gorda. Il diletto dei veggenti e le beffe che le fecero al riguardo, aumentarono l'imbarazzo della Gorda.
"L'importanza personale non si può combattere con le belle maniere" commentò Don Juan quando gli manifestai la mia preoccupazione per lo stato d'animo della Gorda.
Poi chiese a tutti di uscire dalla stanza. Ci sedemmo e Don Juan cominciò la sua spiegazione.
Mi disse che i veggenti, antichi o nuovi, si dividono in due categorie. La prima è formata da quelli disposti a controllare se stessi. Questi veggenti sono capaci di canalizzare le proprie attività verso obiettivi pragmatici di cui beneficeranno altri veggenti e l'uomo in generale. L'altra categoria è composta da quelli a cui non importa né il controllo di sé, né alcun obiettivo pragmatico. Si pensa unanimemente fra i veggenti che questi ultimi non abbiano saputo risolvere il problema dell'importanza personale.
"L'importanza personale non è qualcosa di semplice e ingenuo" spiegò. "Da un lato, è il nucleo di tutto ciò che in noi ha valore, dall'altro il nucleo di tutto il nostro marciume. Disfarsi dell'importanza personale richiede un capolavoro di strategia. I veggenti di tutte le epoche hanno espresso i più alti apprezzamenti per coloro che ci sono riusciti."
Mi rammaricai di non capire affatto l'idea di sradicare l'importanza personale, nonostante a volte mi attraesse molto; gli dissi che le sue direttive e i suoi suggerimenti per disfarsene erano talmente vaghi che non c'era modo di seguirli.
"Sono stanco di ripeterti," disse "che, per poter seguire la via della conoscenza, occorre avere molta immaginazione. Come tu stesso stai constatando, sulla via della conoscenza tutto è oscuro. La chiarezza costa infiniti sforzi, infinita immaginazione."
La mia inquietudine mi fece arguire che i suoi ammonimenti sull'importanza personale mi ricordavano il catechismo. E se qualcosa mi era odioso, era il ricordo delle prediche sul peccato. Le trovavo sinistre.
"I guerrieri combattono l'importanza personale come una questione di strategia, non come una questione di fede" replicò. "Il tuo errore sta nell'interpretare quello che dico in termini morali. "
"Io la considero uomo di grande moralità" insistei.
"Quello che tu intendi per moralità è semplicemente la mia impeccabilità" disse.
"L'impeccabilità, come la liberazione dall'importanza personale,sono concetti troppo vaghi per essermi utili" commentai.
Don Juan soffocò dalle risa e io lo sfidai a spiegarmi l'impeccabilità.
"L'impeccabilità non è altro che l'uso adeguato dell'energia" disse. "Tutto quello che io ti dico non ha la benché minima traccia di moralità.. Ho risparmiato energia e questo mi rende impeccabile. Per poter capire ciò, tu devi aver risparmiato sufficiente energia o non lo,capirai mai."
Restammo a lungo in silenzio. Volevo pensare a quanto aveva detto. D'improvviso cominciò a parlare di nuovo.
"I guerrieri fanno inventari strategici" disse. "Elencano le loro attività, i loro interessi. Dopo decidono quali si possono cambiare per ottenere così una pausa nel consumo di energia."
Io dissi che una lista siffatta avrebbe dovuto includere tutto l'immaginabile. Con molta pazienza mi rispose che l'inventario strategico di cui parlava riguardava modelli di comportamento che non erano essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere.
Approfittai dell'opportunità per segnalargli che la sopravvivenza e il benessere erano categorie che potevano interpretarsi in infiniti modi. Gli dichiarai che non era possibile mettersi d'accordo su quel che fosse o no essenziale al benessere e alla sopravvivenza.

Mentre continuavo a parlare, cominciai a perdere il mio impulso iniziale. Infine mi fermai perché mi resi conto dell'inutilità dei miei argomenti. Mi resi conto che Don Juan aveva ragione quando diceva che io avevo il pallino di fare il difficile.
Don Juan allora disse che negli inventari strategici dei guerrieri, l'importanza personale figura come l'attività che consuma la maggior quantità di energia e per questo si sforzavano di vincerla.
