lunedì 4 marzo 2013

Taoship


Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili.
L'impiegato faceva sempre un po' lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare.
- Mobili? - disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un'idea simile. - Dunque, vediamo. Di che genere di mobili stiamo parlando?
- Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza.
- Accidenti. Una casa intera.
- Non direi proprio, - ribatté lei. - Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto.
Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare.
- Le servirà il furgone, - fece lui.
- No, voglio spedirli per ferrovia. Vanno a ovest, nel Saskatchewan.
Gli si rivolgeva a voce alta, come se fosse sordo o scemo, e c'era qualcosa di strano nel modo in cui pronunciava le parole. Un accento. Olandese, pensò lui - c'era parecchio movimento di olandesi in quella zona -, anche se, delle donne olandesi, a questa mancava la stazza o la bella carnagione rosea o i capelli biondi. Poteva essere sotto i quaranta, ma che importanza aveva? Miss bellezza non doveva esserlo stata mai. 
L'uomo si fece molto professionale.
- Prima di tutto le ci vorrà il furgone per trasferire la roba qui da dovunque si trovi. E poi, sarà meglio controllare che in questo posto nel Saskatchewan ci passi il treno. Se no, dovrò farla venire a prendere, che so, a Regina.
- E’ Gdynia, - disse. - Il treno ci passa.
Lui prese una guida cincischiata che stava appesa a un chiodo, e le chiese come si scriveva. Lei si servì della matita a sua volta legata a una corda e scrisse su un pezzo di carta estratto dalla borsetta: GDYNIA.
- E che razza di nome sarebbe?
Disse che non lo sapeva.
Le prese la matita per scorrere rigo a rigo.
- Un sacco di posti da quelle parti sono pieni di cechi, di ungheresi e di ucraini, - commentò. Mentre lo diceva gli venne in mente che la donna poteva essere una di loro. Be', e allora? Stava solo esprimendo un dato di fatto.
- Eccola qui. Tutto a posto. C'è la ferrovia.
- Sì, - disse lei. - Voglio spedire la roba venerdì. E’ possibile?
- Possiamo spedirla, ma non posso prometterle che arriverà in un certo giorno, - fece lui. - Tutto dipende dalle priorità. Ci sarà qualcuno a occuparsene quando arriva?
- Sì.
- E’ un treno misto, merci e passeggeri, quello di venerdì, delle quattordici e diciotto. Il furgone passa a ritirare la roba venerdì mattina. Lei abita qui in paese?
Annuì, mentre scriveva il suo indirizzo: 106, Exhibition Road.
Era da poco che in comune avevano distribuito i numeri civici, perciò lui non riusciva a immaginare il punto esatto, pur sapendo dove si trovava Exhibition Road. Se lei avesse fatto il nome di McCauley, in quel momento, l'uomo avrebbe forse mostrato maggior interesse, e le cose avrebbero magari preso una piega diversa. C'erano abitazioni nuove in quella zona, costruite dopo il conflitto, anche se la gente le chiamava le «case del tempo di guerra». Immaginò che si trattasse di una di quelle. 
- Pagamento alla spedizione, - le disse.
- Voglio anche un biglietto per me sullo stesso treno. Venerdì pomeriggio.
- Stessa destinazione?
- Sì.
- Può viaggiare sullo stesso treno fino a Toronto, ma poi dovrà aspettare il transcontinentale che parte alle dieci e mezza di sera. Vuole un vagone letto o regolare? Nel vagone letto avrà la cuccetta, in quello regolare dovrà stare seduta.
Disse che seduta andava bene.
- A Sudbury dovrà aspettare il Montreal, ma senza scendere: smistano solo le carrozze, e le attaccano alla motrice del Montreal. Lo stesso a Port Arthur, e poi a Kenora. Lei resta sul treno fino a Regina; lì invece cambia, e prende il locale.
Annuì, come per dirgli di non farla lunga e di darle il biglietto.
Rallentando, lui disse: - Ma non le assicuro che i mobili arriveranno insieme a lei, anzi, credo che ci metteranno un paio di giorni in più. E’ questione di precedenze. Qualcuno viene a prenderla?
- Sì.
- Bene. Perché è probabile che non sia granché, come stazione. Da quelle parti, i paesi non sono come qui. Sono posti abbastanza rudimentali.
Pagò il suo biglietto, sfilando il denaro da un rotolo di banconote in un sacchetto di tela che teneva in borsa.
Come una vecchietta. Contò anche il resto. Ma non come avrebbe fatto una vecchia. Passò in rassegna rapidamente gli spiccioli sulla mano, ma era chiaro che non le stava sfuggendo un centesimo. Poi girò sui tacchi e se ne andò senza salutare.
- A venerdì, - le disse lui.
In quella tiepida giornata di settembre, la donna indossava un soprabito lungo e semplice, su scarpe sfondate coi lacci, e calzini alla caviglia.
L'impiegato si stava versando del caffè dal thermos quando lei tornò indietro e batté sul vetro dello sportello.
- I mobili che spedisco, - disse. - E tutta roba buona, come nuova. Non vorrei che si graffiassero, o si ammaccassero, che si danneggiassero, insomma. E non vorrei neppure che arrivassero puzzolenti di carro bestiame.
- Be', senta, - disse lui. - Qui in ferrovia siamo piuttosto esperti in fatto di spedizioni. Tendiamo a non usare gli stessi vagoni per mobili e maiali, ad esempio.


