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venerdì 7 febbraio 2014

Umgreifende Tao

"Noi non viviamo immediatamente nell'essere, perciò la verità non è un nostro possesso definitivo; noi viviamo nell'essere temporale, perciò la verità è la nostra via".

I limiti delle scienze e l’impulso alla comunicazione sono due cose che ci additano il cammino verso la verità, la quale è qualcosa di ben più che un semplice possesso da parte dell’intelletto.
L’esattezza rigorosa delle scienze non è tutta la verità. Tale esattezza, nella sua validità universale, non ci vincola in tutto e per tutto quali uomini reali, ma solo quali esseri forniti d’intelletto. Si tratta solamente di un vincolo rispetto alle cose che vengono conosciute, di un vincolo particolare ma non pieno e totale. È vero che nella comunità dell’indagine scientifica, in grazia delle idee che in essa si realizzano e degli altri impulsi dell’esistenza che in essa si manifestano, possono darsi degli uomini che siano dei veri amici. Ma l’esattezza della conoscenza scientifica come tale vincola tutte le nature intellettive nella loro somiglianza, in quanto punti rappresentabili, e non vincola sostanzialmente gli uomini stessi.

Per l’intelletto che ha come mèta e come punto di vista l’esattezza il resto vale solo come sentimento, come soggettività, come istinto. Con questa bipartizione, accanto al mondo luminoso dell’intelletto, rimane solamente l’irrazionale, nel quale viene a sboccare tutto ciò che, secondo le circostanze, viene disprezzato o portato alle stelle. Intanto bisogna riconoscere che l’esattezza pura e semplice non ci appaga. E il movimento, che, nel pensare, va alla ricerca dell’autentica verità, nasce appunto da questo inappagamento. [...] La verità è qualche cosa di infinitamente più dell’esattezza scientifica.

Tutto considerato, anche la comunicazione ci fa avvertire e sentire che la verità è qualche cosa di infinitamente di più. La comunicazione è la via verso la verità in tutti i suoi aspetti. Lo stesso intelletto diventa chiaro a se stesso soltanto nella discussione. La maniera come l’uomo, in quanto esserci, in quanto spirito, in quanto esistenza, sta o può stare in comunicazione, è quella che rende possibile la rivelazione di ogni altra verità. La verità con la quale veniamo a contatto ai limiti delle scienze è quella stessa verità con la quale veniamo a contatto in questo movimento della comunicazione. La questione è d’intender bene quale verità essa sia.

La fonte di questa verità, per distinguerla da ciò che si presta a essere formulato e oggettivato, da ciò che è particolare, e determinato, nelle forme nelle quali l’essere può starci dinanzi, noi la chiamiamo il Tutto-avvolgente (Umgreifende). Questo concetto non è affatto familiare e tanto meno di per se stesso evidente. Il Tutto-avvolgente possiamo cercare di rischiararlo filosofando, ma non possiamo conoscerlo oggettivamente.
Qui ci attende il bivio fatale, dove noi raggiungiamo o il vero filosofare o torniamo da capo indietro, mentre, giungendo al nostro limite, dovremmo osare il salto verso il pensiero trascendente.

Se ci basiamo su tutto ciò che è sentimento, istinto, impulso, cuore e stato d’animo, come se soltanto questo fosse fonte di verità, non facciamo che nominare quel che rimane nel buio, quel che vorrebbe dar motivo alla nostra vita, con parole che inducono ad un’analisi psicologica, e ci fanno cascare in una psicologia che si presume comprensiva, mentre quel che importa è di raggiungere lo spazio luminoso del filosofare autentico e genuino.
I metodi del trascendere sorreggono la filosofia tutta intera. È impossibile anticipare in breve ciò che con essi possiamo raggiungere. Possiamo forse accostarci, con poche parole, se non alla piena comprensibilità, almeno all’atmosfera di cui si tratta.

Tutto ciò che diventa oggetto per me emerge, per così dire, dal fondo oscuro dell’Essere. Ogni oggetto è un essere determinato, che mi sta di fronte nella scissione di soggetto e oggetto; ma non è mai tutto l’Essere. Nessun essere conosciuto in questa maniera, cioè oggettivamente, è l’Essere.

Ma l’insieme delle cose conosciute come oggetti non rappresenta tutto l’Essere?
No. Come in un paesaggio dall’orizzonte sono racchiuse le cose, così tutti gli oggetti sono racchiusi dall’orizzonte in cui essi si trovano. Nel mondo dello spazio ci accade che, per quanto ci accostiamo all’orizzonte, non riusciamo mai a raggiungerlo, e esso piuttosto si muove con noi e sempre nuovamente si riforma, come quello che, volta per volta, tutto racchiude in sé.

Allo stesso modo, nel processo dell’indagine oggettiva, noi ci accostiamo, volta per volta, ad apparenti totalità, le quali però non ci si dimostrano mai come l’Essere pieno e autentico, ma devono, invece, essere oltrepassate in estensioni sempre nuove. Solo se tutti gli orizzonti si trovassero insieme, in un tutto compatto, dato che in tal caso essi ci rappresenterebbero una pluralità finita, noi potremmo, in uno sforzo di penetrazione a traverso tutti gli orizzonti, raggiungere l’Essere unico che vi è rinchiuso. Ma l’Essere non ci può esser dato rinchiuso, e gli orizzonti sono per noi illimitati. L’Essere ci trascina in tutti i sensi verso l’infinito.
Noi vogliamo renderci conto dell’Essere che, mentre ci si rivela venendoci incontro in ogni oggetto e in ogni orizzonte, pure, come tale, sempre indietreggia e si allontana. Questo Essere noi lo chiamiamo: il Tutto che ci avvolge. Il Tutto-avvolgente è dunque ciò che sempre e continuamente si annunzia a noi, e ci si annunzia non in quanto ci venga innanzi esso stesso, ma in quanto è la scaturigine di ogni altra cosa.

Con questo pensiero filosofico fondamentale noi vogliamo pensare al di là di quell’essere determinato dirigendoci verso il Tutto-avvolgente, nel quale siamo e che noi stessi siamo. È questo un pensiero che, per così dire, capovolge la nostra situazione perché ci libera dal vincolo di ogni essere determinato. Ma questo pensiero del Tutto-avvolgente è solo la prima pietra. In breve si direbbe che è ancora soltanto un pensiero puramente formale. Nello sforzo di un ulteriore avvicinamento, ci si mostrano subito i modi del Tutto-avvolgente insieme col compito del loro rischiaramento. L’Essere del Tutto-avvolgente, in se stesso, è Mondo e Trascendenza. L’Essere del Tutto-avvolgente che noi siamo è Esserci, Coscienza in generale, Spirito, Esistenza. Solo a traverso i modi del Tutto-avvolgente noi diventiamo interamente consapevoli della verità in tutte le sue possibilità, nel suo orizzonte possibile, nella sua ampiezza e nella sua profondità.
Il rischiaramento del Tutto-avvolgente riceve la sua spinta dalla nostra Ragione e dalla nostra Esistenza.

I movimenti nei quali noi ci apriamo sconfinatamente, coi quali vorremmo dare la parola a tutto ciò che è, attraverso i quali quasi attiriamo a noi ciò che ci è più lontano ed estraneo, in seno ai quali cerchiamo un rapporto con tutte le cose, e grazie ai quali non rompiamo la comunicazione con niente, questi movimenti noi li denominiamo ragione. Questa parola, che va radicalmente distinta da intelletto, esprime la condizione della verità, così come essa può venire in luce nei modi del Tutto-avvolgente. La logica filosofica riguarda la ragione in quanto si rende conto di se stessa.

Nel suo valore più largo e più comprensivo, entro il quale il valore delle scienze, vale a dire dell’intelletto, è soltanto un elemento, la verità trova, in ultimo, il suo fondamento nell’esistenza che noi possiamo essere. Tutto dipende dal lasciarci guidare nella vita da una incondizionatezza, da un possesso e un dominio pieno e assoluto di noi, il quale nasce soltanto dalla risoluzione. Mediante la risoluzione l’esistenza diventa reale, la vita viene foggiata e trasformata in quell’agire interiore che, rischiarandoci, ci sorregge nel volo. Quando l’amore ha come fondamento una risoluzione, non è più l’infida passione che s’agita senza mèta, ma la completa realizzazione di noi, nella quale ci si manifesta il vero Essere.

Quello che deve esser fatto nella vita del pensiero è reso possibile da un filosofare che, rimembrando e presagendo, faccia manifesta la verità. Questo filosofare ha il suo vero significato solamente se al pensiero corrisponde una realtà di chi pensa, la quale venga a integrarlo. Questa realtà non è la conseguenza o l’applicazione di una dottrina, ma è la prassi dell’essere umano, che si protende in avanti nell’eco del pensiero. È un impeto di movimento che ha luogo, per dir così, con due ali, che sono il pensiero e la realtà. L’uno e l’altra debbono spiegarsi, se si vuole che il volo riesca. Il pensiero puro e semplice rimarrebbe un vuoto agitarsi di possibilità; la realtà pura e semplice rimarrebbe una cupa incoscienza, dato che senza spiegamento non potrebbe intendere se stessa.

Questo modo di filosofare ebbe per me la sua prima origine nel campo della psicologia, che doveva subire una trasformazione e diventare poi rischiaramento dell’esistenza. Questo rischiaramento dell’esistenza mi riportò di nuovo all’orientamento nel mondo e alla metafisica. Il significato di questo pensare e di questo filosofare si risolve, in ultimo, in una logica filosofica, che non tien conto soltanto dell’intelletto e delle sue forme (giudizio e ragionamento), ma indica il fondo ultimo della verità, quale si mostra, in tutta la sua portata, nel Tutto-avvolgente.
L’Essere non è la somma degli oggetti. Bisogna dire piuttosto che gli oggetti nella scissione di soggetto e oggetto, vengono incontro al nostro intelletto dal Tutto-avvolgente dell’Essere stesso, che, mentre sfugge alla nostra comprensione oggettiva, è quello da cui tutte le nostre conoscenze oggettive e determinate ricevono senso e limiti, e da cui si effonde la melodia del Tutto, nel quale soltanto esse acquistano valore.
trad. di R. De Rosa
Friedhof am Hörnli Basel, Basel-Stadt, Switzerland
Yad Vashem Photo Archive

venerdì 15 febbraio 2013

il Tao della programmazione: Libro 4 - Scrittura

Geoffrey James, 1987
Libro 4 - Scrittura

Così parlò il maestro programmatore:
“Un programma scritto bene è il suo stesso paradiso; un programma scritto male è il suo stesso inferno.”

4.1

Un programma dovrebbe essere leggero e agile, le sue subroutine collegate come una collana di perle. Lo spirito e l'intento del the programma dovrebbe essere mantenuto attraverso tutto il suo codice. Non ci dovrebbe essere né troppo poco né troppo, né cicli che non servono né variabili inutili, né mancanza di struttura né eccessiva rigidità.