"Una delle prime preoccupazioni del guerriero è liberare quell'energia per affrontare con essa l'ignoto" proseguì Don Juan. "L'azione di ricanalizzare quell'energia è l'impeccabilità."
Disse che la strategia più efficace fu sviluppata dai veggenti della Conquista, indiscutibili maestri dell'agguato, che consiste di sei elementi che hanno influenza reciproca. Cinque sono detti attributi del guerriero: controllo, disciplina equilibrio, tempismo e intento. Questi cinque elementi appartengono al mondo privato del guerriero che lotta per perdere l'importanza personale. Il sesto elemento, forse il più, importante di ogni altro appartiene al mondo esterno e, si chiama il pinche tiranno, cioè piccolo, meschino, da poco.
Mi guardò come se, senza parlare, mi chiedesse se avevo capito o no.
"Sono davvero confuso" dissi. "L'altro giorno mi disse che la Gorda è la piccola tiranna della mia vita. Cos'è esattamente un pinche tiranos?"
"Un pinche tirano è un torturatore," rispose "qualcuno che ha potere di vita e di morte sui guerrieri, o che semplicemente gli rende la vita impossibile."
Don Juan sorrise maliziosamente e disse che i suoi veggenti avevano sviluppato una loro propria classificazione dei pinches tiranni. Nonostante il concetto fosse una delle loro scoperte più serie e importanti, i nuovi, veggenti lo prendevano molto alla leggera. Mi assicurò che c'era un tocco di malizioso humour in quelle loro classificazioni, perché il senso dell'umorismo è l'unico modo di far fronte all'umana costrizione di noiosi inventari e classificazioni.
In conformità con le loro pratiche umoristiche, i nuovi veggenti reputarono corretto iniziare la classificazione con la fonte primaria di energia, l'unico e supremo monarca dell'universo e lo chiamarono semplicemente il tiranno. Naturalmente trovarono che gli altri despoti e dittatori restavano molto al di sotto della categoria del tiranno.Paragonati alla fonte di tutto, gli uomini più temibili sono dei buffoni; di conseguenza i nuovi veggenti li classificarono come meschini, piccoli, da poco: pinches tiranos, appunto.
La seconda categoria consiste in qualcosa meno del meschino tiranno, qualcosa che loro chiamarono pinches tiranitos, tirannucci meschini, persone che perseguitano e fanno danni ma senza di fatto provocare la morte di nessuno. La terza categoria la chiamarono dei repinches tiranitos, tirannucci , i meschinetti, oppure dei pinches tiranitos chiquititos, i meschini tirannucci da niente, e vi inclusero le persone che sono solo esasperanti e moleste a più non posso.
Le classificazioni mi sembrarono ridicole. Ero sicuro che Don Juan si stesse inventando i termini spagnoli. Gli chiesi se fosse così.
"Assolutamente no" rispose con espressione divertita. "I nuovi veggenti erano favolosi a fare classificazioni. Senza dubbio Genaro è tra i migliori; se lo osservi con attenzione, ti renderai conto con esattezza di quel che sentono i nuovi veggenti per le loro classificazioni."
Quando gli chiesi se mi stesse prendendo in giro, scoppiò in una risata fragorosa.
"Non lo farei mai" disse sorridendo. "Forse lo farebbe Genaro, ma io no, soprattutto quando so quel che rappresentano per te le classificazioni. E solo che i nuovi veggenti erano tremendamente irriguardosi."
Aggiunse che la categoria dei meschini tirannucci era stata ulteriormente divisa in quattro parti., Una era composta da quelli che tormentavano con brutalità e violenza. Un'altra da quelli che lo fanno creando un'insopportabile apprensione. Un'altra ancora da quelli che opprimono con la tristezza. L'ultima da quelli che tormentano facendo infuriare.
"La Gorda è in una categoria speciale. Ti rende la vita impossibile, per il momento. Ti dà perfino degli schiaffi. Con tutto questo ti sta insegnando a essere imparziale, a essere indifferente."
"Ma com'è possibile?" protestai.
"Tuttavia non hai ancora messo insieme gli ingredienti della strategia dei nuovi veggenti" disse. "Una volta che l'avrai fatto, saprai quanto sia efficace e ingegnoso lo stratagemma di usare un meschino tiranno che non solo elimina l'importanza personale, ma prepara anche i guerrieri a capire che l'impeccabilità è l'unica che conti sulla via della conoscenza."