Marc Chagall, Io e il mio paese, 1911, MoMa, NYC

venerdì 1 marzo 2013

fattori mentali del Tao

© Igor Morski
La proposta degli autori del modello di emergenza co-dipendente senza Sé per l'analisi della coscienza è ulteriormente approfondita attraverso la discussione degli elementi mentali di base:

Basic Element Analysis
We have already seen how a moment of consciousness is analyzed into subject, object, and mental factors that bind them together. This schematization was present in the earliest Abhidharma but was greatly elaborated in a technique called basic element (dharma) analysis, which reached its peak of eloquence in the Abhidharmakosa of Vasubandhu. (It is from this work that we have taken the classification of mental factors.)
The term for basic element in Sanskrit is dharma. Its most general meaning in a psychological context is "phenomenon" - not in the Kantian sense where phenomena are opposed to noumena but simply in the ordinary sense of something that occurs, arises, or is found in experience. In its more technical sense, it refers to an ultimate particular, particle, or element that is reached in an analytic examination. In basic element analysis, moments of experience (the dharmas) were considered analytically irreducible units; they were, in fact, called ultimate realities, whereas the coherences of daily life that were composed of these elements - a person, a house - were called conventional realities.
This idea that experience, or what the phenomenologist would call the life-world, can be analyzed into a more fundamental set of constituents was also a central element in Husserl's phenomenological project. This project broke down because it was, among other things, purely abstract and theoretical. Basic element analysis, on the other hand, was much more successful because it was generated from an open-ended, embodied reflection: it arose as a way of codifying and interpreting the results of the mindfulness/awareness examination of experience. Therefore, even when basic element analysis received certain kinds of devastating criticism from philosophers such as Nagarjuna, it could nonetheless survive as a valuable practice, though seen in a different light.
On a more theoretical level, philosophers might recognize some parallels between basic element analysis and the analytic, rationalist tradition in the West as exemplified by Leibniz, Frege, Russell, and the early Wittgenstein. In both traditions there is a concern with analyzing complex aggregates of societies-whether these be things in the world, linguistic or logical descriptions, mental representations, or direct experience-into their simple and ultimate constituents. Minsky, for example, upholds this analytic tradition when he writes that his "agents of the mind could be the long-sought 'particles' that ... theories [of mind] need." Such reductionism is almost always accompanied by realism: one adopts a realist istance toward whatever one claims as one's privileged basis, one's ultimate ground.
Here, however, we come upon an interesting difference between Western rationalism and the rationalism embodied in the Abhidharma. In the latter, the designation of basic elements as ultimate reality, we are told, was not an assertion that the basic elements were ontological entities in the sense of being substantially existent. Surely this is an interesting case study-we have here a philosophical system, a reductive system, in which reductive basic elements are postulated as ultimate realities but in which those ultimate realities are not given ontological status in the usual sense. How can that be? Emergents, of course, do not have the status of ontological entities (substances). Might we have a system here in which the basic elements are themselves emergents?
This question is all the more interesting because basic element analysis was not simply an abstract, theoretical exercise. It had both a descriptive and a pragmatic motivation. The concern of the meditator is to break the wheel of conditioned origination and become aware, wise, and free. She is told that she can actually experientially catch herself (within this emergent society of the wheel of the twelve links) at the moment of craving and can begin to undo her conditioning. Will a basic element analysis provide clarity that will help in this task?
We may remember that in basic element analysis each element, each moment of consciousness, consists of the consciousness itself (called, in this system, the primary mind) and its mental factors. The (momentary) mental factors are what bind the (momentary) object (which is, of course, always in one of the six sense fields). The specific quality of each moment of consciousness and its karmic effects on future moments depend upon which mental factors are present.
The relationship between consciousness and the mental factors seems remarkably similar to the relation between Minskian agencies and agents. The contemporary Tibetan scholar Geshe Rabten puts it thus: "The term 'primary mind' denotes the totality of a sensory or mental state composed of a variety of mental factors. A primary mind is like a hand whereas the mental factors are like the individual fingers, the palm, and so forth. The character of a primary mind is thus determined by its constituent mental factors." A hand is an agency of which the fingers, palm, etc., are agents; it is also an agent of the body. These are different levels of description; neither agent nor agency would exist without the other. Like the hand, we could call the primary mind an emergent.
We would do well to look once again at the five omnipresent mental factors: contact, feeling, discernment, intention, and attention.