Un programma dovrebbe seguire la “Legge del Minor Stupore”. Cosa dice questa legge? Semplicemente che il programma dovrebbe sempre rispondere all'utente nel modo che lo stupisce di meno.

Un programma, non importa quanto complesso, dovrebbe comportarsi come una singola unità. Il programma dovrebbe essere diretto dalla logica interiore anziché dall'apparenza esteriore.

Se il programma manca di questi requisiti, sarà in uno stato di disordine e confusione. Il solo modo per correggerlo è riscrivere il programma.

4.2

Un novizio chiese al maestro: “Ho un programma che a volte gira e a volte no. Ho seguito le regole della programmazione, eppure sono totalmente sconcertato. Qual è la ragione per questo?”

Il maestro rispose: “Sei confuso perchè non capisci il Tao. Solo uno stupido si aspetta un comportamento razionale da altri umani. Perché tu te lo aspetti da una macchina costruita da umani? I computer simulano il determinismo; solo il Tao è perfetto.”

“Le regole della programmazione sono transitorie; solo il Tao è eterno. Quindi devi contemplare il Tao prima di ricevere l'illuminazione.”

“Ma come farò a sapere quando ho ricevuto l'illuminazione?” chiese il novizio.

“Allora il tuo programma girerà correttamente”, rispose il maestro.

4.3

Un maestro stava spiegando la natura del Tao a uno dei suoi allievi. ``Il Tao è racchiuso in tutto il software - non importa quanto sia insignificante'', disse il maestro.

“Il Tao è in un calcolatore tascabile?” chiese l'allievo.

“Lo è” fu la risposta.

“Il Tao è in un videogioco?” continuò l'allievo.

“E' anche in un videogioco” disse il maestro.

“E il Tao è nel DOS per un personal computer?”

Il maestro tossì e si spostò leggermente sulla sedia. “La lezione è finita per oggi” disse.

4.4

Il programmatore del Principe Wang stava scrivendo software. Le sue dita danzavano sulla tastiera. Il programma venne compilato senza errori, girando come una brezza gentile.

“Eccellente!” esclamò il Principe, “La tua tecnica è perfetta!”

“Tecnica?” disse il programmatore voltandosi dal suo terminale, “Ciò che seguo è il Tao - oltre tutte le tecniche! Quando avevo appena iniziato a programmare vedevo davanti a me l'intero problema in un'unica massa. Dopo tre anni non vedevo più questa massa. Invece, usavo le subroutine. Ma ora non vedo nulla. Il mio intero essere esiste in un vuoto informe. I miei sensi sono inattivi. Il mio spirito, libero di lavorare senza progetti, segue il suo stesso istinto. In breve, il mio programma si scrive da solo. Certo, a volte ci sono problemi difficili. Li vedo arrivare, rallento, osservo in silenzio. Poi modifico una singola linea di codice e le difficoltà svaniscono come nuvolette di fumo. Poi compilo il programma. Sto seduto immobile e lascio che la gioia del lavoro riempia il mio essere. Chiudo gli occhi per un momento e poi mi disconnetto.”

Il Principe Wang disse, “Fossero tutti così saggi, i miei programmatori!”

Il Tao della Programmazione: Libro 3

venerdì 8 febbraio 2013

il tonal del Tao


Le caratteristiche di un uccello solitario sono cinque:
la prima, che vola verso il punto più alto;
la seconda, che non sopporta compagni, neanche simili a lui;
la terza, che mira con il becco ai cieli;
la quarta, che non ha un colore definito;
la quinta, che canta molto dolcemente.
San Juan de la Cruz. Dichos de Luz y Amor
Il quarto libro di Castaneda - del 1974 - segna un forte distacco rispetto ai precedenti. Se i primi tre si potevano ancora considerare come "resoconti del lavoro sul campo" nella ricerca di un antropologo sulle tradizioni magiche della stregoneria del Messico, e non dei romanzi, quest'ultimo descrive esperienze e situazioni che, pur in continuità con i precedenti, mostrano come l'autore o sia entrato in un'opera di pura fantasia oppure sia stato completamente assorbito dalle esperienze di "magia" sperimentate dall'inizio degli anni 60, con o senza l'utilizzo di allucinogeni. L'inizio del libro fornisce alcune spiegazioni:
Nell'autunno del 1971, dopo essere stato via per parecchi mesi, mi sentii disposto a incontrare don Juan. Ero pronto a spingermi fin nel Messico centrale per raggiungerlo. Convinto che l'avrei trovato in casa di don Genaro, feci i miei preparativi per un viaggio di sei o sette giorni. Partii, ma già nel pomeriggio del secondo giorno, d'istinto, mi fermai presso l'abitazione di don Juan a Sonora. Parcheggiai la macchina e feci a piedi i pochi passi che mi separavano dalla casa. Là, con mia sorpresa, lui c'era.
"Don Juan! Non credevo di trovarvi qui."
Sorrise; sembrò che il mio stupore lo divertisse. Era seduto vicino alla porta su un bidone del latte vuoto. Pareva che fosse stato ad aspettarmi. Mi salutò come se finalmente fossi arrivato. Si tolse il cappello con un comico gesto di omaggio. Poi se lo rimise in testa e mi fece il saluto militare. Appoggiato al muro, sedeva sul bidone del latte come su una sella.

"Stavo andandomene fino al Messico centrale per nulla" dissi io. "E poi sarei dovuto tornare a Los Angeles. Trovarvi qui mi ha risparmiato giorni e giorni di viaggio."
"In qualche modo mi avreste trovato" replicò enigmatico; "Adesso mi siete debitore di questi  sei giorni che avreste impiegato per andare fin lì: giorni che dovreste usare per far qualcosa di più interessante che schiacciare l'acceleratore."
C'era qualcosa di seducente nel sorriso di don Juan. La sua cordialità era contagiosa.
"Dov'è la vostra roba per scrivere?" chiese.
Gli dissi che l'avevo lasciata nell'automobile; rispose che senza di essa non sembravo io, e volle che l' andassi a prendere.
"Ho finito di scrivere un libro" gli dissi.
Mi diede uno sguardo lungo, strano, che mi fece contrarre la bocca dello stomaco come se qualcosa di morbido mi avesse schiacciato il petto. Ebbi l'impressione di cominciare a sentirmi male; ma poi lui girò il capo e stetti bene di nuovo.
Volevo parlargli del mio libro, ma con un gesto mi fece capire che non desiderava saperne nulla. Sorrideva. Era di buon umore, accattivante, subito cominciò a farmi parlare di cose senza importanza, di gente, di quel che era successo. Finalmente riuscii a dirigere la conversazione su ciò che m'interessava davvero. Dissi che avevo ripreso in mano i primi appunti, rendendomi conto che lui, fin dall'inizio dei nostri rapporti, mi aveva fornito una descrizione particolareggiata del mondo degli stregoni. Alla luce di quanto mi aveva detto allora, io avevo cominciato a dubitare della funzione delle piante allucinogene.
"Perché mi avete fatto prendere per tanto tempo quelle piante potenti?" chiesi.
Sorrise e mormorò pianissimo: "Perché siete ottuso".
Capii subito, ma per essere più sicuro feci finta di non aver sentito bene.

"Come avete detto?"
"Lo sapete benissimo" rispose e si alzò.
Mi venne vicino e mi diede un colpetto sulla testa. "Siete piuttosto lento" disse. "E non c'era altro mezzo per scuotervi."
"Quindi nessuna di quelle piante era assolutamente necessaria?" gli chiesi.

"Nel vostro caso lo era. Ma ci sono altri tipi di persone che non sembrano averne bisogno."
 Si fermò vicino a me, fissando gli ultimi cespugli a sinistra della casa; poi si sedette di nuovo e cominciò a parlare di Eligio, l'altro suo apprendista. Disse che Eligio aveva preso delle piante psicotrope una volta sola da quando era con lui, e ora era forse ancor più avanti di me.
"Essere sensitivi, per certe persone, è una condizione naturale" disse. "Voi non lo siete. Ma neanch'io. In ultima analisi, la sensitività conta molto poco."
"Che cosa conta, allora?"

 Parve che cercasse una risposta.
"Conta che il guerriero sia senza macchia" disse alla fine. "Ma questo è solo un modo di dire, una scappatoia. Voi avete già compiuto qualche operazione di stregoneria, e credo che sia venuto il momento di nominare la fonte di tutto ciò che conta. Vi dirò quindi che ciò che conta per un guerriero è arrivare alla totalità di se stesso."
"Che cos'è la totalità di se stesso, don Juan?"

