lunedì 14 luglio 2014

l'ultima parola sul Tao


Bill Harford: Alice, cosa pensi che dobbiamo fare?
Alice: Che cosa dobbiamo fare? Che cosa penso io, non lo so. Penso che prima dobbiamo ringraziare il destino. Ringraziarlo per averci fatto uscire senza danno da tutte le nostre avventure. Sia da quelle vere che da quelle solo sognate.
B.: Sei sicura, senza danno?
A.: Se sono sicura? Io lo sono solo tanto quanto sono sicura che la realtà di una sola notte, senza contare quella di un’intera vita, corrisponde alla verità.
B.: E nessun sogno è mai soltanto sogno.
A.: L’importante è che ora siamo svegli. E spero tanto che lo resteremo a lungo.
B.: Per sempre.
A.: Per sempre?
B.: Per sempre.
A.: No, non usiamo quella parola. Mi spaventa. Ma io ti voglio molto bene. E sai? C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile.
B.: Cosa?
A.: Scopare.




"C'è inoltre un romanzo di Arthur Schnitzler, Doppio sogno, che vorrei fare ma su cui non ho ancora cominciato a lavorare"


domenica 13 luglio 2014

le ultime parole del Tao

Wat Pho Buddha, Bangkok
Ultime parole del Buddha

Quindi ora il Sublime disse al venerabile Ânanda:

«Può darsi, Ânanda, che voi pensiate: “Finito è l’insegnamento del Maestro, noi non abbiamo piú Maestro!”. Ma la cosa, Ânanda, non dev’essere vista cosí. Quel che da me, Ânanda, vi è stato mostrato ed insegnato come regola e come insegnamento: quello, dopo la mia dipartita, sarà il vostro Maestro».

Quindi il Sublime si rivolse ai monaci:

«Se anche uno di voi, o monaci, sia in dubbio o in pensiero sul Buddha o sul Dhamma o sul Sangha o sulla via o sui passi, faccia domande ora ora, o monaci, perché poi non abbiate a provare rimorso: “Innanzi ai nostri occhi era il Maestro, e noi non interrogammo personalmente il Sublime!”».

Così esortati, i monaci rimasero silenti. Allora il Sublime disse ai monaci così:

«Può darsi, o monaci, che voi non interroghiate per rispetto del Maestro: allora lo dica l’amico all’amico». Ma, anche cosí esortati, quei monaci rimasero silenti. Allora il venerabile Ânanda disse al Sublime: «È mirabile, o signore, è straordinario, o signore! Io ho tale fede, o signore, in questo Ordine di mendicanti, da credere che non vi sia in esso anche un solo monaco, che sia in dubbio od in pensiero sul Buddha, sul Dhamma o sul Sangha o sulla via o sui passi».

«Di fede ora tu, Ânanda, parli; conoscenza ha però qui il Compiuto: non v’è in questo Ordine di mendicanti anche un solo monaco, che sia in dubbio od in pensiero sul Buddha, sul Dhamma o sul Sangha o sulla via o sui passi. Anche l’infimo di tutti questi monaci, Ânanda, è giunto all’audizione, è scampato al danno, si avanza cosciente verso il completo risveglio».

Quindi ora il Sublime si rivolse ai monaci. «Orsú dunque, o monaci, io vi esorto: periscono tutte le cose; datevi da fare per la vostra salvezza senza tregua».

Questa fu l’ultima parola del Sublime.

LA TOTALE ESTINZIONE
(Mahâparinibbanâsutta)
tradotto dal pâli e condensato da Giuseppe De Lorenzo


Angkor Wat
Maha-Parinibbana Sutta
[…]
Disse allora il Beato al venerabile Ananda: “Può darsi il caso, Ananda, che questo pensiero si presenti a qualcuno di voi: ‘Più non si farà udire la parola del Maestro, noi non avremo più un Maestro’. Così però non dovete credere: quando io non ci sarò, il Dhamma [l’insegnamento] e la disciplina che vi ho insegnato saranno per voi Maestro.
[…]
Così proseguì il Beato: “Può darsi il caso, o fratelli, che qualche dubbio voi nutriate o qualche incertezza, relativamente al Buddha, al Dhamma o alla Comunità, al Metodo o alla Via; interrogatemi allora in tutta libertà perché non abbiate più tardi a farvi questo rimprovero: ‘Davanti a noi era il nostro Maestro, faccia a faccia, e noi non abbiamo saputo interrogarlo, eppure era lì con noi’”.
Così parlò il Beato, ma i fratelli rimasero in silenzio, e col silenzio risposero anche ad un secondo e ad un terzo invito del Maestro.
Allora il Beato disse loro: “Se solo per rispetto verso il Maestro esitate a porgli le vostre domande, comunicatevi allora l’un l’altro i vostri pensieri”.
Ma anche dopo queste parole i fratelli mantennero il silenzio.
Disse allora il venerabile Ananda al Beato: “Quale meraviglia, o signore, prodigioso è tutto ciò: proprio non credo che vi sia, in tutta l’assemblea, qualcuno che provi dubbio o incertezza relativamente al Buddha, al Dhamma, alla Comunità, al Metodo o alla Via”.
“La pienezza della tua fede ispira, Ananda, le tue parole, ma ben sa il Tathagata [il Buddha] che non vi è nell’intera assembea un fratello che provi dubbio o incertezza relativamente al Buddha, al Dhamma, alla Comunità, al Metodo o alla Via. Perché, infatti, fra questi cinquecento fratelli, Ananda, anche il meno istruito è perfettamente convertito, non è più soggetto a una nuova nascita nel dolore, ed è sicuro di raggiungere un giorno l’illuminazione perfetta”.
Poi il Beato esclamò: “Ricordate sempre queste parole, fratelli: periscono tutte le cose, lottate senza tregua”.
E queste furono le ultime parole del Tathagata.

Entrò allora il Beato nella prima contemplazione e si innalzò poi alla seconda, alla terza e alla quarta. Giunto così alla quarta contemplazione, prese a vagare per la regione dello spazio infinito, per arrivare poi alla regione dell’Intelligenza infinita. Di lì pervenne quindi nella regione in cui non esiste più nulla, e dalla regione dove non esiste più nulla raggiunse la regione dove non vi è né idea né assenza di idea. Tappa successiva fu la regione dove cessano l’idea e la percezione.
Fu allora che il venerabile Ananda disse al venerabile Anuruddha: “Il Beato, Anuruddha, è morto”.
“No, Ananda, il Beato non è morto: è entrato nella regione dove cessano l’idea e la percezione”.
Da questa regione tornò il Beato in quella dove non si ha né idea né assenza di idea, e poi in quella dove non esiste più niente, per riemergere poi nella regione dell’intelligenza infinita, e ancora in quella dello spazio infinito; da qui entrò poi nel quarto grado della contemplazione, per discendere poi nel terzo, nel secondo, e nel primo. Per l’ultima volta passò di nuovo dal primo grando al secondo, dal secondo al terzo e dal terzo al quarto grado della contemplazione. Fu a questo punto che il Beato spirò.