1 Contact
Contact is a form of rapport between the senses and their objects, a matching of sensitivity between a sense and an object in the sense field. It is a relational property involving three terms: one of the six senses, a material or mental object, and the consciousness based upon these two. There is evidence to suggest that this sensitivity was conceived as a dynamic process giving rise to emergence: the evidence is that contact, as a process, is described as being both a cause and an effect. As a cause, contact is the coming together of three distinct items--a sense, an object, and the potential for awareness. As an effect, contact is that which results from this process of coming together-a condition of harmony or rapport among the three items. This rapport is not the property of either a sense, an object, or an awareness per se. It is a property of the processes by which they interact, in other words, an emergent property. Because of one's conditioning, one thinks that contact-sense organ, sense field, and sense consciousness--implies a self; in this analysis it may be seen in a neutral, "scientific" light as an emergence.
This conception of contact strikes us as quite remarkable. It could be applied almost word-for-word to our discussion of vision as a unitary phenomenon. In a culture that did not have access to scientific notions of circular causality, feedback/feedforward, and emergent properties, nor to logical formalisms for handling self-reference, the only recourse for expressing an emergent may have been to say that a process is both cause and effect. Early Buddhism developed the idea of an emergent both at the (relatively) global level of codependent origination and the (relatively) local level of contact; this development was of central importance to the analysis of the arising of experience without a self. This suggests that our current formulations of emergence are not simply logical tricks soon to be replaced by some other way of conceptualizing phenomena; rather, our modem forms may be the rediscovery of a basic aspect of human experience.

2 Feeling
We have already discussed feeling as the second aggregate and the seventh link in the circle of codependent arising . Normally feelings lead instantly to reactions that perpetuate karmic conditioning. Bare feelings, however, are neutral; it is one's response that is, in the language of mental factor analysis, either wholesome or unwholesome. Normally we never actually experience our feelings because the mind jumps so quickly to the reaction. Even a neutral feeling (often even more threatening to the sense of self than a displeasurable feeling because a neutral feeling seems less self-relevant) leads quickly to boredom and to the finding of any possible physical or mental occupation . Meditators often report that they discover for the first time, in mindfulness practice, what it is like actually to experience a feeling.

3 Discernment
Perception (discernment)/impulse was discussed as the third aggregate. It normally arises inseparably with feeling. Through mindfulness, however, the meditator may recognize impulses of passion, aggression, and ignoring for what they are - impulses that need not automatically lead to action. In terms of mental factor analysis, one may thus be able to choose wholesome rather than unwholesome actions. (Eventually , when sufficient freedom from habitual patterns has been obtained, perception/ discernements can - according to some later formulations - automatically give rise not to self-based impulses of passion, aggression, and ignoring but to impulses of wisdom and compassionate action.)

4 Intention
Intention is an extremely important process, which functions to arouse and sustain the activities of consciousness (with its mental factors) from moment to moment . Intention is the manner in which the tendency to volitional action (the second link ) manifests itself in the mind at any given moment . There are no volitional actions without intention . Thus, karma is sometimes said to be the process of intention itself- that which leaves traces on which future habits will be based. Normally we act so rapidly and compulsively that we do not see intentions. Some schools of mindfulness training encourage meditators to spend periods of time in which they slow down activities so that they may become aware of the intentions that precede even very trivial volitional actions such as changing position when one becomes uncomfortable. Awareness of intention is thus a direct aid to cutting the chain of conditioned origination at the craving link.