Disse che la strategia dei nuovi veggenti era una manovra mortale nella quale il meschino tiranno è una vetta montagnosa e gli attributi dell'esser guerriero sono come dei rampicanti che si abbarbicano fino in cima.
"In genere si usano solo i primi quattro attributi" proseguì. Il quinto, l'intento, si riserva sempre per l'ultimo confronto, per cosi dire, per quando i guerrieri affrontano il plotone di esecuzione"
"A che si deve questo?" "Al fatto che l'intento appartiene a un'altra sfera, alla sfera dell'ignoto. Gli altri quattro appartengono al conosciuto, esattamente dove sono i meschini tiranni. Infatti, quel che trasforma gli esseri umani in meschini tiranni è proprio l'ossessiva manipolazione di quanto si conosce."
Don Juan mi spiegò che solo i veggenti che sono guerrieri impeccabili e che hanno il controllo dell'intento ottengono il collegamento di tutti e cinque gli attributi. Un'azione di questa natura è una manovra suprema che non può realizzarsi al livello umano di tutti i giorni.
"Per trattare con i tiranni meschini peggiori sono necessari solo quattro attributi" continuò. "E chiaro, sempre e qualora si sia incontrato un meschino tiranno. Come ho detto, il meschino tiranno è l'elemento esterno, quello che non possiamo controllare, é l'eleménto forse più importante dì tutti. Il mio benefattore diceva sempre che il guerriero che incontra un meschino tiranno è un guerriero fortunato.
La sua filosofia era che, se non hai la fortuna di trovarlo. Tu devi andare a cercarlo."
- Mi spiegò che uno dei più grandi successi conseguiti dai veggenti dell'epoca coloniale fu uno schema che lui chiamava la progressione trifase. I veggenti, comprendendo la natura dell'uomo, erano giunti alla conclusione che se uno può vedersela con i meschini tiranni,è certamente in grado di far fronte all'ignoto senza pericolo e allora addirittura può sopravvivere in presenza di ciò che non si può conoscere.
"La reazione dell'uomo comune è pensare che si dovrebbe invertire tale ordine" prosegui. "E naturale credere che un veggente, se può far fronte all'ignoto, può senza dubbio tener testa a qualunque meschino tiranno. Però non è così. Ciò che distrusse i superbi veggenti del passato fu questo assunto. Lo sappiamo solo ora. Sappiamo che nulla può temprare lo spirito di un guerriero come trattare con persone impossibili in posizioni di potere. Solo in queste condizioni i guerrieri possono acquisire la sobrietà e la serenità necessaria per fronteggiare l'inconoscibile."
Espressi rumorosamente il mio disaccordo. Gli dissi che, secondo me, i tiranni trasformavano le proprie vittime in esseri indifesi o tanto brutali quanto gli stessi tiranni. Gli feci notare che erano stati effettuati innumerevoli studi sugli effetti della tortura fisica e psicologica su questo tipo di vittime.
"La differenza sta in qualcosa che hai appena finito di dire" ribatté. "Tu parli di vittime, non di guerrieri. Anch'io la pensavo come te. Ti racconterò quel che mi fece cambiare, però prima torniamo ancora a quello che ti stavo dicendo dei tempi della colonizzazione. I veggenti di quell'epoca ebbero la migliore opportunità. Gli spagnoli furono tali pinches tiranos da porre a dura prova le più recondite abilità dei veggenti; dopo aver avuto a che fare con i conquistatori, i veggenti erano pronti ad affrontare tutto. Loro furono davvero fortunati. A quel tempo c'erano meschini tiranni ovunque: erano prezzemolo in ogni minestra.
"
"Dopo quei meravigliosi anni di abbondanza, le cose cambiarono molto. I meschini tiranni non tornarono più ad avere tanta potenza; solo in quell'epoca la loro sovranità fu illimitata. L'ingrediente perfetto per produrre un perfetto veggente è un pinche tirano dalla sovranità illimitata.
"Disgraziatamente ai nostri giorni i veggenti devono giungere agli estremi per incontrare un tiranno che meriti. Per lo più devono accontentarsi di roba da poco."
"E lei, Don Juan, ha trovato un pinche tirano?"