Last Words of the Tathagata

      216. Then the Bhagava said to the Venerable Ananda:

      It may happen that (some among) you have this thought: 'The Doctrine; (lit, the word) is bereft of the Teacher of the Doctrine; our Teacher is no more.' But Ananda, it should not be so considered. Ananda, the Doctrine and Discipline I have taught and laid down to all of you will be your Teacher when I am gone.

      Ananda, when I have passed away, bhikkhus should not address one another as they do at present by the term 'avuso' (Friend) (irrespective of seniority). Ananda, the senior bhikkhus should address the junior bhikkhus by name, or by family name, or by the term 'avuso'. And the junior bhikkhus should address the senior bhikkhus by the term 'bhante' or 'ayasma' (Venerable Sir).

      Ananda, after I have passed away, the Samgha, the Order of the bhikkhus, may, if it wishes to, abolish lesser and minor Rules of Discipline.

      Ananda, after I have passed away, let the Brahma penalty be imposed upon Bhikkhu Channa.

      "But, Venerable Sir, what is the Brahma penalty?"

      Ananda, let Bhikkhu Channa say whatever he wishes to. The bhikkhus should neither advise him nor admonish him, nor deter him.

      217. Then the Bhagava addressed the bhikkhus thus:

      O Bhikkhus, if any bhikkhu should happen to have any uncertainty or perplexity regarding the Buddha, or the Dhamma (the Teaching), or the Samgha (the Order of bhikkhus), or Magga, or the Practice, then, bhikkhus, ask (me) questions. Do not let yourselves feel regret later with the thought that 'even though our Teacher was (with us) in our very presence, we were not able to ask him questions personally in return.'

      When this was said, the bhikkhus remained silent. For a second time, the Bhagava said ..............

      For a third time, the Bhagava said:

      O Bhikkhus, if any bhikkhu should happen to have any uncertainty or perplexity regarding the Buddha, or the Dhamma, or the Samgha, or Magga, or the Practice, then, bhikkhus, ask (me) questions. Do not let yourselves feel regret later with the thought that 'even though our Teacher was (with us) in our very presence, we were not able to ask him questions personally in return.'

      For the third time, too, the bhikkhus remained silent.

      Then the Bhagava said to the bhikkhus:

      O Bhikkhus, it may be that you do not ask questions out of respect for the Teacher. Then, bhikkhus, let a bhikkhu tell a companion (his uncertainty or perplexity).

      Even when this was said, the bhikkhus continued to remain silent.

      Then the Venerable Ananda said to the Bhagava:

      "Wonderful it is, Venerable Sir! Marvellous it is, Venerable Sir! I believe that in this community of bhikkhus not a single bhikkhu has uncertainty or perplexity regarding the Buddha, or the Dhamma, or the Samgha, or Magga, or the Practice."

      Ananda, you say this only out of faith. Indeed, Ananda, the Tathagata knows for certain that in this community of bhikkhus not a single bhikkhu has uncertainty or perplexity regarding the Buddha, or the Dhamma, or the Samgha, or Magga, or the Practice.

      Ananda, amongst these five hundred bhikkhus, even the least (in attainment) is a Sotapanna, a Stream-enterer, not liable to be reborn in any apaya realm of misery, assured (of reaching desirable realms of existence or of teaching the end of dukkha), bound for (the three higher levels of Insight, culminating in) Enlightenment.

      218. Then the Bhagava said to the bhikkhus:

      O Bhikkhus, I say this now to you: "All conditioned and compounded things (sankhara) have the nature of decay and disintegration. With mindfulness endeavour diligently (to complete the task)"

      These were the last words of the Tathagata













Angkor Wat
Part Six: The Passing Away

The Blessed One's Final Exhortation


1. Now the Blessed One spoke to the Venerable Ananda, saying: "It may be, Ananda, that to some among you the thought will come: 'Ended is the word of the Master; we have a Master no longer.' But it should not, Ananda, be so considered. For that which I have proclaimed and made known as the Dhamma and the Discipline, that shall be your Master when I am gone.

2. "And, Ananda, whereas now the bhikkhus address one another as 'friend,' let it not be so when I am gone. The senior bhikkhus, Ananda, may address the junior ones by their name, their family name, or as 'friend'; but the junior bhikkhus should address the senior ones as 'venerable sir' or 'your reverence.'

3. "If it is desired, Ananda, the Sangha may, when I am gone, abolish the lesser and minor rules.

4. "Ananda, when I am gone, let the higher penalty be imposed upon the bhikkhu Channa."

"But what, Lord, is the higher penalty?"

"The bhikkhu Channa, Ananda, may say what he will, but the bhikkhus should neither converse with him, nor exhort him, nor admonish him."

5. Then the Blessed One addressed the bhikkhus, saying: "It may be, bhikkhus, that one of you is in doubt or perplexity as to the Buddha, the Dhamma, or the Sangha, the path or the practice. Then question, bhikkhus! Do not be given to remorse later on with the thought: 'The Master was with us face to face, yet face to face we failed to ask him.'"

6. But when this was said, the bhikkhus were silent. And yet a second and a third time the Blessed One said to them: "It may be, bhikkhus, that one of you is in doubt or perplexity as to the Buddha, the Dhamma, or the Sangha, the path or the practice. Then question, bhikkhus! Do not be given to remorse later on with the thought: 'The Master was with us face to face, yet face to face we failed to ask him.'"

And for a second and a third time the bhikkhus were silent. Then the Blessed One said to them: "It may be, bhikkhus, out of respect for the Master that you ask no questions. Then, bhikkhus, let friend communicate it to friend." Yet still the bhikkhus were silent.

7. And the Venerable Ananda spoke to the Blessed One, saying: "Marvellous it is, O Lord, most wonderful it is! This faith I have in the community of bhikkhus, that not even one bhikkhu is in doubt or perplexity as to the Buddha, the Dhamma, or the Sangha, the path or the practice."

"Out of faith, Ananda, you speak thus. But here, Ananda, the Tathagata knows for certain that among this community of bhikkhus there is not even one bhikkhu who is in doubt or perplexity as to the Buddha, the Dhamma, or the Sangha, the path or the practice. For, Ananda, among these five hundred bhikkhus even the lowest is a stream-enterer, secure from downfall, assured, and bound for enlightenment."

8. And the Blessed One addressed the bhikkhus, saying: "Behold now, bhikkhus, I exhort you: All compounded things are subject to vanish. Strive with earnestness!"

This was the last word of the Tathagata.

How the Blessed One Passed into Nibbana


9. And the Blessed One entered the first jhana. Rising from the first jhana, he entered the second jhana. Rising from the second jhana, he entered the third jhana. Rising from the third jhana, he entered the fourth jhana. And rising out of the fourth jhana, he entered the sphere of infinite space. Rising from the attainment of the sphere of infinite space, he entered the sphere of infinite consciousness. Rising from the attainment of the sphere of infinite consciousness, he entered the sphere of nothingness. Rising from the attainment of the sphere of nothingness, he entered the sphere of neither-perception-nor-non-perception. And rising out of the attainment of the sphere of neither-perception-nor-non-perception, he attained to the cessation of perception and feeling.