"Ho detto che l'avrei soltanto nominata. Nella vostra vita c'è ancora una quantità di fili separati che dovrete legare insieme, prima che io possa parlarvi della totalità di se stesso.
In periodi successivi Don Juan fornì a Castaneda, nei modi più disparati, diverse spiegazioni sul modello della stregoneria - la cosiddetta "spiegazione degli stregoni" - a seconda del grado di apprendimento che reputava raggiunto. Una parte essenziale della descrizione viene fornita dalla dualità tonal/nagual, corrispondente alla dualità tra il Teh del Tao, rappresentato dal simbolo dello Taijitu con tutte le sue infinite dualità, e la sua matrice, il Tao:
Don Juan e io ci incontrammo di nuovo il giorno successivo, in quello stesso parco, verso mezzogiorno. Don Juan indossava sempre il suo completo marrone. Ci sedemmo su una panchina; lui si tolse la giacca, la piegò con gran cura, ma con un'aria di suprema noncuranza, e la appoggiò sulla panchina. La sua noncuranza era studiatissima e tuttavia perfettamente naturale. Mi accorsi che lo stavo fissando.Sembrò consapevole del paradosso che offriva ai mici occhi e sorrise. Si raddrizzò la cravatta. Portava una camicia beige con le maniche lunghe. Gli stava benissimo.
"Porto ancora il mio completo perché voglio dirvi una cosa molto importante" disse, battendomi sulla spalla. "Ieri vi siete comportato bene. Ora è il momento di arrivare a qualche accordo definitivo."
Tacque per un lungo istante. Sembrava che si preparasse a una dichiarazione. Provai una strana sensazione allo stomaco. Avevo immediatamente supposto che stesse per rivelarmi la spiegazione degli stregoni. Si alzò e fece qualche passo avanti e indietro, come se gli fosse difficile esprimere quel che aveva in mente.
"Andiamo in quel ristorante dall'altra parte della strada e mangiamo qualcosa" disse alla fine.
Prese la giacca e prima di infilarla mi mostrò che era tutta foderata.
"E fatta su misura" disse e sorrise come se ne fosse orgoglioso, come se fosse stata una cosa importante.
"Devo attirare la vostra attenzione su di essa, perché altrimenti non vi badereste, ed è importantissimo che ne siate consapevole. Voi siete consapevole di ogni cosa solo quando pensate di doverlo essere; ma la condizione del guerriero è: essere consapevole di ogni cosa in ogni momento."
"Il mio completo e tutti questi ammennicoli sono importanti perché rappresentano la mia condizione nella vita. O piuttosto la condizione di una delle due parti della mia totalità. Questa discussione era in sospeso. Credo che ora sia il momento di farla. Doveva però essere fatta solo al momento giusto, altrimenti non avrebbe avuto senso. Con il mio completo volevo fornirvi un primo indizio. Penso d'esserci riuscito. Adesso è il momento di parlare, perché su questo argomento non ci può essere completa comprensione se non si parla."
"Quale argomento don Juan?"
"La totalità dell'io."
Si alzò bruscamente e mi condusse nel ristorante di un grande albergo, dall'altra parte della strada. Una donna di umore piuttosto ostile ci diede una tavola in un angolo, al fondo. Ovviamente, i posti migliori erano quelli vicini alle finestre.
Dissi a don Juan che quella donna me ne ricordava un'altra, in un ristorante dell'Arizona dove una volta eravamo andati a mangiare insieme: prima di darci il menù, ci aveva chiesto se avevamo abbastanza denaro per pagare.
"Non biasimo quella povera donna" disse don ]uan, come se simpatizzasse con lei. "Anche lei, come l'altra, ha paura dei messicani".
Rise piano. Un paio di persone alle tavole vicine girarono la testa e ci guardarono.
Don Juan disse che senza saperlo, o forse anzi in contrasto con la sua volontà, la donna ci aveva dato la tavola migliore: quella che ci avrebbe permesso di parlare, e a me avrebbe permesso di scrivere, a nostro piacimento.
Avevo appena tirato fuori di tasca il notes e l'avevo appoggiato sulla tavola, quando d'improvviso il cameriere venne verso di noi. Anche lui sembrava di cattivo umore. Stette di fronte a noi con aria di sfida.
Don Juan si mise a ordinare per sé un pranzo molto complicato. Ordinava senza guardare il menù, come se lo sapesse a memoria. Ero imbarazzato; il cameriere era comparso inatteso e non avevo avuto il tempo di leggere il menù: gli dissi quindi che prendevo anch'io lo stesso.
Don Juan mi sussurrò all'orecchio: "Scommetto che non hanno quello che ho ordinato."
Stirò braccia e gambe e mi disse di rilassarmi, di mettermi comodo, perché per preparare il nostro pranzo ci sarebbe voluta un'eternirà.
"Siete a un bivio cruciale" disse. "Forse l'ultimo, e forse anche il più difficile da capire. Alcune delle cose che vi indicherò oggi, probabilmente non saranno mai chiare. Non sono cose che possano essere chiarite, in alcun modo. Quindi non provate imbarazzo o scoraggiamento.Tutti noi siamo creature ottuse quando raggiungiamo il mondo della stregoneria, e raggiungerlo non vuol dire affatto essere certi di cambiare. Alcuni di noi restano ottusi fino all'ultimo."
Mi piaceva che comprendesse anche se stesso fra gli ottusi. Sapevo che non lo faceva per cortesia, ma come espediente didattico.
"Non inquietatevi se non caverete un significato da quanto sto per dirvi" proseguì "Considerando il vostro temperamento, ho paura che vi mettiate fuori combiamento da solo, nello sforzo di capire. Non fatelo! Quanto vi dirò deve solo servire a indicare una direzione."
Provai un improvviso senso di apprensione. Gli ammonimenti di don Juan mi cacciavano in una rifessione senza fine. Già in altre occasioni mi aveva ammonito così, proprio nello stesso modo, e ogni volta ciò da cui mi aveva messo in guardia s'era poi rivelato un'esperienza rovinosa.
"Divento molto nervoso quando mi parlate cosi" gli dissi.
"Lo so" rispose calmo. "Sto cercando deliberatamente di svegliarvi. Ho bisogno della vostra attenzione, della vostra intera attenzione."
Tacque e mi guardò: ebbi un riso nervoso e involontario. Sapevo che stava ampliando al massimo le possibilità drammatiche della situazione.
"Non vi dico tutto questo per farvi impressione" aggiunse don Juan come se avesse letto nei miei pensieri. "Vi do solo il tempo di prepararvi nel modo opportuno."
In quel momento il cameriere si fermò alla nostra tavola per annunciare che non disponevano di quel che avevamo ordinato. Don Juan rise rumorosamente e ordinò tortillas e fagioli. Il cameriere ridacchiò sprezzante, dichiarò che loro non ne servivano, e suggerì bistecca o pollo. Ci decidemmo per una zuppa.
Mangiammo in silenzio. La zuppa non mi piaceva e non riuscii a finirla, ma don Juan la divorò tutta.
"Ho messo il mio completo" disse d'un tratto "per parlarvi di qualcosa, qualcosa che già conoscete ma che bisogna chiarire perché diventi efficiente. Ho aspettato fino adesso perché Genaro ritiene che non soltanto dobbiate essere intenzionato a percorrere la strada del sapere, ma che i vostri stessi sforzi debbano essere senza macchia, tanto da rendervi degno di quel sapere. Vi siete comportato bene. Ora vi dirò la spiegazione degli stregoni."
Tacque di nuovo, si fregò le guance e fece girare la lingua nella bocca come per toccarsi i denti.
"Sto per parlarvi del tonal e del nagual" disse, e mi guardò con occhi penetranti.
Era la prima volta dall'inizio dei nostri rapporti che don Juan usava quelle due parole. Mi erano vagamente familiari: le avevo lette negli studi antropologici, sulle culture del Messico centrale. Sapevo che il "tonal" era considerato una sorta di spirito protettore, solitamente animale, che il bambino riceveva alla nascita e con il quale manteneva stretti vincoli per tutta la vita. "Nagual" era il nome attribuito all'animale in cui gli stregoni pretendevano di potersi trasformare o allo stregone che attuava tale trasformazione.
"Questo è il mio tonal" disse don Juan fregandosi le mani sul petto.
"Il vostro completo?"
"No. La mia persona."
Si batté le mani sul petto, sulle gambe e sulle costole.
"Il mio tonal è tutto questo"

Spiegò che ogni essere umano aveva due lati, due entità separate, due controparti, che divenivano operanti al momento della nascita; una era chiamata il "tonal", l'altra il "nagual".
Gli dissi ciò che gli antropologi sapevano intorno a quei due concetti. Mi lasciò parlare senza interrompermi.
"Bene, tutto quello che credete di sapere in proposito sono pure assurdità" disse poi. "Baso questa affermazione sul fatto che quanto vi sto dicendo del tonal e del nagual non può esservi già stato detto prima. Qualsiasi stupido capirebbe che non ne sapete nulla, perché per esserne informato dovreste essere uno stregone, e non lo siete. Oppure dovreste averne parlato con uno stregone, e non l'avete fatto. Quindi, lasciate perdere tutto quello che avete sentito dire prima, perché non vi servirebbe a niente."
"Era solo un commento" dissi.
Sollevò le sopracciglia con un'espressione comica.
"I vostri commenti sono fuori di posto" replicò.
"Questa volta mi occorre la vostra intera attenzione, perché sto per informarvi del tonal e del nagual. Per gli stregoni questo sapere presenta un interesse eccezionale, unico. Potrei dirvi che il tonal e il nagual sono esclusivamente di pertinenza degli uomini del sapere. Nel vostro caso, sono ciò che conclude tutto quello che vi ho, insegnato. Perciò ho aspettato fino adesso a parlarvene."
"Il tonal non è un animale che protegge una persona. Potrei dire piuttosto che è un protettore che può essere rappresentato come un animale. Ma non è un punto importante."
Sorrise e mi strizzò l'occhio.
"Adesso uso le vostre parole", disse. "Il tonal è la persona sociale."
Rise, immaginai, alla vista della mia confusione.
"Il tonal è dunque, propriamente, un protettore - un protettore che per lo più diviene una guardia."
Annaspavo con il mio notes. Cercavo di prestare attenzione a quanto don Juan stava dicendo. Lui rise e imitò i miei gesti nervosi.
"Il tonal è l'organizzazione del mondo" proseguì. "Forse il modo migliore per descrivere la sua enorme opera è dire che sulle sue spalle poggia il compito di mettere in ordine il caos del mondo. Non è esagerato affermare, con gli stregoni, che tutto quello che sappiamo e che facciamo come uomini è opera del tonal"
"In questo momento, per esempio, ciò che è impegnato nel tentativo di ricavare un senso dalla nostra conversazione è il vostro tonal: senza di esso ci sarebbero soltanto suoni misteriosi e smorfie, e non capireste nulla di quanto dico."
"Inoltre il tonal è il protettore che protegge una cosa che non ha prezzo; il nostro vero essere. Quindi una qualità specifica del tonal consiste nell'essere geloso delle sue azioni. E poiché le sue azioni sono la parte di gran lunga più importanti delle nostre vite, non c'è da meravigliarsi se alla fine il tonal si trasforma, in ciascuno di noi, da protettore in guardia."
Si fermò e mi chiese se avevo capito. Automaticamente feci di si col capo, ed egli sorrise con aria incredula.
"Un protettore è di larghe vedute e comprensivo" spiegò. "Una guardia, invece, è di mente ristretta e per lo più dispotica. Vi dirò che in tutti noi il tonal è stato trasformato in una guardia gretta e dispotica, mentre potrebbe essere un protettore di larghe vedute."
Avevo definitivamente perso il filo della sua spiegazione. Ascoltavo e annotavo ogni parola; tuttavia mi sembrava di non riuscire a liberarmi da un dialogo interiore, con me stesso.
"Per me è difficilissimo seguirvi" dissi.
"Se la smetteste di parlare con voi stesso, non avreste difficoltà" replicò tagliente.
La sua osservazione suscitò da parte mia tutta una lunga spiegazione. Finalmente mi ripresi e mi scusai dell'insistenza nel difendermi. Don Juan sorridendo fece un gesto con cui parve indicare che il mio atteggiamento non gli aveva dato veramente fastidio.
"Il tonal è tutto ciò che noi siamo" prosegui. "Dite un nome qualsiasi! Tutto ciò per cui possedete un nome è il tonal. E siccome il tonal è le sue stesse azioni, ogni cosa, ovviamente, deve ricadere nel suo ambito."
Gli ricordai che mi aveva detto che il "tonal" era la persona sociale, un'espressione che avevo usato io stesso con lui per designare un essere umano come risultato finale di processi di socializzazione. Feci notare che se il "tonal" era questo prodotto, non poteva essere ogni cosa, dato che il mondo intorno a noi non era il prodotto della socializzazione.
Don Juan a sua volta mi fece ricordare che il mio discorso non aveva fondamento per lui: già da tempo aveva precisato che non esiste il mondo, ma solo una descrizione del mondo che abbiamo imparato a vedere chiara e a prendere per certa. "Il tonal è tutto ciò che sappiamo" disse." Penso che questa sia di per sé una ragione sufficiente per  considerare il tonal una faccenda schiacciante".
Tacque per un momento. Parve che a questo punto si aspettasse domande o commenti, ma io non ne avevo alcuno. Mi sentivo però obbligato a porre comunque una domanda, e lottai per formularne una appropriata. Non ci riuscii. Capii che gli ammonimenti con cui aveva iniziato la nostra conversazione erano forse serviti a dissuadermi dall'avanzare qualsiasi interrogativo. Mi sentivo stranamente intorpidito. Non riuscivo a concentrare e ordinare i pensieri.  Sentivo e sapevo, senza ombra di dubbio, che ero incapace di pensare, e tuttavia lo sapevo senza pensare, come se fosse stato perfettamente possibile.
Guardai don ]uan. Stava fissando il centro del mio colpo. Spostò gli occhi e la chiarezza mentale mi tornò d'improvviso.
"Il tonal è tutto ciò che sappiamo" ripeté lentamente. "E questo include non solo noi, come persone, ma tutto nel nostro mondo. Si può dire che il tonal è tutto ciò che incontra l'occhio.
"Cominciamo a disporne al momento della nascita. Nell'istante in cui tiriamo il fiato per la prima volta, inspiriamo potere per il tonal. E quindi giusto dire che il tonal di un essere umano è intimamente legato alla sua nascita."
"Dovete ricordarvi questo. E molto importante per capire tutto ciò che sto dicendo. Il tonal ha inizio con la nascita e finisce con la morte."
Volevo ricapitolare tutti i punti che aveva esposto.
Aprii la bocca per chiedergli di ripetere gli elementi essenziali della nostra conversazione, ma con stupore mi accorsi di non riuscire a pronunciare le parole. Sperimentavo una stranissima incapacità: le mie parole erano pesanti e non riuscivo a dominare questa sensazione.
Guardai don Juan per fargli capire che non riuscivo a parlare. Stava di nuovo fissando la zona intorno al mio stomaco.
Distolse gli occhi e mi chiese come mi sentivo. Le parole mi corsero fuori come se fossi stato stappato. Gli dissi che avevo avuto la strana sensazione di non riuscire a parlare o a pensare, sebbene i miei pensieri fossero chiarissimi.
"I vostri pensieri erano chiarissimi?" chiese.
Allora mi resi conto che la chiarezza non era dei miei pensieri, ma della mia percezione del mondo.
Mi state facendo qualcosa, don Juan?
"Cerco di convincervi che i vostri commenti non sono necessari" mi rispose ridendo.
"Intendete dire che non volete che io ponga delle domande"
"No, no. Chiedete quel che volete ma non fate oscillare la vostra attenzione"
Dovetti riconoscere che ero stato distratto dall'immensità dell'argomento.
"Non riesco ancora a capire, don Juan, cosa volete dire quando affermate che il tonal è ogni cosa?" dissi dopo un momento di pausa.
"Il tonal è quello che fa il mondo." 