"Ho avuto fortuna. Un vero e proprio orco trovò me. Al momento, però, come te, non mi riusciva di considerarmi fortunato, anche se il mio benefattore mi diceva il contrario."
Don Juan disse che la sua penosa esperienza cominciò qualche settimana prima di conoscere il suo benefattore. A quel tempo aveva solo vent'anni. Lo avevano ingaggiato alla giornata in uno zuccherificio. Era sempre stato molto forte e per questo gli era stato facile ottenere lavori che richiedevano muscoli. Un giorno, mentre stava spostando alcuni pesanti sacchi di zucchero, arrivò una signora. Era molto ben vestita, e sembrava aver mezzi e autorità. Don Juan disse che sembrava sulla cinquantina e se ne stette a guardarlo, poi parlò con il caposquadra e se ne andò. Il caposquadra chiamò Don Juan e gli disse che, se lo avesse pagato, lui l'avrebbe raccomandato per un lavoro in casa del padrone. Don Juan gli rispose di non avere un centesimo. Il caposquadra sorrise e gli disse di non preoccuparsi, che il giorno di paga ne avrebbe avuto abbastanza. Gli diede una pacca sulla spalla e gli ripeté che era un grande onore lavorare per il padrone.
Don Juan disse che, poiché era un povero indio ignorante che viveva alla giornata, non solo credette a ogni parola, ma giunse a pensare, che una fata buona gli avesse fatto un regalo.
Promise di pagare al caposquadra tutto quel che lui chiedeva. Il caposquadra menzionò una somma considerevole, da pagarsi a rate.
Subito dopo il caposquadra stesso lo portò alla casa del padrone, che era parecchio lontana dalla città, e qui lo lasciò con un altro caposquadra, un omone cupo dall'aspetto tremendo che lo sottopose a un fuoco di fila di domande. Voleva informazioni sulla famiglia di Don Juan. Don Juan gli disse che non aveva nessuno. Questa notizia gli giunse così gradita che sorrise perfino, mostrando denti cariati.
Promise a Don Juan che sarebbe stato pagato bene e avrebbe anche potuto mettere denaro da parte perché non avrebbe dovuto spendere niente, visto che avrebbe mangiato e dormito nella casa.

Il modo con cui l'uomo rideva era terrificante tanto che Don Juan decise di scappar via di corsa. Arrivò fino alla porta ma l'uomo gli tagliò la strada con un revolver in mano. Alzò il cane e lo conficcò nello stomaco di Don Juan.
"Sei qui per lavorare come un mulo" disse. "Non te lo dimenticare. "
Lo spintonò con gran forza e lo picchiò con un randello. Lo portò su un lato della casa e, dopo avergli fatto osservare che lui faceva lavorare i suoi uomini dall'alba al tramonto senza intervallo, mise Don Juan a tirar fuori dal terreno due enormi ciocchi recisi. Disse anche a Don Juan che se avesse tentato ancora di scappare o fosse andato dalle autorità, lui gli avrebbe sparato.
"Lavorerai qui fino alla morte" gli disse. "E, dopo, un altro indio prenderà il tuo posto, così come tu ora stai prendendo il posto di un indio morto."
Don Juan disse che la casa sembrava una fortezza inespugnabile, con uomini armati di machete dovunque. Così che fece l'unica cosa sensata che potesse fare: si mise a lavorare cercando di non pensare alle sue sventure. Al finire della giornata l'uomo tornò e poiché non gli piacque lo sguardo di sfida negli occhi di Don Juan, lo spinse a calci fino in cucina. Minacciò di tagliargli i tendini delle braccia se non gli ubbidiva. In cucina una vecchia gli servi il pasto, ma Don Juan era così turbato che non riusciva a mangiare. La vecchia gli consigliò di mangiare più che poteva. Doveva essere forte, disse lei, perché il suo lavoro non sarebbe finito mai. L'avvisò che l'uomo che occupava quel posto era morto proprio il giorno prima. Era troppo debole per lavorare ed era caduto da una finestra del secondo piano.