10. And the Venerable Ananda spoke to the Venerable Anuruddha, saying: "Venerable Anuruddha, the Blessed One has passed away."

"No, friend Ananda, the Blessed One has not passed away. He has entered the state of the cessation of perception and feeling."

11. Then the Blessed One, rising from the cessation of perception and feeling, entered the sphere of neither-perception-nor-non-perception. Rising from the attainment of the sphere of neither-perception-nor-non-perception, he entered the sphere of nothingness. Rising from the attainment of the sphere of nothingness, he entered the sphere of infinite consciousness. Rising from the attainment of the sphere of infinite consciousness, he entered the sphere of infinite space. Rising from the attainment of the sphere of infinite space, he entered the fourth jhana. Rising from the fourth jhana, he entered the third jhana. Rising from the third jhana, he entered the second jhana. Rising from the second jhana, he entered the first jhana.

Rising from the first jhana, he entered the second jhana. Rising from the second jhana, he entered the third jhana. Rising from the third jhana, he entered the fourth jhana. And, rising from the fourth jhana, the Blessed One immediately passed away.

sabato 12 luglio 2014

la via verso il Tao






















«Lo sviluppo è ancora ovunque considerato
come la via della salvezza per l'umanità (...)
Come la mondializzazione e l'occidentalizzazione
di cui fa parte e che di esso fanno parte,
lo sviluppo è complesso, cioè ambivalente,
nel contempo positivo e negativo»

Edgar Morin, La via

Cominciamo a fare la diagnosi di questa situazione drammatica. Lei scrive che il pianeta, che definisce la "patria-terra", è in pericolo. Perché?
«A causa di una congiunzione di fattori. La crisi è il risultato dello sviluppo tecnico-scientifico-economico che ha provocato il degrado della biosfera, la distruzione della biodiversità, il surriscaldamento climatico, la drastica riduzione delle terre coltivate e degli allevamenti in seguito all'estensione dell'agricoltura industriale... Pericoli vitali per la terra. Di fronte ai quali, fino ad oggi, non c'è stata la volontà di cambiare rotta».

A suo giudizio la globalizzazione, che lei preferisce chiamare mondializzazione, ha creato interdipendenza, ma non solidarietà...
«Il fatto è che è stata prodotta dal mondo liberista. Ovvero è senza regole. La crisi che ha avuto inizio nel 2008 dimostra chiaramente l'esistenza di un potere finanziario privo di qualsiasi controllo. Inoltre, l'unificazione tecno-economica del pianeta ha prodotto una reazione di segno opposto nelle culture locali, che hanno dato vita a nazionalismi, etnicismi, fanatismi... C'è una stretta connessione fra i due elementi: un potere finanziario illimitato da una parte e la crisi delle società, con la distruzione delle solidarietà tradizionali, dall'altra. Se si prosegue su questa via, la catastrofe è inevitabile. La storia dovrebbe farci da maestra: è noto come la crisi del '29 si tramutò in crisi della democrazia e in conflitto».

La soluzione sta - come ci ripetono tutti i giorni i governanti del mondo - nel riavviare la crescita?
«Dipende da che cosa intendiamo con la parola crescita. Sì, se essa significa economia verde, una sanità d'avanguardia, una sana urbanizzazione delle città, un'espansione dell'agricoltura biologica, l'impulso alle tecnologie rinnovabili, un'istruzione per tutti e di qualità... L'attuale idea di sviluppo è un'idea sottosviluppata, intanto perché ha reso universale un modello specifico - quello occidentale - imponendolo al mondo intero, in secondo luogo perché lo sviluppo, che si vorrebbe come soluzione dei mali, ne è al contrario la causa. La mia idea è che crescita e decrescita devono procedere di pari passo, come pure la mondializzazione e la de-mondializzazione. Tutti i processi portano in sé ambivalenze: si tratta quindi di assumere gli aspetti positivi dei fenomeni, eliminando quelli negativi. Ad esempio, in relazione alla mondializzazione, è cosa buona promuovere una conoscenza planetaria così come moltiplicare i processi di comunicazione, mentre dobbiamo ritornare alla dimensione regionale e locale in ambito economico o in quello dei servizi. Per attivare questo movimento doppio, occorre un approccio complesso alla realtà».

Così lei introduce una delle questioni a cui ha dedicato decenni di studi e uno dei temi che più le stanno a cuore: l'educazione e la conoscenza.
«L'educazione che trasmettiamo oggi ai ragazzi separa le discipline, smembra il sapere. Ma per affrontare problemi globali è necessario un sapere globale, vale a dire complesso, che unisca e metta in relazione i diversi ambiti del sapere. Uno dei paradossi del nostro tempo è che una maggiore quantità di conoscenze complessive si traduce in una maggiore difficoltà a conoscere, a capire e comprendere i fenomeni».

E senza conoscenza non è possibile una democrazia, tanto meno quella democrazia partecipativa (a cui deve lasciare il posto quella rappresentativa) che lei auspica.
«Vedo seri pericoli per la democrazia. E sappiamo che l'involuzione democratica sfocia nelle dittature. Oggi molti si muovono per dare voce alle loro aspirazioni di cambiamento. Penso soprattutto ai giovani, da quelli delle Primavere arabe a quelli di Occupy Wall Street, da quelli che occupano le università agli indignados... Il problema è che non sono sostenuti da un pensiero che indichi la via da intraprendere. "La via" è una questione di pensiero. Per questo ritengo che una riforma radicale dell'educazione debba precedere qualsiasi altra riforma. I giovani sanno esprimere la rottura, ma non hanno capacità di costruzione. Più in generale, oggi abbiamo potere di denuncia, ma non di enunciazione».

Le avrà fatto piacere la notizia che il Governo Hollande sta studiando l'introduzione dell'etica laica fra le materie dell'insegnamento...
«L'etica non è fatta di discorsi moralistici, ma si deve fondare sulla verità trinitaria dell'uomo, che concerne il suo essere come individuo, come membro di una società e come abitante di una biosfera. L'etica dell'individuo coinvolge l'io, la famiglia, gli amici, i vicini... L'etica sociale insegna che godiamo di diritti ma abbiamo anche doveri, in quanto parte di una comunità. L'etica antropologica ci colloca in una dimensione planetaria, rendendoci consapevoli della "comunità di destino" a cui apparteniamo. Ecco, l'etica dovrebbe partire da qui. Un passo ulteriore consiste nell'insegnamento di un'etica della comprensione, di se stessi, degli altri, della famiglia, degli stranieri, il cui fondamento è la coscienza del nostro essere imperfetti, soggetti all'errore. E non va dimenticato che anche le nostre teorie sono sempre strutturalmente "biodegradabili"».