"Il tonal è il creatore del mondo?"
 Don Juan si grattò le tempie.
"Il tonal fa il mondo solo per modo di dire. Non può creare o cambiare nulla, e tuttavia fa il mondo perché ha la funzione di giudicare, di valutare, di rendere testimonianza. Dico che il tonal fa il mondo perché ne rende testimonianza e lo valuta secondo le leggi del tonal. In modo molto strano, il tonal è un creatore che non crea nulla. In altre parole, il tonal compone le leggi con le quali percepisce il mondo.  Quindi, per modo di dire, crea il mondo."
Cominciò a mormorare un motivo popolare, battendo il ritmo con le dita sul fianco della seggiola. Aveva gli occhi sfavillanti; sembravano emettere scintille. Ridacchiò scuotendo la testa.
"Non mi seguite" disse sorridendo.
"Ma no. Riesco a seguirvi" replicai in tono che però non era molto convincente.
"Il tonal è un'isola"  spiegò.  "Il modo migliore di descriverlo è dire che il tonal è questo"
Fece scorrere la mano sul piano della tavola.
"Possiamo dire che il tonal è come il piano di questa tavola. Un'isola. E su quest'isola abbiamo tutto. Quest'isola, infatti, è il mondo."
"C'è un tonal personale per ciascuno di noi, e ce n'è uno collettivo per tutti noi in ogni momento, che possiamo chiamare il tonal del tempo"
Indicò le file di tavole nel ristorante.
"Guardate! Ogni tavola ha la stessa conformazione.  Certi elementi si trovano in tutte. Sono però individualmente diverse le une dalle altre; ad alcune c'è più gente; su ciascuna di esse ci sono cibi diversi, piatti diversi, intorno a ciascuna di esse c'è un'atmosfera diversa; però dobbiamo riconoscere che tutte le tavole in questo ristorante sono molto simili. Lo stesso succede con il tonal. Possiamo dire che il tonal del tempo è ciò che ci rende simili, così come rende simili tutte le tavole in questo ristorante. Tuttavia ogni tavola, presa singolarmente, è un caso individuale, proprio come il tonal personale di ciascuno di noi. Ma la cosa importante da tenere a mente è che tutto ciò che sappiamo di noi e del nostro mondo è sull'isola del tonal. Capite quel che voglio dire?"
"Se il tonal è tutto ciò che sappiamo di noi e del nostro mondo, che cos'è allora il nagual?"
"ll nagual è la parte di noi con cui non abbiamo assolutamente a che fare."
" Come dite?"
"Il nagual è la parte di noi per la quale non c'è descrizione - non parole, non nomi, non sensazioni, non sapere."
"E' una contraddizione, don Juan. A mio parere, se non può essere né sentito né descritto, né  nominato, non può esistere."
"E' una contraddizione soltanto nel vostro parere. Vi avevo avvertito; non mettetevi fuori gioco da solo, cercando di capirlo."
"Potreste dire che il nagual è la mente?"
"No. La mente è un elemento della tavola. La mente è parte del tonal. Ecco: la mente è la chili sauce."
Prese una bottiglia di salsa e la collocò di fronte a me.
"Il nagual è l'anima?"
"No. Anche l'anima sta sulla tavola. Diciamo che è il portacenere."
"E i pensieri degli uomini?"

No. Anche i pensieri stanno sulla tavola. I pensieri sono come le posate."
Prese una forchetta e la mise vicino alla chili sauce e al portacenere.
"E' uno stato di grazia? Il paradiso?"
"Né l'uno né l'altro. Qualunque cosa possano essere, sono anch'essi parte del tonal. Diciamo che sono: il tovagliolo."
Continuai a sottoporgli tutti i modi possibili per descrivere ciò cui alludeva: intelletto puro, psiche, energia, forza vitale, immortalità, principio di vita. Per ogni mia parola scopriva un corrispettivo sulla tavola e me lo metteva davanti: alla fine tutto quel che si trovava sulla tavola era ammucchiato davanti a me.
Don Juan sembrava divertirsi enormemente. Aveva un breve scoppio di risa e si fregava le mani ogni volta che menzionavo un'altra possibilità.
"Il nagual è l'Essere Supremo, l'Onnipotente, Dio?" chiesi.
"No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia."
Fece un buffo gesto, come per ammucchiare la tovaglia con tutto il resto.
"Ma, state dicendo che Dio non esiste?"
"No. Non ho detto questo. Ho detto soltanto che il nagual non è Dio, perché Dio è un elemento del nostro tonal personale e del tonal del tempo. Il tonal, vi ho già detto, è tutto ciò di cui pensiamo sia costituito il mondo, compreso Dio, naturalmente. Dio non ha importanza che nella misura in cui fa parte del tonal del nostro tempo."
"Come io lo intendo, don Juan, Dio è ogni cosa. Non stiamo parlando della stessi cosa?"

"No. Dio è soltanto ogni cosa di cui potete pensare: dunque, propriamente, è solo un altro elemento sull'isola. Non si può essere a piacimento testimoni di Dio; di lui si può solo parlare. Il nagual invece è al servizio del guerriero. Se ne può essere testimoni, ma non se ne parlare."
"Se il nagual non è alcuna delle cose che ho nominato"  dissi "forse potete dirmi dov'è collocato. Dove si trova?"
Don Juan fece un gesto come per scopar via e indicò lo spazio di là dai limiti della tavola. Mosse la mano come per ripulire con il dorso un'immaginaria superficie oltre il piano della tavola.
"Il nagual è lì" disse. "Lì, tutt'intorno all'isola. Il nagual è lì, dove il potere si libra."
"Dal momento in cui siamo nati, intuiamo che per noi ci sono due parti. All'istante della nascita, e ancora per un po' di tempo dopo, siamo soltanto nagual. Poi intuiamo che, per funzionare, abbiamo bisogno di una controparte a ciò che abbiamo. Il tonal ci manca, e questo ci imprime, fin dall'inizio della vita, un senso di incompletezza. Poi il tonal comincia a svilupparsi e diviene enormemente importante per il nostro funzionamento, tanto importante che offusca la lucentezza del nagual, la sopraffà. Dal momento in cui diventiamo soltanto tonal, non facciamo che accresce il nostro iniziale senso di incompletezza che ci accompagna dalla nascita e che continuamente ci dice: ci vuole un'altra parte per essere completi."
"Dal momento in cui diventiamo soltanto tonal, cominciamo a formare delle coppie. Intuiamo i nostri due lati, ma li rappresentiamo sempre con gli elementi del tonal. Diciamo che le nostre due parti sono l'anima e il corpo. O pensiero e materia. O bene e male. O Dio e Satana. E non ci rendiamo conto che continuiamo soltanto a comporre coppie con ciò che sta sull'isola, come se mettessimo di fianco caffè e tè, oppure pane e tortillas, chili e senape. Siamo animali strani, ve lo dico io. Ci lasciamo trasportare fuori strada, e nella nostra follia crediamo di aver trovato la soluzione giusta."

Don Juan si alzò e si rivolse a me come un oratore.
Mi puntò l'indice contro, tremolando la testa.

"L'uomo non muove tra bene e male" disse in comico tono retorico, afferrando con entrambe le mani i vasetti del pepe e del sale. "Il suo vero moto è tra negativo e positivo."
Lasciò cadere il sale e il pepe e prese un coltello e una forchetta.
"Vi sbagliate! Non c'è movimento" prosegui, come se rispondesse a se stesso. "L'uomo è soltanto mente!"
Prese la bottiglia della salsa e la sollevò. Poi la rimise giù.
"Come vedete," disse piano "possiamo benissimo sostituire alla mente la chili sauce e concludere: L'uomo è soltanto chili sauce!, senza andare incontro per questo a una smentita peggiore."