Don Juan disse di aver lavorato in casa del padrone per tre settimane, maltrattato in ogni momento da quell'omone. Il caposquadra lo faceva lavorare nelle condizioni più pericolose, assegnandoli i compiti più gravosi immaginabili, sotto costante minaccia di coltello, pistola o bastone. Ogni giorno lo mandava alle scuderie a pulire i box occupati da nervosi stalloni. Al sorgere di ogni nuovo giorno, Don Juan aveva la ferma convinzione che non sarebbe riuscito ad arrivare a sera. E questo avrebbe solo voluto dire affrontare lo stesso inferno il giorno seguente.
Quel che fece precipitare gli eventi fu la richiesta di Don Juan di avere un giorno di ferie. Chiese qualche ora per andare in paese a pagare il suo debito al caposquadra dello zuccherificio. Era, un pretesto. Il caposquadra se ne rese conto e rispose che Don Juan non poteva smettere di lavorare neanche per un minuto perché era indebitato fino alle orecchie per il solo privilegio di lavorare li.
Don Juan ebbe la certezza di non aver più speranze. Capì le manovre dei due capisquadra: erano d'accordo per procurarsi poveri indios dallo zuccherificio, sfruttarli facendoli morire di lavoro e dividersene il salario. A quella scoperta Don Juan esplose. Cominciò a dar grida isteriche e, urlando, attraversò la cucina ed entrò nell'edificio principale. Prese tanto di sorpresa il caposquadra e gli altri operai che correndo riuscì a uscire dalla porta padronale. Quasi ce la fece a scappare, ma il caposquadra lo, inseguì e in mezzo alla strada gli sparò al petto, dandolo per morto.
Don Juan disse che non era suo destino morire; il suo benefattore lo trovò proprio li e lo curò finché non fu guarito.
"Quando raccontai tutta la storia al mio benefattore, " proseguì Don Juan "egli riuscì a malapena a trattenere la sua emozione. "Quel caposquadra è un vero tesoro" disse il mio benefattore. È qualcosa di tanto raro che sarebbe un peccato sprecarlo. Un giorno devi tornare in quella casa."
"Continuò a farneticare su quanto ero stato fortunato a trovare un pinche tirano unico nel suo genere, con un potere quasi illimitato. Pensai che fosse fuori di testa. Mi ci vollero anni per capire completamente ciò che mi aveva detto in quella circostanza."
È una delle storie più tremende che abbia sentito in vita mia" dissi. "E' davvero tornato ancora in quella casa?"
"Certo che ci sono tornato, tre anni dopo. Il mio benefattore aveva ragione. Un meschino tiranno come quello era unico nel suo genere e non andava sprecato."
"Come riuscì a tornare?"
"Il mio benefattore escogitò un piano strategico usando i suoi quattro attributi di guerriero: controllo, disciplina, pazienza e abilità di cogliere il momento opportuno."
Don Juan disse che il suo benefattore, oltre a spiegargli quello che doveva fare in casa del padrone per tener testa a quell'orco di un uomo, gli rivelò anche che i nuovi veggenti credevano ci fossero quattro gradi sul cammino della conoscenza. il primo è il passo che fanno i comuni esseri umani quando decidono di diventare apprendisti. Nel momento in cui gli apprendisti cambiano le proprie idee su se stessi e sul mondo, fanno il secondo passo e si tramutano in guerrieri, cioè in esseri capaci della massima disciplina e controllo su se stessi. Il terzo passo lo compiono i guerrieri dopo aver acquisito pazienza e abilità di cogliere il momento opportuno, diventando uomini di conoscenza. Quando gli uomini di conoscenza imparano a vedere, hanno fatto il quarto passo e sono divenuti veggenti.

Il suo benefattore enfatizzò il fatto che don Juan aveva percorso il cammino della conoscenza abbastanza a lungo per aver appreso un minimo dei primi due attributi: controllo e disciplina.
"A quel tempo gli altri due attributi mi erano vietati" proseguì don Juan. "La pazienza e l'abilità di cogliere il momento opportuno rientrano nell'ambito dell'uomo di conoscenza. Il mio benefattore mi fece usare la sua strategia per concedermene l'accesso."
"Questo significa che da solo non avrebbe potuto tener testa al meschino tiranno?" chiesi.
"
"Sono sicuro che ce l'avrei fatta anche da so lo, benché ho il forte dubbio che non ci sarei riuscito con stile ed eleganza.Il mio benefattore si divertì molto a dirigere la mia impresa. L'idea di usare un pinche tirano non serviva solo a perfezionare lo spirito del guerriero, ma anche per la sua gioia e il suo godimento."