5 Attention
Attention, the final factor of the five omnipresent mental factors, arises in interaction with intention. Intention directs consciousness and the other mental factors toward some general area, at which point attention moves them toward specific features. (Remember the interaction of agents in Minsky's description of the agency Builder.) Attention focuses and holds consciousness on some object. When accompanied by apperception, attention serves as the basis for the object-ascertaining factors of recollection and mindfulness, as well as the positive mental factor of alertness.
These five factors, when joined with various of the object-ascertaining and variable factors, produce the character of each moment of consciousness. The mental factors present at a given moment interact with each other such that the quality of each factor as well as the resultant consciousness is an emergent.
Ego-self, then, is the historical pattern among moment-to-moment emergent formations. To make use of a scientific metaphor, we could say that such traces (karma) are one's experiential ontogeny (including but not restricted to learning). Here ontogeny is understood not as a series of transitions from one state to another but as a process of becoming that is conditioned by past structures, while maintaining structural integrity from moment to moment. On an even larger scale, karma also expresses phylogeny, for it conditions experience through the accumulated and collective history of our species.
The precise nature of the lists and definitions of mental factors should not be taken too compulsively. Different schools produced different lists of factors. Different schools also disagreed (and disagree to this day) about how important it is for practitioners to study such lists (they were traditionally burned in Zen), about the stage of development at which the individual should study the Abhidharma in general and such lists in particular (given that he should study them at all) and about whether and how such lists should be used in meditative contemplation. All schools of mindfulness/awareness meditation, however, agree that intense mindfulness of what arises from moment to moment in the mind is necessary if one is to start to undo karmic conditioning.
We have achieved two main goals by this analysis: First, we have seen how both a single moment of consciousness and the causal coherence of moments of consciousness over time can be formulated in the language of emergence without the postulation of a self or any other ontological entity. Second, we have seen how such formulations can be both experientially descriptive and pragmatically oriented. This latter point bears further discussion since the notion of pragmatics may take an unfamiliar cast in a system that aims to undercut volitional (egocentric) action.

martedì 26 febbraio 2013

gerarchie meta-Tao

La quarta metastruttura introdotta da Tyler Volk e Jeff Bloom sono le gerarchie (dal greco ἱεραρχία, ierarchia, derivato di hierárkhēs, composito di hieros "sacro" e árkhō "presiedere" o "essere capo", quindi - complessivamente - "presiedere i sacri riti"), strutture concettuali che definiscono relazioni tra strati, fogli, gruppi di elementi o livelli di un sistema; il tipo più noto e comune di struttura gerarchica è la piramidale, in cui i livelli di descrizione e i flussi di informazione del sistema sono convenientemente rappresentabili in una struttura verticale, tipicamente utilizzata nelle organizzazioni.
Nel caso dei sistemi socio-culturali, nella misura in cui una gerarchia piramidale viene percepita dai soggetti coinvolti, si stabiliscono dei miti quali "controllo" e "potere":


e concetti relativi quali quello di leadership:


Le gerarchie di tipo piramidale normalmente considerate hanno la caratteristica che i livelli posti in relazione verticale hanno elementi omogenei, ad esempio contengono sempre persone, anche se con ruoli e funzioni diverse. La gerarchia Russelliana dei tipi logici illustra invece una discontinuità logica tra livelli e metalivelli, applicata ad esempio da Bateson alle categorie logiche dell'apprendimento e della comunicazione, e presenti anche in gerarchie di descrizione dove tra i livelli vi sia una disomogeneità logica, ad esempio nel caso di passaggio dai livelli fisico-chimici delle scienze naturali a quelli superiori della vita e dei fenomeni emergenti in sistemi complessi. Le gerarchie piramidali non sono le uniche possibili; per la descrizione di diversi sistemi concettuali categorizzazioni di tipo trasversale o laterale possono essere convenienti.

Background

Hierarchies tend to be depicted as pyramidal arrangements of sheets. Hierarchies are identified as the relationships between layers become evident. In most cases, hierarchies are exemplified by power or control moving downward. In other cases, the top layers may indicate greater importance or significance. Information, materials, or energy move upward. They tend to create stratified stability. However, this stability may depend upon the types of binary relationships and other patterns that are created within the overall structure.

Examples

  • In science: trophic layers, phylogenetic trees, animal societies (bees, ants, chimpanzees, wolves), etc.
  • In architecture and design: pyramids, building design and layout, etc.
  • In art: as form, etc.
  • In social sciences: governmental and organizational structures; classrooms, schools and schooling; some learning theories; etc.
  • In other senses: information trees, branching decision trees, etc.