"Ho paura di non aver posto la domanda giusta" dissi. "Forse ci capiremmo meglio se vi chiedessi che cosa propriamente si può trovare in quest'area, di là dall'isola?"
"Non è possibile rispondere. Se dicessi "Nulla", indicherei solo la parte nagual del tonal. Tutto ciò che posso dire è che lì, di là dall'isola, si trova il nagual."
"Ma, se lo chiamate il nagual, non finite per collocarlo sull'isola?"
"No. Gli do nome solo perché voglio che ne siate consapevole"
"Benissimo! Ma divenirne consapevole è il passo che ha trasformato il nagual in un nuovo elemento del mio tonal."
"Temo che non capiate. Ho menzionato il tonal e il nagual come una vera coppia. Ho fatto solo questo."
Mi ricordò che una volta, cercando di spiegargli la mia insistenza sul significato, avevo discusso l'idea che i bambini non siano in grado di distinguere tra "padre" e "madre" finché i due concetti non si sviluppino in termini tangibili, e che per essi il "padre" sia quello che porta i calzoni e la "madre" quella che porta la sottana, o comunque che la differenza stia nella capigliatura, nella forma del corpo, nei vestiti.
"Certamente non ci comportiamo allo stesso modo con le due parti di noi"; egli disse. "Noi intuiamo che c'è un altro lato di noi. Ma quando cerchiamo di afferrare quell'altro lato, il tonal prende il comando e diventa gretto e geloso. Ci abbaglia con le  sue astuzie e ci costringe a cancellare il minimo indizio dell'altra componente della coppia, il nagual."

lunedì 4 luglio 2011

descrizione del Tao

René Magritte, La chambre d'ecoute, 1958
Nella descrizione di sistemi complessi e, in particolare, in quella di sistemi che presentano proprietà viventi e/o mentali, diventa fondamentale definire cosa si intenda per definizione, descrivere cosa si intenda per descrizione, spiegare che cosa si intenda per spiegazione.
Infatti termini come "mente" - "coscienza" - "conoscenza" - "realtà" - "mondo" - Sé" - "Io" - "creatività" - "intelligenza"- "intuizione" - "emozione" . "sacro" etc. sono radicalmente di tipo logico differente da termini quali "mela" - "aeroplano" - "forza" - "energia" - "velocità" - "cellula" - "organismo" - "riproduzione" etc.
Questi tre termini hanno la proprietà di poter essere applicati l'uno all'altro e a se stessi, per cui la definizione andrebbe descritta e spiegata, la descrizione definita e spiegata e la spiegazione definita e descritta, oltre che definire la definizione, descrivere la descrizione e spiegare la spiegazione.
Al riguardo si dovrebbe tenere presente l'affermazione di Bateson che i termini, definizioni, descrizioni e spiegazioni che si vorrebbero utilizzare per un dato sistema complesso dovrebbero essere della stessa complessità, o dello stesso livello logico, del sistema al quale si applicano:

"...dovremmo seguire l'esempio delle entità di cui parliamo"

"Ne segue che, quando parliamo di entità viventi, gli enunciati relativi alla 'stabilità' dovrebbero essere sempre contrassegnati da un riferimento a qualche proposizione descrittiva, in modo da chiarire a quale tipo logico appartenga la parola "stabile". Più avanti ... vedremo che "ogni" proposizione descrittiva dev'essere caratterizzata secondo il tipo logico del soggetto, del predicato e del contesto.

Se questo vale per tutti i sistemi complessi - artificiali e naturali - a maggior ragione vale per quelli mentali o concettuali, che non hanno un'incarnazione diretta a livello fisico, e che sono termini creati dalla mente per essere applicati alla mente stessa.
Alcuni punti sono i seguenti:
  • la descrizione è descritta come una rappresentazione in uno specifico linguaggio metaforico
Dalla definizione lessicografica di rappresentazione:

rappresentazione s. f. [dal lat. repraesentatio -onis, der. di repraesentare «rappresentare»]: L’attività e l’operazione di rappresentare con figure, segni e simboli sensibili, o con processi varî, anche non materiali, oggetti o aspetti della realtà, fatti e valori astratti, e quanto viene così rappresentato.

La rappresentazione è quindi descrivere "una cosa" con "un'altra cosa", una "mela" con una rappresentazione verbale del tipo "oggetto con forma sferica composto da una parte superficiale detta buccia, un contenuto semi-solido detto polpa e con la presenza di semi", oppure "frutto del melo", con una rappresentazione fotografica, pittorica, scultorea, matematica, fisico-chimica, letteraria, in alcuni casi musicale.
La descrizione come rappresentazione, anche nel linguaggio verbale tecnico, è molto simile alla metafora, dove, a parte la coloritura retorica, si descrive "una cosa" come se fosse "un'altra cosa". Il fatto è che, per la distinzione tra mappa e territorio, il come se è sempre valido, il descritto non è mai la descrizione, qualunque sia la rappresentazione utilizzata - tra di loro vi è un salto logico analogo a mappa e territorio, qualsiasi sia la rappresentazione che utilizziamo per il descritto. La descrizione è quindi una riformulazione, ovvero la sostituzione di una rappresentazione di qualcosa con un'altro tipo, diverso, di rappresentazione, nell'ambito di un contesto metaforico, dove l'ipotesi per cui vi sia una distinzione chiara tra rappresentazioni che sono "realistiche" e quelle che sono meramente allusive si può considerare un mito.
Ad esempio, l'espressione della legge di gravitazione universale nella formulazione della fisica classica di Newton del 1687 è espressa come nella metafora fisica che la forza di attrazione gravitazionale tra due corpi con massa è proporzionale al prodotto delle due masse ed inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i due corpi. Lo stesso concetto potrebbe essere esprimibile con altre metafore, come nel caso del metalogo di Bateson su cosa sia un istinto, dove  la legge viene espressa come "Si potrebbe semplicemente dire che la luna ha un istinto la cui forza varia in maniera inversamente proporzionale al quadrato della distanza…" oppure, analogamente, si potrebbe ipotizzare che l'universo è permeato da un amore universale che attrae tutti i corpi in modo proporzionale alla loro "corporeità" ed inversamente proporzionale alla distanza della distanza tra di loro.
La radicale differenza e validità della metafora fisica è che con una ulteriore definizione di forza come prodotto tra la massa di un corpo e la sua variazione della variazione della posizione nel tempo, l'accelerazione, ed applicandola alla legge di gravità si ottengono le equazioni del moto di un corpo in un campo di forza gravitazionale, permettendo di calcolare la sua posizione nel tempo, mentre nelle metafore di "istinto" e "amore universale" non vi è ulteriore articolazione possibile in quanto le loro definizioni sono "chiuse in se stesse" in modo tautologico.
E' evidente come nel caso dell'estensione della legge di gravitazione universale classica alle equazioni di campo della relatività generale in forma tensoriale:


altre metafore, oltre quella fisico-matematica, siano impraticabili, se non delle illustrazioni divulgative.


  • proliferazione indefinita dei termini in una descrizione
Ammettiamo di voler descrivere il termine "mela". "mela" può essere descritto come "frutto dell'albero denominato melo (Malus domestica)". In questa descrizione si introducono almeno due termini da definire, "frutto" e "albero". Continuando ad articolare la descrizione definendo e descrivendo questi termini se ne introdurranno altri e, in linea di principio, per descrivere il termine "mela" diventa necessario introdurre tutte le migliaia di termini della botanica e della biologia i quali, a loro volta, vanno definiti e descritti. Per evitare questa proliferazione infinita si introducono, particolarmente nei sistemi formali quali la geometria e i sistemi assiomatici, la nozione di concetto primitivo, un termine del quale si rinuncia la definizione.

  • la descrizione di un elemento/oggetto è possibile anche come evento/processo/relazione
Nella descrizione di "mela" come "oggetto con forma sferica composto da una parte superficiale detta buccia, un contenuto semi-solido detto polpa e con la presenza di semi" la mela viene intesa come un oggetto/elemento; nella descrizione come "frutto del melo" il termine "frutto" già intende che la mela, più che oggetto è parte di un processo, quello di riproduzione, per cui un melo riproduce un altro melo.
Di fatto la descrizione come processo vale per qualsiasi oggetto/elemento che abbia un livello fisico: certamente vale per ogni sistema vivente (dalla polvere alla polvere) ma anche per oggetti apparentemente molto stabili nel tempo come una roccia, la quale ha avuto un periodo di formazione durante l'età della Terra, stimato in circa 4.65 miliardi di anni, se non dell'Universo, di circa 13 miliardi anni.
Una terminologia più completa è quella suggerita da Varela nella forma:

"la cosa" / il processo che porta alla "cosa"

nel caso specifico mela/ontogenesi della mela, e nel caso del melo melo/filogenesi del melo. E' da notare come in questa forma si abbia si abbia descritto/descrizione e anche descrivente/descritto, per cui si ha descrivente/descritto/descrizione con una complementarietà ricursiva tra descrizione e descrivente. La descrizione del descritto non porta solo informazioni su cosa è descritto ma anche, e in molti casi soprattutto, su chi lo descrive.
  • la descrizione, nelle sue diverse rappresentazioni, è espressa nel linguaggio metaforico specifico dell'ambito/contesto di descrizione/rappresentazione
Per illustrare come uno specifico termine possa essere descritto in varie rappresentazioni metaforiche - e a maggior ragione un racconto - usiamo il termine "temporale", nel suo significato metereologico:

definizione da vocabolario: s.m. Breve e violenta perturbazione atmosferica, con venti di forte intensità, scrosci di pioggia e scariche elettriche.

fisica, in particolare fisica dell'atmosfera:  in linea di principio un temporale è spiegabile con modelli fisico-matematici basati sulla fluidodinamica e su equazioni di calcolo basate su grandezze statistiche macroscopiche come velocità dell'aria, pressione, densità, temperatura, umidità etc.
In pratica la risoluzione e anche solo la definizione delle equazioni di calcolo nei vari parametri sono impraticabili a causa della complessità del fenomeno, se non per una descrizione qualitativa della struttura, della formazione, dei fenomeni associati (come fulmini e tuoni).

metereologia, in particolare modelli computazionali metereologici di previsione:
le indicazioni della fisica dell'atmosfera sono utilizzate per la descrizione della struttura temporalesca, ad esempio a celle, della formazione del fenomeno (ad esempio frontale, convettivo, orografico), dell'evoluzione delle fasi (sviluppo, maturità, dissipazione, scomparsa) e della modelizzazione sulla base delle variabili macroscopiche al fine di stimare una previsione delle condizioni atmosferiche per cui si sviluppa il fenomeno, la sua intensità, durata, estensione, il volume delle precipitazioni etc.