Lei polemizza con lo storico Francis Fukuyama, secondo il quale il cammino della storia si sarebbe esaurito con l'approdo alla democrazia rappresentativa e all'economia liberale.
«Ciò che si è esaurito è unicamente quel dato modello storico che Fukuyama tende a idealizzare. Per lui le potenzialità creative del genere umano si sono esaurite con il liberismo, ma come si può pensare che la creatività abbia un limite o una fine? Prima di Mozart, avremmo dovuto ritenere che la creatività musicale era finita? O immaginare che, dopo di lui, non si sarebbe più creato alcun capolavoro musicale? In realtà, bisogna finalmente superare una concezione della storia che si regge su nazioni che, in varie forme, si fanno la guerra. Il processo di mondializzazione stessa prevede il passaggio a un modello meta-nazionale, una federazione in cui gli Stati, collegati, collaborano».

È questa la terza via a cui allude il titolo del suo libro?
«La terza via o nuova via valorizza e sviluppa tutto ciò che di buono, in modo embrionale, è presente nel mondo. Ad esempio le esperienze di agricoltura biologica. O il metodo di riscatto sociale dei giovani delinquenti che ho potuto ammirare in Brasile. Esempi di ri-umanizzazione da coltivare e far crescere. Già quand'ero adolescente eravamo alla ricerca di una terza via. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, fummo chiamati a combattere, schierarci, resistere e non fu più posibile scegliere. Possibilità che, invece, è nuovamente nelle nostre mani oggi, dopo il crollo delle ideologie del '900. La terza via si nutre e alimenta di tante piccole-grandi riforme, che devono investire tutti i campi: il consumo, la giustizia, la condizione dei vecchi e dei giovani, l'educazione... È l'insieme di queste riforme che traccia la speranza per il futuro dell'umanità».

Nonostante tutto, lei, a 91 anni è ottimista?

«Non sono né ottimista né pessimista. Se dovessi guardare con freddezza alla realtà, non potrei nutrire speranze. Ma la storia dell'umanità ci insegna che la salvezza si manifesta all'improvviso e inaspettatamente. Come scriveva il poeta Höldelin, "là dove c'è il pericolo, lì sorge la salvezza". Siamo fatti in modo che, solo allorché cadiamo nel baratro, prendiamo coscienza della situazione. Non penso nemmeno, con Gramsci, che si debba parlare di ottimismo della ragione e pessimismo della volontà, perché è la ragione a mostrarci i pericoli che corriamo. Sento che siamo in pericolo, e tutto il mio sforzo è teso a impedire che esso ci distrugga».

06/09/2012
Jiuzhaigou Valley, Sichuan, China

venerdì 11 luglio 2014

un nuovo Tao


Io insegno un uomo nuovo, una nuova umanità, un concetto nuovo di stare al mondo. Io proclamo l'Homo Novus. Il vecchio uomo sta morendo, e non è affatto necessario aiutarlo a sopravvivere. Il vecchio uomo è sul letto di morte: non piangere per lui, aiutalo a morire. Perché solo con la morte del vecchio può nascere il nuovo. La fine del vecchio è l'inizio del nuovo.

Il mio messaggio all'umanità è un uomo nuovo. Nient'altro basterà! Non un semplice ritocco, non una continuità col passato, ma qualcosa che rompa completamente con il passato. Fino ad oggi l'uomo ha vissuto in modo non vero, non autentico: ha vissuto una vita molto falsa. L'uomo ha vissuto vittima di una grande patologia, di una malattia molto grave. E vivere nella malattia non è necessario: possiamo uscire dalla prigione perché la prigione è fatta con le nostre stesse mani. Siamo in prigione perché noi stessi abbiamo deciso di restarci, perché abbiamo creduto che la prigione fosse la nostra casa. Il mio messaggio per l'umanità è: Adesso basta, svegliati! Guarda cosa l'uomo ha fatto a se stesso. In tremila anni ha combattuto cinquemila guerre. Non puoi chiamare sana un'umanità come questa. Solo una volta ogni tanto fiorisce un Buddha. Se in un giardino solo eccezionalmente fiorisce una pianta, e per il resto del tempo il giardino è privo di fiori, lo chiami ancora un giardino? Deve esserci qualcosa di fondo che non va. Ognuno nasce per essere un Buddha, meno di questo nulla potrà mai soddisfarti.

Ma cos'è che è andato storto? Perché l'uomo ha vissuto per migliaia di anni in una specie di inferno? Per migliaia di anni abbiamo vissuto con una concezione dualista dell'uomo, come se esso fosse un campo di battaglia tra ciò che sta in basso e ciò che è più elevato, tra il materiale e lo spirituale, il mondano e l'altro mondo, il buono e il cattivo, tra dio e il diavolo. Di conseguenza, il potenziale dell'uomo è stato severamente limitato. Per distruggere l'uomo, per distruggere il suo potere è stata usata una grande strategia: dividere l'uomo in due. L'uomo ha vissuto col concetto di essere o una cosa o l'altra: o un materialista o uno spiritualista. Ti hanno detto che non puoi essere tutte e due le cose insieme. O sei il corpo o sei l'anima. Questa è stata la causa originaria dell'infelicità umana. Un uomo diviso contro se stesso rimane all'inferno. Il paradiso nasce quando l'uomo non è più diviso. Un uomo diviso vuol dire sofferenza e un uomo integrato vuol dire beatitudine. Finora l'umanità è stata schizofrenica, perché ti è stato detto di reprimere, rifiutare, negare, molte parti del tuo essere naturale. Ma rifiutandole, negandole, non riesci a distruggerle; restano semplicemente nascoste. Continuano a operare dall'inconscio e diventano veramente pericolose. L'uomo è una unità organica. Tutto ciò che dio gli ha dato, deve essere usato; nulla va negato. L'uomo può diventare un'orchestra; occorre solo conoscere l'arte di creare armonia dentro di sé. E invece le cosiddette religioni ti hanno insegnato la strada della disarmonia, della discordia, del conflitto. Quando continui a lottare con te stesso non fai che sprecare la tua energia. Resti ottuso, poco intelligente, sciocco, perché nessuno può essere intelligente se non ha una grande energia. L'intelligenza accade quando l'energia è abbondante. Un'energia traboccante è la causa della crescita dell'intelligenza. Ma l'uomo ha vissuto in uno stato di povertà interiore. Il mio messaggio per l'umanità è: creare un uomo nuovo, privo di divisioni, integrato, totale. Buddha non è intero e non lo è nemmeno Zorba il Greco. Entrambi sono solo metà. Amo Zorba, amo Buddha. Ma se osservo il nucleo più profondo di Zorba, manca qualcosa: non ha anima. Se guardo Buddha, di nuovo manca qualcosa: non ha corpo. Il mio insegnamento è: un grande incontro, quello di Zorba con Buddha. Insegno Zorba il Buddha: una nuova sintesi. L'incontro della terra e del cielo, del visibile e dell'invisibile, l'incontro di tutte le polarità: uomo e donna, giorno e notte, estate e inverno, sesso e samadhi. Solo con questo incontro, un uomo nuovo potrà apparire sulla terra.