Metapatterns

The Pattern Underground

lunedì 25 febbraio 2013

spiegazione del Tao


Nelle varie parti in cui il benefattore di Carlos Castaneda, Don Juan, articola la spiegazione degli stregoni - il modello di riferimento del mondo delle esperienze vissute - una parte essenziale è la coppia tonal/nagual, l'analogo della coppia Teh-del-Tao/Tao, che rappresenta la totalità dell'Io che percepisce.
La differenza nella spiegazione del mondo tra quella comune condivisa (la realtà consensuale) e quella degli stregoni secondo Don Juan è:
"Non avete ancora sufficiente potere personale per andare in cerca della spiegazione degli stregoni, e ne avete ormai a sufficienza per scartare le spiegazioni comuni."
"Allora c'è una spiegazione degli stregoni!"
"Certo. Gli stregoni sono uomini. Siamo creature pensanti. Cerchiamo di vedere chiaro."
"Avevo l'impressione che il mio grande difetto fosse di cercare spiegazioni."
"No. Il vostro difetto è di cercare spiegazioni appropriate, che convengano a voi e al vostro mondo. E alla vostra ragionevolezza che mi oppongo. Uno stregone spiega le cose del suo mondo, ma non come voi."
"Come posso arrivare alla spiegazione degli stregoni?"
"Accumulando potere personale. Il potere personale vi farà scivolare con la massima facilità in un'area dove la spiegazione degli stregoni è possibile. La spiegazione non è ciò che voi chiamereste una spiegazione; ciò nonostante essa rende il mondo e i suoi misteri, se non chiari, meno terribili. Questa sarebbe l'essenza di una spiegazione ma non è ciò che voi cercate. Voi seguite il riflesso delle vostre idee. Gli specchi deformanti li avete dentro, e il mondo deve adeguarvisi."
Nel libro successivo, Castaneda illustra come Don Juan (denominato el Nagual) spiegò la dicotomia tonal/nagual ad un altro gruppo di apprendisti; la spiegazione è basata sul fatto che la conoscenza del tonal avviene tramite la prima attenzione, la normale attenzione condivisa, mentre quella del nagual avviene attraverso una seconda attenzione:
La Gorda mi raccontò in che modo el Nagual aveva rivelato loro la dicotomia tonal-nagual. Un giorno se n'andarono in una valle remota, desolata, fra montagne rocciose. Prima di partire, el Nagual aveva messo ogni sorta di oggetti in un fagotto (inclusa la radio di Pablito) e aveva ordinato a Josefina di accollarsi quel fardello. A Pablito aveva ordinato di accollarsi un pesante tavolino. In tal modo si misero in marcia. Dovevano darsi il cambio a portare quei pesi.
Percorsero circa 60 chilometri prima di arrivare a quella valle solitaria. Quando vi giunsero, el Nagual ordinò a Pablito di collocare il tavolo al centro della valle fra i monti. Poi ordinò a Josefina di disporre sul tavolo gli oggetti contenuti nel fagotto. Quando il tavolo fu colmo di roba, spiegò loro la differenza fra tonal e nagual. A me l'aveva spiegata - allo stesso modo - in una trattoria di Città del Messico. Ma nel loro caso la spiegazione fu assai più spettacolare.
Disse loro che il tonal è l'ordine di cui siamo coscienti nel nostro mondo quotidiano ed è, inoltre, l'ordine personale che noi portiamo lungo il cammino della vita sulle nostre spalle; come loro avevano trasportato il tavolo e il fagotto. Il tonal personale di ognuno di noi è come il tavolino in quella valle: una minuscola isola colma di oggetti a noi familiari. Il nagual, invece, è l'inesplicabile quid che tiene in piedi il tavolo ed è simile alla vastità di quella valle deserta.
El Nagual disse loro che gli stregoni sono obbligati a guardare il loro tonal da distante allo scopo di veder meglio ciò che c'è intorno a loro, realmente. Li fece salire su una balza, da dove si dominava una vasta zona. Da lassù il tavolino era appena visibile. Quindi li fece tornare presso il tavolo e ce li fece salir sopra, allo scopo di far loro capire che l'uomo qualsiasi non possiede un campo visivo vasto come quello dello stregone, poiché l'uomo qualsiasi si trova sopra il suo tavolo, tenendosi stretto agli oggetti che vi sono collocati.
Fece loro lanciare, uno alla volta, un'occhiata agli oggetti sul tavolo; poi sottraeva uno degli oggetti e - per misurare la loro attenzione - gli chiedeva quale fosse l'oggetto sottratto. Tutti quanti superarono l'esame a pieni voti. Egli fece loro notare che la loro abilità a ricordare così facilmente gli oggetti sul tavolo era dovuta al fatto che tutti loro avevano sviluppato la loro attenzione del tonal, ovvero la loro attenzione sopra il tavolino.
Successivamente chiese loro di lanciare un'occhiata a tutto ciò che era al suolo, sotto il tavolo; e mise alla prova la loro memoria sottraendo un sasso, un fuscello, o altre cose ch'erano lì in terra. Nessuno di loro ricordava ciò che avevano visto sotto il tavolo. El Nagual allora tolse via ogni cosa da sopra il tavolino e ve li fece sdraiare sopra, uno alla volta, a pancia sotto, e disse loro di guardare attentamente il terreno lì sotto. Spiegò loro che, per uno stregone, il nagual è la zona sotto il tavolo. Poiché è impensabile affrontare l'immensità del nagual - analoga all'immensa valle desolata - gli stregoni eleggono a dominio della loro attività la zona immediatamente sottostante all'isola del tonal, analoga a quella che c'era sotto il tavolino. Questa zona è il dominio della seconda attenzione - ovvero l'attenzione del nagual - ovvero l'attenzione sotto il tavolo. L'attenzione viene raggiunta solo dopo che il guerriero ha sgombrato il piano del tavolo, facendone tabula rasa. Raggiungere la seconda attenzione fa sì che le due attenzioni si uniscano in un tutto inscindibile, e questa unità rappresenta la totalità dell'Io.