"Come poteva qualcuno godersi un mostro come quello da lei descritto?"
"Questo tipo non era nulla a paragone dei veri mostri frequentati dai nuovi veggenti durante la colonizzazione. Tutto sta a indicare che a quei veggenti vennero gli occhi strabici dal divertimento. Dimostrarono che perfino i peggiori tiranni possono far divertire, purché, naturalmente, uno sia guerriero."
Don Juan mi spiegò che l'errore che un comune, mortale fa trovandosi dì fronte un pinche tirano è non avere una strategia a cui appoggiarsi; il difetto fatale è prendere troppo sul serio ì propri sentimenti, cosi come le azioni dei meschini tiranni. I guerrieri, d'altra parte, non solo hanno una strategia ben congegnata ma sono liberi dall'importanza personale Ciò che distrugge l'importanza personale è l'aver compreso che la realtà é una nostra interpretazione. Questa conoscenza era il vantaggio definitivo che nuovi veggenti ebbero sugli spagnoli.
Disse di essersi convinto di poter sopraffare il caposquadra usando solo la convinzione che ì meschini tiranni si prendono mortalmente sul serio mentre i guerrieri no.
Seguendo il piano strategico del suo benefattore, Don Juan cercò lavoro nello stesso zuccherificio dì prima. Nessuno ricordava che lui aveva già lavorato lì; ì peones lavoravano nello zuccherificio stagionalmente.
La strategia del suo benefattore specificava che Don Juan dovesse stare attento a chi arrivava in cerca di un'altra vittima.
Arrivò la stessa signora e, come aveva fatto anni prima, notò subito Don Juan che ora mostrava ancora più forza della volta precedente.
Si ripete la stessa routine con il caposquadra. Tuttavia la strategia richiedeva che in principio Don Juan si rifiutasse di pagare la tangente al caposquadra. Nessuno gli aveva mai fatto questo prima e l'uomo restò di stucco. Minacciò dì licenziare Don Juan. A sua volta Don Juan lo minacciò dicendo che sarebbe andato direttamente a casa della signora, a trovarla. Disse al caposquadra di sapere dove lei abitava perché aveva lavorato nei campi della zona a tagliare canna da zucchero. L'uomo cominciò à mercanteggiare e Don Juan gli chiese del denaro prima di accettare di andare a casa della signora. Il caposquadra cedette e gli diede qualche banconota. Don Juan sapeva benissimo che il caposquadra acconsentiva solo come stratagemma per fargli accettare il lavoro.
"Lui stesso mi accompagnò di nuovo alla casa" disse Don Juan. "Era una vecchia tenuta, di proprietà della gente dello zuccherificio; ricconi che, o sapevano benissimo quanto accadeva e non gliene importava, o erano troppo indifferenti per farci caso.
"Appena arrivati, mi precipitai in casa a cercare la signora. La incontrai, caddi in ginocchio davanti a lei, baciandole la mano per ringraziarla. I due capisquadra erano lividi.
"Il caposquadra della casa seguì lo stesso schema di prima. Però io ero preparatissimo a trattare con lui: avevo controllo e disciplina. Il risultato fu quello che il mio benefattore aveva previsto. Il mio controllo mi fece rispondere alle più assurde richieste di quel tipo. Ciò che di solito ci abbatte, in una simile situazione, è l'offesa inferta al nostro amor proprio.
Chiunque abbia un briciolo di orgoglio si dispera quando lo fanno sentire inutile e stupido.
"Facevo con gusto tutto quel che mi chiedeva. Ero allegro e forte. E non m'importava un accidente del mio orgoglio o del mio terrore. Ero come un guerriero impeccabile. Affinare lo spirito quando qualcuno ti maltratta, si chiama controllo. "
Don Juan mi spiegò che la strategia del suo benefattore prevedeva che, invece di provare compassione per se stesso, come aveva fatto prima, si dedicasse subito a studiare il carattere del caposquadra, le sue debolezze, le sue peculiarità.