L'uomo nuovo non sarà orientale o occidentale; l'uomo nuovo rivendicherà tutta la terra come la propria casa. Solo allora l'umanità potrà sopravvivere - e non solo sopravvivere - con l'avvento di un nuovo concetto dell'uomo... il vecchio concetto è essere questo o quello, il nuovo sarà essere entrambe le cose.
L'uomo deve vivere una vita ricca all'esterno e ricca all'interno; non occorre scegliere. La vita interiore non è in contrasto con la vita esteriore, fanno parte di un unico ritmo. Non dovrai essere povero da una parte, solo per essere ricco dall'altra. Fino ad oggi è stato proprio così, l'Occidente ha scelto una via: diventa ricco all'esterno!
L'Oriente ne ha scelto un'altra: diventa ricco all'interno!
Entrambi sono sbilanciati.

Entrambi hanno sofferto e stanno soffrendo. Io ti insegno la ricchezza totale. Essere ricco all'esterno tramite la scienza ed essere ricco nel tuo nucleo più intimo tramite la religione. Questo farà di te una unità organica, un individuo. L'uomo nuovo non è un campo di battaglia, una personalità divisa, ma l'immagine di un uomo riunificato, unico, in piena sinergia con la vita nella sua totalità. L'uomo nuovo incarna una diversa immagine dell'uomo, più vitale, un modo nuovo di essere nel cosmo, un modo qualitativamente diverso di percepire e sperimentare la realtà. Perciò, per favore, non piangere il tramonto del vecchio. Gioisci, il vecchio sta morendo, la notte sta finendo, e sta spuntando l'alba. Sono felice, perfettamente felice, che l'uomo tradizionale stia morendo, che le vecchie chiese stiano andando in rovina, che i vecchi templi siano deserti. Sono straordinariamente felice che la vecchia moralità stia crollando. è una crisi di proporzioni immense.

Se raccogliamo la sfida, questa è un'opportunità per creare il nuovo. La situazione non è mai stata così matura. Stai vivendo in una delle epoche più belle, perché il vecchio sta scomparendo, o è già scomparso, e si è creato il caos. E solo dal caos nascono le stelle più grandi. Tu hai l'opportunità di creare un universo nuovo. Accade solo eccezionalmente, è molto raro. Sei fortunato a vivere in questi tempi di crisi. Usa questa opportunità per creare l'uomo nuovo. E per creare l'uomo nuovo devi cominciare proprio da te. L'uomo nuovo sarà un mistico, un poeta e uno scienziato, tutto quanto insieme. Non guardere la vita attraverso divisioni vecchie e marce. Sarà un mistico, perché sentirà la presenza di dio. Sarà un poeta, perché celebrerà la presenza di dio. E sarà uno scienziato, perché ricercherà questa presenza attraverso un metodo scientifico.
Quando un uomo è tutte e tre queste cose insieme, è un uomo integro. Questo è il mio concetto di uomo santo. L'uomo vecchio era represso, aggressivo. Era portato a essere aggressivo perché la repressione comporta sempre aggressione. L'uomo nuovo sarà spontaneo, creativo. L'uomo vecchio ha vissuto sulla base di ideologie.

L'uomo nuovo non vivrà affatto sulla base di ideologie, o di precetti morali, ma attraverso la consapevolezza. L'uomo nuovo vivrà solo attraverso la consapevolezza. Sarà responsabile, responsabile nei confronti di se stesso e dell'esistenza. L'uomo nuovo non sarà morale nel vecchio senso della parola, sarà amorale. L'uomo nuovo porta con sé un mondo nuovo. In questo momento l'uomo nuovo è inevitabilmente una minoranza in trasformazione, ma è il portatore di una nuova cultura ne è il seme. Aiutalo. Annuncia il suo arrivo dai tetti delle case: questo è il mio messaggio per te. L'uomo nuovo è aperto e onesto è trasparente, autentico e disponibile.

Non è un ipocrita. Non vive per raggiungere degli obiettivi: vive qui ed ora. Conosce solo un tempo, l'adesso, e conosce solo uno spazio, questo! Attraverso questa presenza, saprà cos'è dio. Gioisci! L'uomo nuovo sta arrivando e il vecchio sta scomparendo. Il vecchio è già sulla croce, e il nuovo è all'orizzonte. Gioisci, lo ripeto ancora: gioisci!

giovedì 10 luglio 2014

il Tao della fisica: Epilogo


Le filosofie religiose orientali si interessano della conoscenza mistica atemporale che sta al di là del ragionamento e che non può essere adeguatamente espressa con parole. Il rapporto che questa conoscenza ha con la fisica moderna è solo uno dei suoi molteplici aspetti e, come tutti gli altri, non può essere dimostrato in maniera definitiva, ma deve essere esperito in un modo intuitivo diretto. Pertanto spero di essere riuscito, in una certa misura, non a dare una rigorosa dimostrazione, ma, piuttosto, a offrire al lettore una opportunità di rivivere di quando in quando una esperienza che è diventata per me fonte di continua gioia e ispirazione: l'esperienza che ci fa capire come le teorie e i modelli principali della fisica moderna portano a una visione del mondo intimamente coerente e in perfetta armonia con le concezioni del misticismo orientale.
Per coloro che hanno percepito questa armonia, l'importanza della corrispondenza tra la concezione del mondo dei fisici e quella dei mistici è fuori discussione. La domanda interessante da porci, allora, non è se questa corrispondenza esiste, ma perché esiste; e, inoltre, che significato ha.
Nel tentativo di comprendere il mistero della Vita, l'uomo ha seguito molti approcci differenti. Tra questi, vi sono la via dello scienziato e quella del mistico, ma ne esistono molte altre; la via dei poeti, dei bambini, dei pagliacci, degli sciamani, per nominarne solo alcune. Queste vie hanno prodotto descrizioni differenti del mondo, sia verbali sia non verbali, che mettono in rilievo aspetti diversi. Tutte sono valide e utili nel contesto nel quale sono sorte. Tutte quante, però, sono solo descrizioni, o rappresentazioni, della realtà e sono quindi limitate: nessuna riesce a dare un quadro completo del mondo.
La concezione meccanicistica del mondo della fisica classica è utile per descrivere il tipo di fenomeni fisici che incontriamo nella vita di ogni giorno e quindi può servire quando si ha a che fare con il nostro ambiente quotidiano; inoltre si è dimostrata estremamente fruttuosa come base per la tecnologia. Tuttavia, essa è inadeguata per descrivere i fenomeni fisici in campo subatomico. Del tutto opposta alla concezione meccanicistica del mondo è quella dei mistici, che può essere compendiata nella parola "organicismo", in quanto considera tutti i fenomeni nell'universo come parti integranti di un tutto inseparabile e armonioso. Questa visione del mondo emerge nelle tradizioni mistiche dagli stati di coscienza meditativi. Nella loro descrizione del mondo, i mistici usano concetti tratti da queste esperienze non ordinarie che, in generale, non sono adatti per una descrizione scientifica dei fenomeni macroscopici. La concezione del mondo organicistica non è vantaggiosa quando si tratta di costruire macchine, e nemmeno per affrontare i problemi tecnici in un mondo sovrappopolato.
Nella vita di tutti i giorni, allora, sia la concezione meccanicistica sia quella organicistica dell'universo sono valide e utili: l'una per la scienza e la tecnologia, l'altra per una vita
spirituale equilibrata e compiuta. Al di là delle dimensioni del nostro ambiente quotidiano, tuttavia, i concetti meccanicistici perdono la loro validità e devono essere sostituiti da concetti organicistici che sono molto simili a quelli usati dai mistici. Questa è l'esperienza essenziale della fisica moderna che ha costituito l'argomento della nostra discussione. La fisica del Novecento ha mostrato che i concetti della visione organicistica del mondo, sebbene di scarso valore per la scienza e per la tecnologia su scala umana, diventano estremamente utili a livello atomico e subatomico. La concezione organicistica, perciò, sembra essere più fondamentale di quella meccanicistica. La fisica classica, che è basata su quest'ultima, può essere ricavata dalla meccanica quantistica, la quale comprende la prima, mentre non è possibile il contrario. Ciò sembra dare una prima indicazione del perché potremmo aspettarci che le concezioni del mondo della fisica moderna e del misticismo orientale siano simili. Entrambe si manifestano quando l'uomo indaga sulla natura essenziale delle cose e scopre una realtà diversa dietro la superficiale apparenza meccanicistica della vita quotidiana: in fisica, nella realtà più profonda della materia; nel misticismo, nella realtà più profonda della coscienza.
Le corrispondenze tra le concezioni dei fisici e quelle dei mistici diventano ancora più plausibili quando ricordiamo le altre somiglianze che esistono, nonostante la diversità delle strade seguite. Anzitutto, il loro metodo è interamente empirico: i fisici traggono la loro conoscenza da esperimenti; i mistici da intuizioni legate alla meditazione. Entrambe sono osservazioni, e in entrambi i campi queste osservazioni sono riconosciute come l'unica fonte di conoscenza. L'oggetto dell'osservazione è naturalmente molto diverso nei due casi. Il mistico guarda dentro la sua coscienza e la esplora ai suoi vari livelli, che comprendono il corpo come manifestazione fisica della mente. L'esperienza del proprio corpo è infatti messa in rilievo in molte tradizioni orientali ed è spesso vista come la chiave dell'esperienza mistica del mondo. Quando stiamo bene in salute, non abbiamo la sensazione di nessuna parte specifica del nostro corpo, ma siamo consapevoli di esso come di un tutto integrato, e questa consapevolezza genera una sensazione di benessere e di felicità. Nello stesso modo, il mistico è consapevole della totalità del cosmo intero, che viene sentito come una estensione del corpo. Per usare le parole del Lama Govinda:

«Per l'uomo illuminato... la cui coscienza abbraccia l'universo, l'universo diventa il suo "corpo" mentre il suo corpo fisico diventa una manifestazione della Mente Universale, la sua visione interiore diventa espressione della sua più alta realtà e la sua parola espressione della verità eterna e del potere mantrico ».'
Al contrario del mistico, il fisico inizia la sua indagine sull'essenza delle cose studiando il mondo materiale. Penetrando negli strati sempre più profondi della materia, egli è diventato consapevole della fondamentale unità di tutte le cose e di tutti gli eventi. Inoltre ha anche imparato che egli stesso e la sua coscienza sono parte integrante di questa unità. Il mistico e il fisico giungono così alla stessa conclusione: il primo partendo dall'interiorità, il secondo dal mondo esterno. L'armonia tra le loro concezioni conferma l'antica saggezza indiana secondo cui Brahman, la realtà esterna ultima, è identica a Ātman, la realtà interna.
Una ulteriore somiglianza tra la via del fisico e quella del mistico è il fatto che le loro osservazioni avvengono in campi che sono inaccessibili ai sensi ordinari: per la fisica moderna, il campo del mondo atomico e subatomico; per il misticismo, gli stati non ordinari di coscienza nei quali il mondo dei sensi viene trasceso. I mistici parlano spesso delle loro esperienze di dimensioni superiori nelle quali le impressioni originatesi in centri diversi di coscienza sono integrate in un tutto armonioso. Una situazione analoga esiste nella fisica moderna dove è stato elaborato un formalismo «spaziotempo» quadridimensionale che unifica concetti e osservazioni che nell'ordinario mondo tridimensionale appartengono a categorie diverse. In entrambi i campi, le esperienze pluridimensionali trascendono il mondo sensoriale e è perciò praticamente impossibile esprimerle nel linguaggio ordinario.
Constatiamo che le vie del fisico moderno e del mistico orientale, che a prima vista sembrano totalmente prive di correlazioni, hanno, in effetti, molte cose in comune. Perciò, non dovrebbe sorprendere troppo che esistano corrispondenze impressionanti nelle loro descrizioni del mondo. Quando queste corrispondenze tra la scienza occidentale e il misticismo orientale saranno accettate, sorgeranno moltissime domande sulle loro implicazioni. La scienza moderna, con tutti i suoi raffinati macchinari, non sta semplicemente riscoprendo la sapienza antica, nota ai saggi orientali da migliaia di anni? I fisici non dovrebbero quindi abbandonare il metodo scientifico e cominciare a meditare? Oppure, può esserci una influenza reciproca tra scienza e misticismo, o forse persino una sintesi?
Ritengo che a tutte queste domande si debba dare una risposta negativa, in quanto scienza e misticismo sono a mio giudizio due manifestazioni complementari della mente umana, delle sue facoltà razionali e intuitive. Il fisico moderno fa esperienza del mondo attraverso una specializzazione estrema della mente razionale; il mistico attraverso una specializzazione estrema della mente intuitiva. Le due impostazioni sono completamente differenti e comportano ben più che specifiche concezioni del mondo fisico. Tuttavia, esse sono complementari, come abbiamo imparato a dire in fisica. Nessuna delle due è compresa nell'altra, né può venire ridotta all'altra, ma entrambe sono necessarie e si completano a vicenda per una più piena comprensione del mondo. Per parafrasare un vecchio detto cinese, i mistici comprendono le radici del Tao ma non i suoi rami; gli scienziati ne conoscono i rami ma non le radici.
La scienza non ha bisogno del misticismo e il misticismo non ha bisogno della scienza; ma l'uomo ha bisogno dell'uno e dell'altra. L'esperienza mistica è necessaria per comprendere la natura più profonda delle cose, e la scienza è essenziale per la vita moderna. Ciò che ci serve, quindi, non è una sintesi ma un'interazione dinamica tra intuizione mistica e analisi scientifica.
Finora, questa esigenza non è stata soddisfatta nella nostra società. Il nostro atteggiamento è ancora troppo yang – per usare di nuovo un termine cinese –, troppo razionale, maschile e aggressivo. Gli scienziati stessi ne sono un tipico esempio. Sebbene le loro teorie li stiano portando a una concezione del mondo che è simile a quella dei mistici, è sorprendente quanto poco ciò abbia influito sugli atteggiamenti della maggior parte degli scienziati. Nel misticismo, d'altra parte, la conoscenza non può essere separata da un certo modo di vivere che ne diventa la manifestazione vivente. Raggiungere la conoscenza mistica significa subire una trasformazione; si potrebbe persino dire che la conoscenza è la trasformazione. La conoscenza scientifica, invece, può spesso rimanere astratta e teorica. Così la maggior parte dei fisici di oggi non sembrano rendersi conto delle implicazioni filosofiche, culturali e spirituali delle loro teorie. Molti di loro sostengono attivamente una società che è ancora basata su una concezione del mondo meccanicistica e frammentata, senza vedere che la scienza punta oltre tale concezione, verso una unità dell'universo che includa non solo il nostro ambiente naturale ma anche i nostri simili.
Io credo che la concezione del mondo implicita nella fisica moderna sia incompatibile con la nostra attuale società, la quale non riflette l'armonioso interrelarsi delle cose che osserviamo in natura. Per raggiungere un tale stato di equilibrio dinamico sarà necessaria una struttura economica e sociale radicalmente differente: una rivoluzione culturale nel vero senso della parola. La sopravvivenza della nostra intera civiltà può dipendere dalla nostra capacità di effettuare un simile cambiamento. Essa dipenderà, in definitiva, dalla nostra capacità di assumere alcuni degli atteggiamenti yin del misticismo orientale, per esperire la globalità della natura e attingere l'arte di vivere in armonia con essa.