La spiegazione degli stregoni tramite la dualità tonal/nagual, non lascia spazio neanche alla comprensione anche di quella parte che crediamo ragionevolmente di conoscere, il tonal; il tonal organizza e fornisce ordine e comprensione al mondo percepito, il quale altrimenti sarebbe solo caos, ma benché questo ordine ci permetta di dare senso al mondo, il meccanismo che lo produce è in se stesso indescrivibile:
"Far si che la ragione si senta sicura è sempre il compito dell'insegnante" disse don Juan. "Io ho ingannato la vostra ragione, facendole credere che del tonal si potesse parlare, che lo si potesse spiegare. Genaro ed io ci siamo affaticati a darvi l'impressione che solo il nagual fosse di là dalla portata delle spiegazioni; ecco la prova che l'imbroglio è riuscito: ancora adesso vi sembra che, nonostante tutto quello che avete sperimentato, vi resti un nucleo che potete dichiarare vostro: la vostra ragione. E' un miraggio. La vostra preziosa ragione è solo un centro di raduno, uno specchio che riflette qualcosa di esterno ad esso. La notte scorsa siete stato testimone non soltanto dell'indescrivibile nagual, ma anche dell'indescrivibile tonal."
"L'ultimo brano della spiegazione degli stregoni afferma che la ragione si limita a riflettere un ordine esterno, e che la ragione non sa nulla di tale ordine; non può spiegarlo, così come non può spiegare il nagual, La ragione può soltanto essere testimone degli effetti del tonal, ma non può mai comprenderlo o svelarne l'enigma. Il fatto stesso che noi pensiamo e parliamo indica la presenza di un ordine che seguiamo senza mai sapere come riusciamo a farlo o che cosa tale ordine sia."
Esposi allora il concetto della ricerca dell'uomo occidentale circa l'attività cerebrale, come possibilità di spiegare cosa fosse quell'ordine. Don Juan dichiarò che tutto quanto poteva fare tale ricerca era attestare che qualcosa stava accadendo.
"Gli stregoni fanno la stessa cosa con la loro volontà" disse. "Essi affermano che attraverso la volontà possono essere testimoni degli effetti del nagual. Posso ora aggiungere che attraverso la ragione, non importa cosa facciamo con essa o come lo facciamo, siamo puramente testimoni degli effetti del tonal. In entrambi i casi non c'è speranza, mai, di capire o di spiegare quello di cui siamo testimoni."
"Per la prima volta, la notte scorsa, avete volato sulle ali della vostra percezione. Eravate ancora molto timido. Vi siete avventurato solo lungo la banda della percezione umana. Uno stregone può usare quelle ali per raggiungere altre sensibilità: quella di un corvo per esempio, di un coyote, di un grillo; o per raggiungere l'ordine di altri mondi nello spazio infinito."
"Volete dire altri pianeti, don Juan?"
"Certo. Le ali di di percezione possono portarci ai confini più reconditi del nagual o ad inconcepibili mondi del tonal"
"Per esempio, uno stregone può andare sulla luna?"
"Si capisce" rispose don Juan. "Non sarebbe in grado, però, di riportare di là un sacco di pietre."
Ridemmo e ci mettemmo a scherzare su questo punto; ma la sua affermazione era stata in tono estremamente serio.
"Siamo arrivati all'ultima parte della spiegazione degli stregoni" disse don Juan. "La notte scorsa Genaro ed io vi abbiamo mostrato gli ultimi due punti che formano la totalità dell'uomo, il nagual e il tonal. Una volta vi ho detto che quei due punti sono all'esterno dell'uomo, e tuttavia non lo sono. Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescivibile ignoto che è pieno di ordine; il nagual di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa."
"Ora bisogna che restiate qui seduto, nel luogo preferito di Genaro, fino al crepuscolo; nel frattempo dovrete collocare la spiegazione degli stregoni al suo posto. Qui, ora, solo la forza della vostra vita lega insieme quel grappolo di sensazioni."
Don Juan si alzò.
"Il compito di domani sarà per voi immergervi da solo nell'ignoto, mentre Genaro ed io staremo a guardare senza intervenire", disse. "Sedete qui e interrompete il dialogo interno. Potete raccogliere il potere necessario per spiegare le ali della vostra percezione e volare verso quell'infinito."
Il passo seguente per Castaneda sarà infatti quello di buttarsi giù da una mesa, e per sopravvivere raccogliere la sua seconda attenzione ed entrare nell'ignoto del nagual.