Confronto tra le previsioni di precipitazione effettive nel Marzo 2002 e quelle previste da cinque modelli metereologici. Si nota come la differenza aumenti dalla sistuazione di pioggia leggera a quella di forte precipitazione.

NOAA National Severe Storms Laboratory

scienze della complessità: un fenomeno temporalesco è un tipico esempio a livello fisico-atmosferico di sistema complesso, in quanto è un sistema fuori equilibrio termodinamico, aperto, dissipativo, il cui stesso confine di sistema è indefinibile e in cui il numero e la connessione tra le variabili in gioco è molto elevato. Valgono per il temporale le stesse considerazioni che Weaver ha fatto per i problemi di complessità organizzata, anche se in questo caso si tratta di una complessità disorganizzata ma in cui il grado di complessità in termini di variabili, processi, interazioni tra variabili e processi etc è molto elevata: non è possibile definire in termini di probabilità il fenomeno perchè non vi è un modello che le fornisca, l'unico approccio possibile è quello di stima previsionale adottato dalla metereologia; eppure, per il paradosso della complessità, ogni pastore che valga il latte delle sue mucche alzandosi la mattina e "annusando" l'aria sa dire - spesso con estrema precisione - se, quando e dove vi sarà un temporale, quanto durerà, quanta pioggia produrrà etc.

fotografica:





poesia occidentale:

Un bubbolìo lontano…
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

G. Pascoli, "Il temporale", Myricae, 1891-1911

haiku orientale:

un banano nel temporale;
il gocciolio dell’acqua nel catino
scandisce la mia notte

Matsuo Basho, 1644-1694

pittura italiana del 500:

Giorgione, "La Tempesta", 1505-1508 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia
musica leggera occidentale:



combinazione di musica classica occidentale e illustrazione visiva:


Per abduzione si intende che se C è una collezione di dati/fatti e P una proposizione che spiega C (cioè che se vera spiega C) e nessun'altra ipotesi/proposizione spiega C meglio di P allora P probabilmente è corretta/vera.

Il seguente brano di Bateson illustra le caratteristiche dell'abduzione:
"Siamo talmente avvezzi all'universo in cui viviamo e ai nostri poveri metodi di riflessione su di esso, che quasi non ci accorgiamo, per esempio, del fatto che è sorprendente che sia possibile l'abduzione, del fatto che si può descrivere un certo evento o cosa (per esempio un uomo che si rade davanti allo specchio) e poi ci si può guardare intorno e cercare nel mondo altri casi che obbediscano alle stesse regole da noi escogitate per la nostra descrizione. Possiamo esaminare l'anatomia di una rana e poi guardarci intorno per scoprire altri esempi delle stesse relazioni astratte ricorrenti in altre creature, compresi, in questo caso, noi stessi.
Questa estensione laterale delle componenti astratte della descrizione è chiamata "abduzione", e spero che il lettore la veda con occhi nuovi. La possibilità stessa dell'abduzione ha un che di misterioso, e il fenomeno è enormemente più diffuso di quanto il lettore possa sulle prime aver supposto.
La metafora, il sogno, la parabola, l'allegoria, tutta l'arte, tutta la scienza, tutta la religione, tutta la poesia, il totemismo, l'organizzazione dei fatti nell'anatomia comparata: tutti questi sono esempi o aggregati di esempi di abduzione, entro la sfera mentale dell'uomo.
Ma ovviamente la possibilità dell'abduzione giunge fino alle radici stesse della scienza fisica: ne sono esempi storici l'analisi newtoniana del sistema solare e il sistema periodico degli elementi.
Viceversa, qualunque pensiero sarebbe del tutto impossibile in un universo in cui non ci si potesse attendere l'abduzione."
 
  • una descrizione dipende dal livello logico










Il termine "mela", per la distinzione tra mappa e territorio, qualunque sia la sua descrizione è automaticamente da porsi al livello logico 1 (la mappa, la descrizione, la rappresentazione), dove a livello 0 (il territorio, il descritto) vi è l'oggetto "mela". I nomi non sono le cose nominate e si pongono a livello logico superiore. Tale distinzione sembra superflua, soprattutto con termini che corrispondono ad entità che hanno un livello fisico ma, come dimostrato ad esempio dal gruppo di Bateson, fondatore degli studi sul modello sistemico-relazionale della comunicazione umana, diverse patologie mentali possono essere modellate come una confusione tra tipi logici diversi, ad esempio se si presenta una fotografia di una mela ad una persona diagnosticata come schizofrenico può succedere che la mangi, magari commentando poi che non era molto buona.
E' da notare che l'attribuzione a livello logico 1 di descrizioni e spiegazioni vale praticamente per ogni disciplina scientifica che abbia un livello (gerarchico) fisico. Ad esempio, uno dei testi fondamentali di biologia cellulare:


nelle sue centinaia di pagine di definizioni, descrizioni e spiegazioni rimane sempre e comunque al livello logico 1.
Il passaggio al livello logico 2 richiede un passaggio a termini di termini - metatermini -, descrizioni di descrizioni - metadescrizioni - e spiegazioni di spiegazioni - metaspiegazioni -.
A questo livello appartengono termini come "schema" - "struttura" - "organizzazione" - "processo" - "relazione" - "apprendimento II" utilizzati, ad esempio, per la (meta) descrizione dei sistemi viventi.
Il passaggio al livello logico 3 richiede l'utilizzo di meta-metatermini, meta-metadescrizioni e meta-metaspiegazioni. Termini quali "conoscere la conoscenza" - "essere coscienti della coscienza" - "apprendimento III" - "pensare i pensieri" "può la mente descrivere se stessa?" etc si possono porre a questo livello logico, con tutte le conseguenze paradossali che possono derivare da un uso non corretto della gerarchia dei livelli logici.
Un livello logico 4 è quasi impossibile da descrivere; come nota Bateson la combinazione di ontogenesi e filogenesi raggiunge un meta-meta-metaprocesso a livello 4.

In alcuni casi può succedere che si preferisca la descrizione al descritto.
Un esempio "abbastanza reale" è quello di un luogo di lavoro frequentato prevalentemente da una categoria professionale genericamente considerata "qualificata" e con una tipologia di lavoro considerata "intellettiva", dove nel locale mensa gli scomparti contenenti le posate abbiano etichettato (in modo superfluo) il tipo di posata contenuto: "forchette" - "cucchiai" - "coltelli". Può succedere saltuariamente che lo scomparto contenga delle posate diverse da quelle etichettate, ad esempio dove vi è scritto "coltelli" vi siano dei cucchiai: una frazione statisticamente significativa delle persone in questo caso rimane "bloccata" dalla inconcepibile discrepanza tra quanto descritto e l'effettivo contenuto, passando diverso tempo a decidere se credere alla propria percezione sensoriale o al proprio intelletto. Una parte significativa decide per l'intelletto, ritenendo questo lo strumento migliore per decidere, e quindi prende un cucchiaio come un coltello, lamentandosi poi, cercando di tagliare la bistecca, che la qualità dei cucchiai in questa mensa è molto scarsa.
  • la descrizione della complessità richiede termini a livello logico 2 o superiori
Per illustrare, in estrema sintesi, il variare delle descrizioni ai vari livelli logici prendiamo il più semplice sistema complesso vivente: la cellula.
Al livello logico 0 vi è la cellula, "il descritto", la Ding an sich.
Al livello logico 1 vi sono le descrizioni della cellula. A livello scritto queste sono l'insieme delle migliaia di libri, atti di congresso, articoli specialistici etc che negli negli ultimi due secoli hanno descritto questo sistema. Tutte queste descrizioni sono del sistema, ma non sul sistema, in questo caso si dovrebbe "uscire" (concettualmente) dal sistema stesso.
A livello logico 2 abbiamo le descrizioni delle descrizioni della cellula - meta-descrizioni sul sistema che si basano sulle descrizioni del livello inferiore. A questo livello vi sono le meta-descrizioni che identificano la meta-struttura della cellula come struttura dissipativa di Prigogine, la meta-organizzazione come l'autopoiesi e il meta-processo come cognizione di Maturana e Varela, sintetizzati nella meta-descrizione struttura-organizzazione-processo da Capra.
A livello logico 3 si trova l'ontogenesi (lo sviluppo della specifica cellula) e la filogenesi (lo sviluppo biologico di tutte le cellule). Entrambe, nel loro complesso, si pongono come complessità della complessità, richiedendo meta-meta-meta-descrizioni, e sono determinate da due specifiche caratteristiche: la prima che la cellula ha una sua ontogenesi come qualsiasi organismo vivente, la seconda è che è l'elemento costitutivo di tutti gli altri organismi viventi vegetali ed animali. L'ontogenesi cellulare può portare quindi sia ad un'altra cellula sia, nel caso dell'unione dei gameti in uno zigote nella riproduzione sessuata, ad un nuovo organismo sia ad una crescita incontrollata di tipo tumorale. La filogenesi cellulare coincide con la ricerca sull'origine della vita; tra le varie teorie si segnala la teoria degli ipercicli di Eigen, premio Nobel per la Chimica 1967. Ulteriori argomenti fondamentali per la filogenesi cellulare sono l'evoluzione e la specializzazione cellulare per formare i vari tessuti utilizzati dalle specie vegetali e animali superiori.


Una analogia per comprendere le descrizioni ai vari livelli logici è quella geometrica/dimensionale.
In questa analogia la cellula, "il descritto", "l'oggetto" a livello 0  è analogo ad un punto in uno spazio a dimenzione zero.


Le varie descrizioni a livello 1 sono analoghe ad una linea in uno spazio unidimensionale.

Le meta-descrizioni a livello 2 sono analoghe ad una figura in uno spazio bidimensionale, ad esempio il metamodello SOP:


Le meta-meta-descrizioni a livello 3 di ontogenesi e filogenesi sono analoghe a figure solide in uno spazio tridimensionale.
L'ontogenesi, intesa come storia delle trasformazioni di un'unità autopoietica come risultato di una storia di interazioni, a partire dalla struttura iniziale, può essere rappresentata come una sfera:

La sfera in 3D rappresenta l'interazione tra due processi ricursivi, da un lato la conservazione della struttura autopoietica lungo tutta la vita dell'organismo, dall'altro la conservazione (pena la non-sopravvivenza) dell'adattamento all'ambiente. Variazioni dell'autopoiesi si riflettono sull'adattamento, e viceversa. Una rappresentazione più precisa potrebbe essere una sfera frattale, un frattale a forma sferoidale, o una sfera con superficie frattale, per illustrare le innumerevoli ricursioni tra autopoiesi e adattamento che ogni organismo, in ogni momento della sua vita biologico, si trova ad affrontare.
Una illustrazione convenzionale di un'ontogenesi cellulare è data, ad esempio, dagli elementi del sangue:
La filogenesi di un particolare organismo, o di una famiglia/specie di organismi, è convenzionalmente rappresentata sotto forma di albero:
Ernst Haeckel, L'albero della vita, 1866
Una rappresentazione 3D è stata suggerita da Maturana e Varela per illustrare la loro concezione del processo evolutivo della filogenesi come deriva naturale a partire da un elemento primario:


La metafora di Maturana e Varela è che l'evoluzione sia come dei rivoli d'acqua che scendono lungo una montagna, a partire dalla cima dove si pone l'elemento primario che ha dato origine alla vita. I diversi percorsi evolutivi lungo la montagna corrispondono alle varie derive strutturali filogenetiche determinate dall'ambiente, rappresentato dalla montagna.
Una vista dall'alto rende conto della complessità delle linee evolutive lungo il percorso temporale:


Maggiore è la distanza dalla cima maggiore è la complessità degli organismi prodotti e delle loro linee evolutive.