il Tao della fisica
image by hanciong

mercoledì 9 luglio 2014

il Te del Tao: LXXX - ISOLARSI


LXXX - ISOLARSI

Piccoli regni con pochi abitanti:
arnesi da lavoro in luogo d'uomini
(sian dieci o cento) il popolo non usi.
Tema la morte e fuori non emigri.
Se anche vi son navigli e vi son carri,
il popolo non tenti di salirvi;
se anche vi son corrazze e vi son armi,
mai e poi mai le tiri fuori il popolo.
E ritorni ad usar nodi di corda;
e trovi gusto in cibi e vesti suoi;
ed ami la sua casa, i suoi costumi.
Se stati vi vedessero vicini
tanto che cani e galli se ne udissero,
invecchino così, fino alla morte
quei due popoli: senza alcun contatto.

martedì 8 luglio 2014

la fine del Tao è l'inizio del Tao


FOLCO: Allora, Babbo, hai proprio accettato di morire?
TIZIANO: Vedi, questa di “morire” è una cosa che vorrei evitare. Mi piace molto di più l'espressione indiana, che conosci come me, “lasciare il corpo”. Infatti, il mio sogno è di scomparire come se non esistesse questo momento del distacco. L'ultimo atto della vita, che è quello che si chiama morte, non mi preoccupa perché mi ci sono preparato. Ci ho pensato. Ora, non dico che sarebbe la stessa cosa alla tua età. Ma alla mia! Ho sessantasei anni, ho fatto tutto quel che volevo fare, ho vissuto intensissimamente, per cui non ho alcun rimpianto.
Non ho da dire “Ah, mi ci vorrebbe ancora tempo per fare questo!” E poi non mi preoccupo grazie alle due o tre cose, secondo me fondamentali, che tutti i grandi e i saggi del passato avevano ben capito.
Che cos'è che ci fa così spavento della morte?
Quello che ci fa paura, che ci congela davanti a quel momento è l'idea che scomparirà in quell'attimo tutto quello a cui noi siamo tanto attaccati. Prima di tutto il corpo. Del corpo ne abbiamo fatto un'ossessione. Tu pensa: uno cresce con questo corpo, ci si identifica. Guarda te, sei giovane, sei forte, pieno di muscoli. Oh, ero così anch'io! Ogni giorno correvo dei chilometri per tenermi in forma, facevo ginnastica, avevo delle gambe dritte, avevo i baffi e la testa piena di capelli corvini. Ero un bel ragazzo. Uno dice “TIZIANO Terzani” e pensa a quel corpo lì.
Tutto da ridere! Guardami ora. Pelle e ossa, magrissimo, le gambe gonfie, la pancia come un pallone. Mi si è rovesciata la geometria del corpo. Prima uno ha le spalle larghe e la vita stretta; ora ho delle spalline strette strette e una vita enorme. Allora non posso essere attaccato a questo corpo. E poi, quale corpo? Un corpo che cambia tutti i giorni, che perde i capelli, che si azzoppa, che si acciacca, che viene tagliato a pezzi dal chirurgo?
Il corpo non siamo noi. Allora cosa siamo?
Crediamo di essere tutte le cose che ci preoccupa di perdere morendo. Con l'identità – giornalista, avvocato, direttore di banca – ti ci sei identificato e l'idea che tutto questo scompaia, che tu non sia più il grande giornalista, il bravo direttore di banca, che la morte ti porti via tutto questo ti sconvolge.
Tu possiedi la bicicletta, l'automobile, un bel quadro che hai comprato con i risparmi di tutta una vita, un campo, una casetta al mare. E tua E ora muori e la perdi. La ragione per la quale si ha tanta paura della morte è che con quella bisogna rinunciare a tutto quel che ci stava tanto a cuore, proprietà, desideri, identità. Io l'ho già fatto. Negli ultimi anni non ho fatto che buttare a mare tutto questo e non c'è più nulla a cui sono legato.
Perché ovviamente tu non sei il tuo nome, tu non sei la tua professione, non sei la casetta al mare che possiedi. E se impari a morire vivendo, come hanno ben insegnato i saggi del passato – i sufi, i greci, i nostri amati rishi dell'Himalaya – allora ti abitui a non riconoscerti in queste cose, a riconoscerne il valore estremamente limitato, transitorio, ridicolo, impermanente. Se la casa che ti sei comperato al mare un giorno -vrumm! viene portata via dalla marea; se un figlio, uno come te che sei stato mio per così tanto tempo e a cui ho dedicato pensieri, a volte sofferenze e angosce, esce di casa, gli casca un tegolo in testa e -vrumm, finito! allora capisci che non è possibile che tu sia quelle cose che scompaiono così semplicemente.
E se, vivendo, incominci a capire che non sei quelle cose, allora piano piano te ne stacchi, le abbandoni. Abbandoni anche le cose che ti paiono le più care, come l'amore che io ho per tua madre, Io ho amato tua madre per i quarantasette anni in cui siamo stati assieme e quando dico che me ne stacco non voglio dire che non la amo più, ma che questo amore non è più una schiavitù; che non sono più dipendente da questo amore; che sono, anche da questo, distaccato. Questo amore è parte della mia vita, ma io non sono quell'amore.
Sono tante altre cose... o forse nulla. Ma non sono quella cosa lì. E l'idea che morendo perdo quell'amore, perdo questa casa all'Orsigna, perdo te e la Saskia, perdo la mia identità, non mi preoccupa più, non mi fa più assolutamente paura, perché mi ci sono abituato. E qui, l'Himalaya, la solitudine lassù, la natura, la fortuna di questo malanno che mi ha dato l'occasione di riflettere su tutto questo è stata una grande maestra.
L'altra cosa che mi pare fondamentale nella vita di un uomo che cresce e che matura, come spero che in qualche modo mi sia successo, è il rapporto con i desideri. I desideri sono la nostra grande molla. Se Colombo non avesse desiderato di trovare una nuova strada per le Indie non avrebbe scoperto l'America. Tutto il progresso, se lo vuoi chiamare così, o il regresso, tutta la civilizzazione o la decivilizzazione dell'uomo è dovuta al desiderio. Desiderio di ogni tipo, a partire dal più semplice, quello carnale, quello di possedere la carne di un altro.
Il desiderio è una grande molla, non lo nego. È importante e ha determinato la storia dell'umanità. Ma se tu cominci a guardare bene, di nuovo, cosa sono questi desideri, questi desideri dai quali non sfuggi mai? Specie oggi, in questa nostra società che ci spinge solo a desiderare e fra i desideri a scegliere solo i più banali, quelli materiali, in altre parole quelli del supermercato. Il desiderio di quelle scelte lì è inutile, è banale, è irrisorio.