mercoledì 20 febbraio 2013

induzione del Tao

the Division Bell, cover, Storm Thorgerson
L'induzione di uno stato discreto alterato di coscienza (d-ASC) a partire dallo stato base di coscienza b-SoC è un procedimento non banale, anche se in molti casi del tutto naturale, ad esempio per il passaggio dallo stato di veglia al sonno. Lo stato base discreto di coscienza è stabilizzato in modi multipli e per passare ad un d-ASC è necessario l'intervento di diverse "forze" che lo distruggano e lo ristrutturino.

Induction of Altered States

We have now seen that a d-SoC is a system that is stabilized in multiple ways, so as to maintain its integrity in the face of changing environmental input and changing actions taken in response to the environment. Suppose that the coping function of the particular d-SoC is not appropriate for the existing environmental situation, or that the environment is safe and stable and no particular d-SoC is needed to cope with it, and you want to transit to a d-ASC: what do you do? This chapter examines that process of inducing a d-ASC in general from the systems approach, and then considers its application to three transitions from ordinary consciousness: to sleep, to hypnosis, and to meditative states.

Inducing a d-ASC: General Principles

The staring point is the baseline state of consciousness (b-SoC), usually the ordinary d-SoC. The b-SoC is an active, stable, overall patterning of psychological functions which, via multiple stabilization relationships (loading, positive and negative feedback, and limiting) among its constituent parts, maintains it identity in spite of environmental changes. I emphasize multiple stabilization, for as in any well-engineered complex system, there are many processes maintaining a state of consciousness: it would be too vulnerable to unadaptive disruption if there were only a few. Inducing the transition to a d-ASC is a three-step process, based on two psychological (and/or physiological) operations. The process is what happens internally; the operations are the particular things you do to yourself, or someone does to you, to make the induction process happen. In the following pages the steps of the process are described sequentially and the operations are described sequentially, but note that the same action may function as both kinds of induction operation simultaneously.

Induction Operations: Disruption and Patterning

The first induction operation is to disrupt the stabilization of your b-SoC, to interfere with the loading, positive and negative feedback, and limiting processes/structures that keep your psychological structures operating within their ordinary range. Several stabilization processes must be disrupted. If, for example, someone were to clap his hands loudly right now, while you are reading, you would be somewhat startled. Your level of activation would be increased; you might even jump. I doubt, however, that you would enter a d-ASC. Throwing a totally unexpected and intense stimulus into your own mind could cause a momentary shift within the pattern of your ordinary d-SoC but not a transition to a d-ASC. If you were drowsy it might totally disrupt one or two stabilization processes for a moment, but since multiple stabilization processes are ongoing on, this would not be sufficient to alter your state of consciousness.So the first operation in inducing a d-ASC is to disrupt enough stabilization process to a great enough extent that the baseline pattern of consciousness cannot maintain its integrity. If only some of the stabilization processes are disrupted, the remaining undisrupted ones may be sufficient to hold the system together; thus, an induction procedure can be carried out without actually inducing a d-ASC. Unfortunately, some investigators have equated the procedure of induction with the presence of a d-ASC, a methodological fallacy. Stabilization processes can be disrupted directly when they can be identified, or indirectly by pushing some psychological functions to and beyond their limits of functioning. Particular subsystems, for example, can be disrupted by overloading them with stimuli, depriving them of stimuli, or giving them anomalous stimuli that cannot processed in habitual ways. The functioning of a subsystem can be disrupted by withdrawing attention/awareness energy or other psychological energy from it, a gentle kind of disruption. If the operation of one subsystem is disrupted, it may alter the operation of a second subsystem via feedback paths, etc. Drugs can disrupt the functioning of the b-SoC, as can any intense physiological procedure, such as exhaustion or exercise. The second induction operation is to apply patterning forces, stimuli that then push disrupted psychological functioning toward the new pattern of the desired d-ASC. These patterning stimuli may also serve to disrupt the ordinary functioning of the b-SoC insofar as they are incongruent with the functioning of the b-SoC. Thus the same stimuli may serve as both disruptive and patterning forces. For example, viewing a diagram that makes little sense in the baseline state can be a mild disrupting force. But the same diagram, viewed in the altered state, may make sense or be esthetically pleasing and thus may become a mandala for meditation, a patterning force.