La combinazione di ontogenesi e filogenesi  è analoga ad una figura in uno spazio a quattro dimensioni.  La si può conoscere/descrivere solo come sezioni, che sono figure tridimensionali, ad esempio le figure precedenti in 3D di ontogenesi e filogenesi possono essere sezioni di questa figura in 4D sotto determinate condizioni, ad esempio ambiente costante, momento temporale specifico della filogenesi, etc.
A questo livello oltre all'evoluzione ontogenetica e filogenetica è necessario tenere in conto anche l'evoluzione dell'ambiente, che è ricursiva sia verso l'ontogenesi sia riguardo alla filogenesi. Ad esempio, quando durante l'evoluzione le cellule incominciarono a produrre ossigeno, tramite la fotosintesi clorofilliana, questo modificò l'ambiente arricchendolo di ossigeno, e a sua volta l'aumento di ossigeno produsse una modificazione sulla filogenesi cellulare, e più in generale su tutti gli organismi.












  • descrizione e spiegazione sono connesse da una tautologia
In logica, se P è una proposizione, si definisce tautologia:

se P allora P

ed è evidentemente sempre vera, indipendentemente che P sia vera o falsa. Il contrario di una tautologia è una contraddizione, del tipo:

se P allora non P

ed è evidentemente sempre falsa.

I seguenti brani di Wittgenstein e Bateson possono essere utili per la comprensione del rapporto tra descrizioni, spiegazioni e tautologie:

Le proposizioni della logica sono tautologie.
6.11 (3) Le proposizioni della logica dicon dunque nulla. (Esse sono le proposizioni analitiche.) 
6.12 (03+7) Che le proposizioni della logica siano tautologie mostra le proprietà formali - logiche - del linguaggio, del mondo. 
Che le sue parti costitutive, collegate così, producano una tautologia, caratterizza la logica delle sue parti costitutive. Affinché proposizioni collegate in un determinato modo producano una tautologia, esse devono avere determinate proprietà della struttura. Che esse, connesse così, producano una tautologia, mostra dunque che esse possiedono queste proprietà della struttura.
6.121 Le proposizioni della logica dimostrano le proprietà logiche delle proposizioni connettendole in proposizioni che dicon nulla. 
Questo metodo si potrebbe chiamare anche un metodo zero. Nella proposizione logica, le proposizioni sono poste in equilibrio l'una con l'altra, e lo stato d'equilibrio indica allora come queste proposizioni devono essere costituite logicamente.
6.122 (4) Ne risulta che possiamo far anche senza le proposizioni logiche, poiché, in una notazione rispondente, possiamo riconoscere le proprietà formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse. 
6.123 (3) È chiaro: Le leggi logiche non possono sottostare esse stesse, a loro volta, a leggi logiche. 
(Non v'è, come intendeva Russell, per ogni "tipo" un principio di contraddizione ad esso proprio; uno basta, poiché esso non è applicato a se stesso.)
6.124 Le proposizioni della logica descrivono l'armatura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano. Esse "trattano" di nulla. Esse presuppongono che i nomi abbiano significato, e le proposizioni elementari senso: E questo è il loro nesso con il mondo. È chiaro che deve indicare qualcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli - che per essenza hanno un determinato carattere - siano tautologie. In questo è il fatto decisivo. Dicemmo che nei simboli che usiamo qualcosa è arbitrario, altro no. Nella logica solo quest'altro esprime: Ma ciò vuol dire: nella logica, non siamo noi ad esprimere, con l'aiuto dei segni, ciò che vogliamo; nella logica è la natura stessa dei segni naturalmente necessari ad esprimere: Se conosciamo la sintassi logica d'un qualsiasi linguaggio segnico, son già date tutte le proposizioni della logica. 
6.125 (1) È possibile, anche secondo la stessa antica concezione della logica, dare in anticipo una descrizione di tutte le proposizioni logiche "vere". 
6.126 (5) Se una proposizione appartenga alla logica si può calcolare calcolando le proprietà logiche del simbolo. 
Ed è quanto facciamo quando "dimostriamo" una proposizione logica. Infatti, senza curarci d'un senso e d'un significato, formiamo la proposizione logica da altre secondo mere regole dei segni. 
La dimostrazione delle proposizioni logiche consiste nel farle nascere da altre proposizioni logiche per applicazione successiva di certe operazioni, le quali, dalle prime, riproducono sempre nuove tautologie. (E invero solo le tautologie seguono da una tautologia.) 
Naturalmente questo modo di mostrare che le sue proposizioni sono tautologiche è affatto inessenziale alla logica, per ciò stesso che le proposizioni, dalle quali la dimostrazione muove, devono mostrare, e senza dimostrazione, d'essere tautologie.
6.127 (1) Tutte le proposizioni della logica sono d'egual ordine; tra esse non vi sono né leggi fondamentali né proposizioni derivate che siano tali per essenza. 
Ogni tautologia mostra da sé che è una tautologia.
6.13 La logica non è una dottrina, ma un'immagine speculare del mondo. 
La logica è trascendentale.













VERSIONI MOLTEPLICI DEL MONDO.

Il caso della 'Descrizione', della 'Tautologia' e della 'Spiegazione'

Tra gli esseri umani la descrizione e la spiegazione sono entrambe tenute in gran conto, ma questo caso di informazione raddoppiata si distingue dalla maggior parte degli altri esempi esposti nel presente capitolo in quanto la spiegazione non contiene informazioni nuove e diverse rispetto a quelle già presenti nella descrizione. Anzi, gran parte delle informazioni presenti nella descrizione vengono di solito gettate via e solo una parte piuttosto piccola di ciò che doveva essere spiegato viene, di fatto, spiegata. Ma la spiegazione ha certamente un'importanza enorme, e certamente "sembra" fornire un sovrappiù di comprensione che va oltre quella contenuta dalla descrizione. Questo sovrappiù di comprensione offerto dalla spiegazione è in qualche modo legato a ciò che abbiamo ottenuto ...; combinando due linguaggi?
Per studiare questo caso è necessario dare prima una breve definizione di queste tre parole: "descrizione, tautologia e spiegazione".

Una descrizione pura comprenderebbe tutti i fatti (cioè tutte le differenze effettive) immanenti nei fenomeni da descrivere, ma non indicherebbe alcun genere di connessione tra questi fenomeni che potrebbe renderli più comprensibili. Per esempio un film sonoro, magari corredato di registrazioni di odori e di altri dati sensoriali, potrebbe costituire una descrizione completa o sufficiente di ciò che è accaduto in un certo istante davanti a una batteria di macchine da ripresa. Ma quel film non riuscirà a connettere tra loro gli eventi mostrati sullo schermo, e di per sè non fornirà alcuna spiegazione. Per contro, una spiegazione può essere completa senza essere descrittiva. “Dio ha creato tutto ciò che esiste” è una frase pienamente esplicativa, ma che non dice nulla nè sulle cose nè sulle loro relazioni.

Nella scienza questi due tipi di organizzazione di dati (descrizione e spiegazione) sono connessi da quella che si chiama, con termine tecnico, "tautologia". Gli esempi di tautologia vanno dal caso più semplice, l'asserzione “Se P è vera, allora P è vera”, a strutture elaborate come la geometria euclidea, in cui “Se gli assiomi e i postulati sono veri, allora il teorema di Pitagora è vero”. Un altro esempio potrebbe essere dato dagli assiomi, definizioni, postulati e teoremi della teoria dei giochi di von Neumann. In un tale insieme di postulati, assiomi e teoremi non si sostiene naturalmente che alcuno degli assiomi o dei teoremi sia in alcun senso 'vero' in modo indipendente, o vero nel mondo esterno.
Anzi, von Neumann ... sottolinea espressamente le differenze tra il suo mondo tautologico e il mondo più complesso delle relazioni umane. Tutto ciò che si sostiene è che se gli assiomi sono questi e i postulati sono quelli, allora i teoremi saranno questi e questi. In altre parole, la tautologia si limita a fornire "connessioni tra proposizioni". Il creatore della tautologia gioca la sua reputazione sulla validità di tali connessioni.