Trovò che i punti di forza del caposquadra erano audacia e violenza. Aveva crivellato di colpi Don Juan in pieno giorno e davanti a decine di testimoni. La sua grande debolezza era che gli piaceva il proprio lavoro e non voleva rischiarlo. Per nessun motivo avrebbe voluto uccidere Don Juan durante il giorno all'interno della proprietà.. L'altra sua grande debolezza consisteva nell'aver famiglia. Moglie e figli abitavano in una casupola vicino alla casa padronale.
"Raccogliere queste informazioni mentre ti stanno picchiando richiede disciplina" disse Don Juan. "Quell'uomo era un demonio. Non aveva nessuna grazia a salvarlo. Secondo i nuovi veggenti, il pinche tirano perfetto non ha alcuna caratteristica che possa redimerlo."
Don Juan disse che gli ultimi due attributi dei guerrieri, che lui allora non aveva ancora, erano stati automaticamente inclusi nella strategia del suo benefattore. La pazienza è aspettare con calma, senza fretta, senza angoscia: è un'attesa semplice e lieta della ricompensa che deve arrivare.
"La mia vita era una quotidiana umiliazione," prosegui Don Juan "a volte perfino piangevo quando l'uomo mi frustava con la cinghia, e tuttavia ero felice. La strategia del mio benefattore mi fece vivere giorno dopo giorno senza odio. Ero un guerriero. Sapevo che stavo aspettando e sapevo ciò che aspettavo. É proprio qui la grande gioia di essere guerriero."
Aggiunse che la strategia del suo benefattore includeva l'infastidire sistematicamente l'uomo facendosi scudo di un suo superiore, così come avevano fatto i veggenti del nuovo ciclo, durante la colonizzazione, facendosi scudo della Chiesa cattolica. Un umile sacerdote a volte era stato più potente di un nobile.
Lo scudo di Don Juan era la padrona di casa. Ogni volta che la vedeva, le si inginocchiava davanti e la chiamava santa. La supplicava di dargli una medaglia del suo santo patrono in modo che lui lo potesse pregare per ottenerle salute e benessere.
"Mi diede una medaglietta della Vergine," continuò Don Juan "e questo quasi distrusse il caposquadra. E quando riuscii a riunire le cuoche a pregare per la salute della padrona, gli venne quasi un attacco di cuore. Credo che abbia deciso di uccidermi allora. Non gli conveniva lasciarmi andare oltre.
"Come contromisura organizzò un rosario tra tutti i servitori della casa. La signora credeva che io avessi tutte le caratteristiche di un sant'uomo.
"Dopo di allora non dormii più della grossa né dormii più nel mio letto. Ogni notte mi arrampicavo sul tetto. Da li vidi per due volte l'uomo che si avvicinava al mio giaciglio con un coltello.
"Tutti i giorni mi spingeva nei recinti degli stalloni con la speranza che mi uccidessero a calci, però io avevo un tavolato di pesanti assi che appoggiavo in uno degli angoli: mi ci nascondevo dietro e mi proteggevo dalle zampate dei cavalli. L'uomo non lo sapeva perché i cavalli lo nauseavano; era un'altra delle sue debolezze, la più mortale di tutte, come poi risultò alla fine."
Don Juan disse che l'abilità di cogliere. il momento opportuno e una qualità astratta che pone in libertà tutto quello che é stato trattenuto. Controllo, disciplina, pazienza sono come una diga dietro cui è bloccato tutto. L'abilità di cogliere il momento opportuno è la saracinesca della diga.
Il caposquadra conosceva solo la violenza con la quale terrorizzava. Se si neutralizzava la sua violenza, rimaneva quasi indifeso. Don Juan sapeva che l'uomo non avrebbe osato ucciderlo sotto gli occhi della gente di casa e cosi un giorno, in presenza degli altri lavoranti e della signora, lo insultò. Gli disse che era un vigliacco e un assassino che si proteggeva con il posto di caposquadra.
La strategia del suo benefattore esigeva che Don Juan stesse all'erta per cogliere il momento opportuno e approfittarne per voltar le carte al pinche tirano. Le cose inattese capitano sempre così. All'improvviso lo schiavo più umile si burla del despota, lo vitupera, lo fa sentir ridicolo dinanzi a testimoni importanti e poi scappa via senza dargli tempo di far rappresaglie.
"Un attimo dopo" continuò Don Juan "l'uomo era pazzo di rabbia, però io mi ero già inginocchiato davanti alla padrona."