Steps in the Induction Process

Figure 7-1 sketches the steps of the induction process. The b-SoC is represented as blocks of various shapes and sizes (representing particular psychological structures) forming a system/construction (the state of consciousness) in a gravitational field (the environment). At the extreme left, a number of psychological structures are assembled into a stable construction, the b-SoC. The detached figures below the base of the construction represent psychological potentials not available in the b-SoC.
Disrupting (and patterning) forces, represented by the arrows, are applied to begin induction. The second figure from the left depicts this beginning and represents change within the b-SoC. The disruptive (and patterning) forces are being applied, and while the overall construction remains the same, some the relationships within it have changed. System change has about reached its limit: at the right and left ends of the construction, for example, things are close to falling apart. Particular psychological structures/subsystems have varied as far as they can while still maintaining the overall pattern of the system.
Also shown is the changing relationship of some of the latent potentials outside consciousness, changes we must postulate from this systems approach and our knowledge of the dynamic unconscious, but about which we have little empirical data.
If the disrupting forces are successful in finally breaking down the organization of the b-SoC, the second step of the induction process occurs, the construction/state of consciousness comes apart, and a transitional period occurs. In Figure 7-1 this is depicted as the scattering of parts of the construction, without clear-cut relationships to one another or perhaps with momentary dissociated relationships as with the small square, the circle, and the hexagon on the left side of the transition diagram. The disrupting forces are now represented by the light arrow, as they are not as important now that the disruption has actually occurred; the now more important patterning forces are represented by the heavy arrows. The patterning stimuli/forces must now push the isolated psychological structures into a new construction, the third and final step of the processes in which a new, self-stabilized structure, the d-ASC, forms. Some of the psychological structures/functions present in the b-SoC, such as those represented by the squares, trapezoids, circles, and small hexagon, may not be available in this new state of consciousness; other psychological functions not available in the b-SoC have now become available. Some functions available in the b-SoC may be available at the same or at an altered level of functioning in the d-ASC. There is a change in both the selection of human potentials used and the manner in which they are constructed into a working system.
Figure 7-1 also indicates that the patterning and disrupting forces may have to continue to be present, perhaps in attenuated form, in order for this new state to be stable. The d-ASC may not have enough internal stabilization at first to hold up against internal or environmental change, and artificial props may be needed. For example, a person may at first have to be hypnotized in a very quiet, supportive environment in order to make the transition into hypnosis, but after he has been hypnotized a few times, the d-ASC is stable enough so that he can remain hypnotized under noisy, chaotic conditions.
In following this example you probably thought of going from your ordinary state to some more exotic d-ASC, but this theoretical sequence applies for transition from any d-SoC to any other d-SoC. Indeed, this is also the deinduction process, the process of going from a d-ASC back to the b-SoC. Disrupting forces are applied to destabilize the altered state, and patterning forces to reinstate the baseline state; a transitional period ensues, and the baseline state re-forms. Since it is generally much easier to get back into our ordinary state, we usually pay little attention to the deinduction process, although it is just as complex in principle as the induction process.
It may be that some d-SoCs cannot be reached directly from another particular d-SoC; some intermediary d-SoC has to be traversed. The process is like crossing a stream that is too wide to leap over directly: you have to leap onto one or more stepping stones in sequence to get to the other side. Each stepping stone is a stable place in itself, but they are transitional with respect to the beginning and end points of the process. Some of the jhana states of Buddhist meditation may be of this nature. This kind of stable transitional state should not be confused with the inherently unstable transitional periods discussed above, and we should be careful in our use of the words state and period.

martedì 19 febbraio 2013

il tocco imperiale del Tao


Vladimir Ashkenazy, third movement "Rondo"
Beethoven´s Piano Concerto No. 5 "Emperor".
London´s Royal Festival Hall 1974.
London Philharmonic Orchestra conducted by Bernard Haitink.