La tautologia non contiene alcuna informazione e la spiegazione (cioè la proiezione della descrizione sulla tautologia) contiene solo le informazioni che si trovavano nella descrizione.
La 'proiezione' asserisce implicitamente che i legami che tengono insieme la tautologia corrispondono a relazioni presenti nella descrizione. La descrizione, d'altro canto, contiene informazione, ma non contiene nè logica nè spiegazione. Per un qualche motivo, gli esseri umani attribuiscono un enorme valore a questa combinazione di modi di organizzare l'informazione o il materiale.
Per illustrare come descrizione, tautologia e spiegazione si combinino tra di loro, citerò un esercizio che ho assegnato parecchie volte alle mie classi. Devo la formulazione del problema all'astronomo Jeff Scargle, ma della soluzione sono responsabile io.
Il problema è questo:
Un uomo si rade tenendo il rasoio nella destra. Guardandosi allo specchio vede la propria immagine che si rade con la sinistra, e dice: “Toh, la destra e la sinistra si sono scambiate. Perchè‚ non si sono scambiati il basso e l'alto?”.
Il problema veniva presentato agli studenti in questa forma: ciò che si chiedeva loro era di risolvere la confusione in cui evidentemente si trova l'uomo e fatto ciò, di discutere la natura della spiegazione.
Nel problema così com'è posto vi sono almeno due trabocchetti: un trucco distrae lo studente spostando la sua attenzione sulla destra e la sinistra. In realtà, lo scambio è avvenuto tra il davanti e il dietro, non fra la destra e la sinistra. Ma oltre a ciò vi è un problema ancor più sottile, cioè che le parole "destra" e "sinistra" non appartengono allo stesso linguaggio a cui appartengono "alto" e "basso". "Destra" e "sinistra" sono parole di un linguaggio interno, mentre "alto" e "basso" sono parti di un linguaggio esterno. Se l'uomo guarda verso sud e la sua immagine verso nord, l'alto è in alto nell'uomo così come lo è nella sua immagine. Il suo lato est è sul lato est dell'immagine e quello ovest è sul lato ovest dell'immagine. "Est" e "ovest" appartengono allo stesso linguaggio di "alto" e "basso", mentre "destra" e "sinistra" fanno parte di un linguaggio diverso. Nel problema così com'è stato posto c'è quindi un tranello logico.
E' necessario comprendere che "destra" e "sinistra" non possono essere definite e se si cerca di farlo si finisce in un mare di guai. L'"Oxford English Dictionary" definisce "sinistra" come “l'epiteto distintivo della mano che normalmente è la più debole”. Il compilatore del dizionario dimostra apertamente il suo imbarazzo. Il Webster dà una definizione più utile, ma l'autore bara. Una delle regole nella compilazione di un dizionario è che per la definizione principale non si deve ricorrere alla comunicazione ostensiva. Quindi il problema è di definire "sinistra" senza riferirsi a un oggetto asimmetrico. Il Webster (1959) dice: “La parte del corpo rivolta a ovest quando si guarda verso il nord, di solito il lato della mano meno usata”. Ciò equivale a usare l'asimmetria di rotazione della terra.
In verità è impossibile dare questa definizione senza barare. L'"asimmetria" è facile da definire, ma non vi sono mezzi verbali - e non ve ne "possono" essere - per indicare di quale delle due metà (speculari) si parla.
Una spiegazione deve fornire qualcosa di più che una descrizione e, alla fine, la spiegazione ricorre a una "tautologia", la quale, così come io l'ho definita, è un corpo di proposizioni legate insieme in modo tale che i legami "tra le proposizioni" siano necessariamente validi.
La tautologia più semplice è “Se P è vera, allora P è vera”.
Una tautologia più complessa sarebbe “Se Q segue da P, allora Q segue da P”. Partendo di qui, si può costruire a piacere qualsiasi complessità. Ma si è sempre entro i confini della proposizione introdotta dal "se", fornita non dai dati, ma da "noi stessi". Questa è una tautologia.
Ora, una spiegazione è una proiezione delle parti di una descrizione su una tautologia, e diventa accettabile nella misura in cui vogliamo e possiamo accettare i legami della tautologia. Se i legami sono 'autoevidenti' (cioè se appaiono indubitabili a voi), allora la spiegazione costruita su quella tautologia sarà per voi soddisfacente. E questo è tutto. E' sempre una questione di storia naturale, una questione di fede, immaginazione, fiducia, rigidità, eccetera, dell'organismo, cioè di voi o di me.
Vediamo su quale tautologia possiamo fondare la nostra descrizione delle immagini speculari e della loro asimmetria.
La mano destra è un oggetto asimmetrico e tridimensionale, e per definirla avete bisogno di informazioni che leghino almeno tre polarità. Per renderla diversa da una mano sinistra bisogna fissare tre clausole descrittive binarie: bisogna distinguere la direzione verso il palmo da quella verso il dorso, la direzione verso il gomito da quella verso la punta delle dita, la direzione verso il pollice da quella verso il mignolo. Costruiamo ora la tautologia per asserire che l'inversione di una qualunque di queste tre proposizioni descrittive binarie crea l'immagine speculare (l'opposto stereoscopico) della mano da cui siamo partiti (cioè crea una mano 'sinistra').
Se ponete le mani palmo contro palmo in modo che il palmo destro guardi verso nord, quello sinistro guarderà verso sud e otterrete una situazione simile a quella dell'uomo che si rade.
Ora il postulato fondamentale della nostra tautologia è che "l'inversione in una dimensione genera sempre il suo opposto stereoscopico". Da questo postulato segue (si può dubitarne?) che l'inversione in "due" dimensioni genera l'opposto dell'opposto (cioè riporta alla forma di partenza). L'inversione in tre dimensioni genera di nuovo l'opposto stereoscopico e così via.
Per dare spessore alla nostra spiegazione ci serviremo ora del procedimento che il logico americano C. S. Peirce chiamava "abduzione" ["abduction"], individueremo cioè altri fenomeni pertinenti e mostreremo che anch'essi sono esempi della nostra regola e possono essere proiettati sulla stessa tautologia.
Immaginate di essere un fotografo di una volta, con un panno nero sopra la testa, e di guardare dentro l'apparecchio sul vetro smerigliato dove si vede il viso del soggetto da fotografare. La lente dell'obiettivo si trova tra il vetro e il soggetto. Sul vetro vedrete l'immagine capovolta e ribaltata, con la destra al posto della sinistra, ma sempre rivolta verso di voi. Se il soggetto tiene qualcosa nella destra, lo terrà nella destra anche sul vetro, ma ruotato di 180 gradi.
Se ora praticate un foro sulla parte anteriore della camera oscura e guardate l'immagine formata sul vetro smerigliato o sulla lastra, la cima del capo del soggetto sarà in basso, il mento sarà in alto, il lato sinistro sarà a destra, non solo, ma ora l'immagine sarà rivolta verso il soggetto. Avete invertito tre dimensioni, quindi ora vedete di nuovo il suo opposto stereoscopico.
La spiegazione consiste dunque nel costruire una tautologia, assicurando il più possibile la validità dei suoi legami, così che essa vi sembri di per sè evidente il che in fin dei conti non è mai del tutto soddisfacente perchè‚ nessuno sa che cosa verrà scoperto in seguito.
Se la spiegazione è quale io l'ho descritta, ci si può ben chiedere che vantaggio traggano gli esseri umani da un'operazione così scomoda e arzigogolata e in apparenza così inutile. Si tratta di una questione di storia naturale, e io credo che il problema venga almeno in parte risolto quando osserviamo che gli esseri umani sono molto negligenti nel costruire le tautologie su cui basare le loro spiegazioni. In tal caso, si potrebbe supporre, il sovrappiù è di segno negativo, e invece sembra che non sia così, a giudicare dal favore di cui godono certe spiegazioni tanto informali da essere fuorvianti.
Una forma comune di spiegazione vuota è il ricorso a quelli che ho chiamato “princìpi dormitivi”, prendendo il termine "dormitivo" da Molière. Nel "Malade imaginaire" c'è una coda in latino maccheronico nella quale viene rappresentato sulla scena l'esame orale medioevale di un candidato dottore. Gli esaminatori chiedono all'esaminando perchè‚ l'oppio faccia dormire e quello risponde trionfante: “Perchè‚, sapienti dottori, esso contiene un principio dormitivo”.
Possiamo figurarci il candidato che passa il resto dei suoi giorni a sottoporre l'oppio a distillazione frazionata in un laboratorio biochimico per poi identificare la frazione in cui è rimasto il cosiddetto principio dormitivo.
Una risposta migliore alla domanda dei dottori interesserebbe non solo l'oppio, ma una relazione tra l'oppio e la gente. In altre parole, la spiegazione dormitiva falsifica effettivamente la realtà dei fatti, ma l'importante, credo, è che anche con le spiegazioni dormitive è sempre "possibile l'abduzione". Dopo aver enunciato come fatto generale che l'oppio contiene un principio dormitivo, è possibile usare questo tipo di locuzione per un grandissimo numero di altri fenomeni. Possiamo per esempio dire che l'adrenalina contiene un principio vivificante e la reserpina un principio calmante. Otterremo così, bench‚ in modo impreciso e inaccettabile sotto il profilo epistemologico, una serie di appigli per afferrare un grandissimo numero di fenomeni che appaiono formalmente paragonabili. E, in effetti, essi sono formalmente paragonabili in questo senso, che in ciascuno di questi casi si commette lo stesso errore di invocare un principio "interno a una componente". Resta il fatto che sotto il profilo della storia naturale - e la storia naturale ci interessa non meno dell'epistemologia in senso stretto - l'abduzione è molto comoda per la gente mentre la spiegazione formale è spesso tediosa. “L'uomo pensa secondo due generi di termini: gli uni sono i termini naturali, che egli ha in comune con le bestie; gli altri sono i termini convenzionali (della logica), di cui beneficia solo l'uomo”.
In questo capitolo si sono esaminati diversi modi in cui combinando informazioni di genere diverso o provenienti da sorgenti diverse si ottiene qualcosa di più che la loro addizione. L'aggregato è più grande della somma delle sue parti poichè‚ la combinazione delle parti non è una semplice addizione, ma possiede la natura di una moltiplicazione o di un frazionamento, o della creazione di un prodotto logico. Un attimo di illuminazione.
Così, per completare questo capitolo e prima di tentare anche solo un elenco dei criteri del processo mentale, è opportuno considerare brevemente questa struttura in modo molto più personale e universale.
Ho invariabilmente attenuto il mio linguaggio a un modo 'intellettuale' o 'oggettivo', che è adatto a molti scopi (e da evitarsi solo quando è usato per evitare di riconoscere la prospettiva e la posizione dell'osservatore).
Rimuovere il quasi oggettivo, almeno in parte, non è difficile, e questo cambiamento di modo è proposto da domande del tipo: Di che cosa tratta questo libro? Che cosa significa per me personalmente? Che cosa sto tentando di dire o di scoprire?
Alla domanda “Che cosa sto tentando di scoprire?” non è poi così impossibile rispondere come ci vorrebbero far credere i mistici. Dal modo in cui il ricercatore conduce la sua ricerca, si può arguire a quale tipo di scoperta può giungere; e sapendolo, si può sospettare che quella scoperta sia ciò che, segretamente e inconsciamente, egli desidera.
Nel presente capitolo si è definito e illustrato un "modo di ricerca", e pertanto questo è il momento di porre due domande: Che cosa sto cercando? A quali problemi mi hanno condotto cinquant'anni di scienza?
Il modo della ricerca mi pare chiaro e potrebbe essere chiamato il "metodo del confronto doppio o multiplo".

Infine, tutto questo confrontare confronti era un crescendo che voleva preparare l'autore e il lettore alla riflessione sui problemi della Mente Naturale. Anche lì incontreremo il confronto creativo. La tesi platonica del libro è appunto che l'epistemologia è una metascienza indivisibile e integrata il cui oggetto è il mondo dell'evoluzione, del pensiero, dell'adattamento, dell'embriologia e della genetica: la scienza della mente nel senso più ampio del termine.
Confrontare questi fenomeni (confrontare il pensiero con l'evoluzione e l'epigenesi con entrambi) è il "modo di ricerca" della scienza detta “epistemologia”
Oppure, nel linguaggio di questo capitolo, possiamo dire che l'epistemologia è il sovrappiù che si ottiene combinando gli elementi di comprensione offerti da ciascuna di queste scienze genetiche.
Ma l'epistemologia è sempre e inevitabilmente "personale". La punta della sonda è sempre nel cuore dell'esploratore: qual è la "mia" risposta al problema della natura del conoscere? Io mi abbandono alla convinzione fiduciosa che il mio conoscere è una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l'intera biosfera o creazione.