Il vero desiderio, se uno ne vuole uno, è quello di essere se stessi. L'unica cosa che uno può desiderare è di non avere più scelte, perché la scelta vera non è quella fra due dentifrici, fra due donne, fra due macchine. La scelta vera è quella di essere te stesso. Se ti abitui o fai degli esercizi, se rifletti, rifletti! vedi che quei desideri sono una forma di schiavitù. Perché più tu desideri e più limitazioni ti crei. Desideri una cosa al punto che non pensi ad altro, non fai altro, diventi schiavo di quel desiderio.
Allora tu puoi, nell'età matura, più adulta, cominciare a vedere tutto questo ...ride... e metterti a ridere dei desideri che hai, a ridere dei desideri che hai avuto, a ridere nel vedere che questi desideri non servono a niente, che sono effimeri come tutto il resto che è la vita. Così cominci a imparare a toglierteli, a toglierli di mezzo. Compreso quel desiderio ultimo, che tutti hanno, della longevità. Uno dice “Va bene, non voglio più soldi, non voglio più fama, non voglio più comprare niente; ma voglio almeno una pillola che mi fa vivere altri dieci anni!”
Anche questo desiderio io non l'ho più, proprio non l'ho più.
Sono fortunato. Perché gli anni di solitudine in quella casetta nell'Himalaya mi hanno fatto vedere che non avevo niente da desiderare. Avevo bisogno di un po' d'acqua per bere ed era lì, nella fonte dove bevevano gli animali. Mangiavo un po' di riso e qualche verdura cotta sul fuoco. Quali altri desideri potevo avere? Non quello di andare al cinema a vedere l'ultimo film. Che me ne importa?! Cosa cambia nella mia vita? Niente a questo punto, niente. Perché quella che ora mi sta davanti è forse la cosa più strana, curiosa, nuova che mi sia mai capitata.
Per questo dico che non ho più voglia di stare in questa vita, perché questa vita non mi incuriosisce più. L'ho vista di fuori e di dentro, l'ho vista da ogni suo lato e i desideri che mi dovrebbe suscitare non mi interessano più.
Allora la morte diventa davvero...ride... l'unica cosa nuova che mi può succedere, perché questa non l'ho mai vista, non l'ho mai vissuta. L'ho solo vista negli altri.
Può darsi che non sia niente, che sia come l'addormentarsi la sera. Perché in verità noi moriamo ogni sera, no? Quella coscienza dell'uomo sveglio che lo fa, appunto, identificare con il suo corpo e con il suo nome, che lo fa desiderare, che lo fa telefonare e andare a un appuntamento a pranzo, nell'attimo in cui ti addormenti — puff! scompare.
Pur nel sonno in qualche modo rimanendo, perché sogni.
Ma chi è il sognatore?
Chi è il testimone silenzioso del tuo sogno?
Be', forse nella morte avviene qualcosa di simile al sonno. O forse non avviene niente. Ma ti assicuro che mi avvicino a questo appuntamento non come a un incontro con una signora vestita di nero, con una falce che miete, che è sempre stata una visione dell'orrore. Mi avvicino a questo appuntamento di quiete, secondo me, a cuor leggero, come davvero non l'ho mai avuto prima. E forse lo debbo proprio alla combinazione di fatti che ti ho spiegato: quello di avere un po' imparato a morire prima di morire, quello di aver rinunciato ai desideri, e quello di aver succhiato dal terreno sacro dell'India la sensazione che l'India ti dà: che è nata, è morta, è nata e morta tanta gente; e che quest'esperienza del nascere, vivere e morire è quella più comune agli uomini.
Perché il morire ci deve far così paura? E la cosa che hanno fatto tutti! Miliardi e miliardi e miliardi di uomini, gli assiro-babilonesi, gli ottentotti, tutti ci sono passati. E quando tocca a noi, ah! siamo persi.
Ma come?! L'hanno fatto tutti.
Se ci pensi bene, questa è una bella riflessione che molti hanno fatto ovviamente: la terra sulla quale viviamo in verità è un grande cimitero. Un grande, immenso cimitero pieno di tutto quello che è stato. Se scavassimo, troveremmo dovunque ossa ormai ridotte in polvere, resti di vita. Ti immagini i miliardi di miliardi di miliardi di esseri che sono morti su questa terra? Sono tutti lì! Noi camminiamo continuamente su un enorme cimitero. È strano, perché i cimiteri come noi li concepiamo sono luoghi di dolore, di sofferenza, di pianto, circondati da cipressi neri. Mentre in verità il grande cimitero della terra è bellissimo, perché è la natura. Ci crescono sopra i fiori, ci corrono sopra le formiche, gli elefanti.
Ride.
Se la vedi così e torni a far parte di tutto questo, forse quel che resta di te è quella vita indivisibile, quella forza, quella intelligenza a cui puoi mettere una barba e chiamarla Dio, ma che è qualcosa che la nostra mente non riesce a capire e che forse è la grande mente che tiene tutto assieme.
Che cosa tiene tutto assieme?
Allora vado a questo appuntamento – perché tale lo sento e mi dispiacerebbe mancarlo, perché è come se mi fossi già vestito a festa – a cuor leggero e con una certa quasi giornalistica curiosità. Io che ormai ho smesso da tempo di fare del giornalismo sento che ho una curiosità che chiamo giornalistica per sorridere, ma che è la curiosità umana di “Che cos'è questa cosa?”
La si prova nella vita quando muore il padre. Io ricordo che, quando morì il mio, quello che mi colpì era che ora ero in prima fila io. Sai, alla guerra c'è sempre uno che è avanti a te, c'è una prima linea, come nella Prima guerra mondiale, una prima trincea. E morto tuo padre non c'è più quella trincea, tocca a te.
Be', ora tocca proprio a me. E quando io morirò ti sentirai tu in prima trincea. Ma intanto tu sei venuto a tenermi per mano e questo ci dà l'occasione di parlare del viaggio di quel ragazzino, nato in un letto in via Pisana, un quartiere popolare di Firenze, che si ritrova nelle grandi storie del suo tempo – la guerra in Vietnam, la Cina, la caduta dell'impero sovietico – poi va sull'Himalaya, e adesso è qui, in una sua piccola Himalaya, ad aspettare questa ora secondo me piacevole.
Allora questa è la fine, ma è anche l'inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c'è un senso.