Don Juan disse che quando la signora rientrò in casa, il caposquadra e i suoi amici lo chiamarono sul retro, con la scusa che c'era un lavoro da fare. L'uomo era molto pallido, bianco d'ira. Dal tono della voce Don Juan capì quel che l'uomo aveva intenzione di fargli. Don Juan finse di obbedire ma invece di dirigersi dove gli ordinava il caposquadra, corse verso le stalle. Sperava che i cavalli avrebbero fatto un tale trambusto da fare uscire i padroni per vedere che cosa stesse succedendo.
Sapeva che l'uomo non avrebbe osato sparargli né tanto meno si sarebbe avvicinato ai cavalli. Questa supposizione non si avverò. Don Juan aveva spinto l'uomo molto al di là dei suoi limiti.
"Saltai nel recinto del cavallo più selvaggio, " disse Don Juan "e il piccolo tiranno, accecato dall'ira, tirò fuori il coltello e mi venne dietro. Io mi nascosi subito dietro il mio tavolato. Il cavallo gli diede una zampata sola e tutto finì.
"
"Avevo trascorso sei mesi in quella casa e in quel periodo avevo esercitato i quattro attributi del guerriero. Grazie a loro avevo avuto successo. Non provai compassione per me neanche una sola volta, né piansi d'impotenza. Provai solo gioia e serenità. Il mio controllo e la mia disciplina erano acuti come non mai. Inoltre sperimentai direttamente ciò che prova il guerriero impeccabile quando usa la pazienza è l'abilità di cogliere il momento opportuno, nonostante ancora non avessi questi attributi."

"Il mio benefattore mi spiegò una cosa molto interessante. Pazientare vuol dire trattenere con lo spirito ciò che il guerriero sa che deve giustamente verificarsi. Non significa che il guerriero se ne vada in giro, pensando di far male a qualcuno o facendo piani di vendetta e regolamenti di conti. La pazienza è una cosa indipendente. Mentre il guerriero ha controllo, disciplina e abilità di cogliere il momento opportuno, la pazienza assicura che chiunque se lo sarà guadagnato riceverà tutto quanto gli spetta."
"Qualche volta riescono a spuntarla, i pinches tiranos, e a distruggere il guerriero che li affronta?" chiesi.
"Naturalmente. Durante la Conquista e la colonizzazione, i guerrieri morirono come mosche. Le loro fila furono decimate. I piccoli tiranni potevano condannare a morte chicchessia, per puro capriccio. Sotto questo tipo di pressione, i veggenti raggiunsero stati sublimi."
Don Juan disse che, a quell'epoca, i veggenti sopravvissuti dovettero sforzarsi oltre ogni limite per trovare nuovi sbocchi.
"I nuovi veggenti" disse Don Juan, guardandomi fisso, "usavano i pinches tiranos non solo per disfarsi dell'importanza personale ma anche per effettuare la manovra più sofisticata per uscire da questo mondo. Capirai questa manovra a mano a mano che discuteremo sulla padronanza della consapevolezza."
Spiegai a Don Juan che quel che gli avevo chiesto era se al presente, nella nostra epoca, i piccoli tiranni potessero qualche volta sconfiggere un guerriero.

"Ogni giorno" rispose. "Le conseguenze non sono così terribili come nel passato. Oggi è sottinteso che i guerrieri hanno sempre l'opportunità di retrocedere, rifarsi subito e tornare più tardi. Però il problema della moderna sconfitta è di altro genere. Essere sconfitto da un repinche tìranito, un tirannucolo da strapazzo, non è mortale ma disastroso. In senso figurato, il grado di mortalità dei guerrieri è elevato. Con questo voglio dire che i guerrieri che soccombono dinanzi a un repinche tirano sono annientati dal- loro personale senso di fallimento. Per me ciò equivale a una morte figurata."
"Come misura la sconfitta?"
"Chiunque si unisca al meschino tiranno è sconfitto. Adirarsi e agire senza controllo e disciplina, non aver pazienza vuol dire essere sconfitti."

"Cosa accade quando un guerriero è sconfitto?
"O riformano gruppi e tornano nella mischia con maggior giudizio, o abbandonano la via del guerriero e si uniscono per sempre alle fila dei pinches tiranos."