martedì 27 settembre 2011

MeTA(O)logo: e allora? questo Tao?

"O, reason not the need: our basest beggars Are in the poorest things superfluous: Allow not nature more than nature needs, Man's life is cheap as beast's".

Oh, non calcolatemi il bisogno
I nostri mendicanti più meschini
nella cosa più povera hanno il superfluo;
negate alla natura più del suo bisogno
e la vita dell'uomo è vile quanto quella di una bestia.
Shakespeare, "King Lear", II, 4.

Figlia. E allora? Ci parli di quattro o cinque importanti presupposti e di grandi sistemi stocastici; e partendo di lì noi dovremmo immaginare come "è" il mondo? Ma...
Padre. No, no. Ti ho anche parlato dei limiti dell'immaginazione. Dovresti quindi sapere che non puoi immaginare il mondo come "è". (Perchè‚ poi sottolineare questa paroletta?). E ti ho parlato del potere di autoconvalida delle idee: ti ho detto che il mondo in parte diviene - viene ad essere - come è immaginato.
F. E questa sarebbe l'evoluzione? Questo continuo muoversi e fluire delle idee per mettere d'accordo tutte le idee? Ma non sarà mai possibile.
P. Sì, è vero. Tutto si muove e ruota intorno alle verità. “Cinque più sette continuerà a far dodici”. Nel mondo delle idee, i numeri continueranno ad essere in contrapposizione con le quantità. Probabilmente la gente continuerà a usare i "numerali" come nomi sia per le quantità sia per i numeri. E continuerà a lasciarsi fuorviare dalle proprie cattive abitudini, e così via. Però, sì, la tua immagine dell'evoluzione è esatta. E ciò che Darwin chiamava “selezione naturale” è l'affiorare della tautologia o presupposto secondo cui ciò che resta vero più a lungo resta appunto vero più a lungo di ciò che non resta vero altrettanto a lungo.
F. Sì, lo so che ti piace declamare questa frase. Ma le verità restano vere per sempre? E queste cose che tu chiami "verità" sono tutte tautologiche?
P. Piano, piano. Ci sono almeno tre domande, tutte legate fra loro. Al tempo. Primo, "no". Le nostre opinioni sulle verità possono benissimo cambiare. Secondo, se le verità che sant'Agostino chiamava verità "eterne" siano vere per sempre a prescindere dalle nostre opinioni, questo io non posso saperlo.
F. Ma puoi "sapere" se è tutto tautologico?
P. No, naturalmente. Ma una volta fatta la domanda, non posso evitare di avere un'opinione.
F. Allora, lo è?
P. Lo è che cosa? F. Tautologico?
P. E va bene. La mia opinione è che la Creatura, il mondo dei processi mentali, è sia tautologica sia ecologica. Voglio dire che è una tautologia capace di guarire lentamente da sola. Se la si lascia stare, qualunque ampia porzione di Creatura tende a stabilizzarsi verso la tautologia, cioè verso una "coerenza interna" di idee e di processi. Ma ogni tanto la coerenza si lacera, la tautologia si infrange come la superficie di uno stagno quando vi si getta un sasso. Poi, lentamente ma immediatamente, la tautologia comincia a guarire. E la guarigione può essere spietata: nel corso di questo processo possono venire sterminate intere specie.
F. Ma, papà, potresti derivare la coerenza dall'idea che essa ricomincia sempre a guarire.
P. Ecco dunque, la tautologia non è infranta, è solo spinta al livello di astrazione successivo, al successivo tipo logico. Ecco.
F. Ma quanti livelli ci sono?
P. No, questo non posso saperlo. Non posso sapere né se si tratti in ultima analisi di una tautologia né quanti livelli logici possegga. Io mi ci trovo dentro e perciò non posso conoscere i suoi limiti esterni - ammesso che ne abbia.
F. Mi pare deprimente. Ma il punto della faccenda qual è?
P. No, no: se tu fossi innamorata non faresti questa domanda.
F. Vuoi dire che è l'amore?
P. Ma no. Il mio no era un commento alla tua domanda, non una risposta. E' una domanda che va bene per un industriale occidentale e per un ingegnere. Tutto questo libro riguarda appunto l'errore insito nella tua domanda.
F. Questo nel libro non l'hai mai detto.
P. Ci sono milioni di cose che non ho mai detto. Ma risponderò alla tua domanda: possiede milioni - un numero infinito - di “punti”, come li chiami tu.
F. Ma allora è come se non ne avesse nessuno... Papà, è una sfera?
P. Ma sì, come metafora può andare. Una sfera multidimensionale, forse.
F. Mmm... una tautologia che guarisce da sola, che è anche una sfera, una sfera multidimensionale.
F. E a questo punto?
P. Ma ti ripeto che non c'è un “questo punto”. Milioni di punti o nessuno.
F. E allora perchè‚ scrivere questo libro?
P. E' diverso. Questo libro, o tu e io che parliamo, eccetera... questi sono soltanto pezzetti del più grande universo. La tautologia complessiva che guarisce da sola non ha 'punti' che tu possa contare. Ma quando la suddividi in tanti pezzetti, la cosa è diversa. Quando l'universo viene dissezionato compare il 'fine'. Quello che Paley chiamava “disegno” e Darwin chiamava “adattamento”.
F. Un prodotto della dissezione e basta? Ma a che serve la dissezione? Tutto questo libro è una dissezione. A che serve?
P. Sì, in parte è una dissezione, in parte è una sintesi. E penso che a un macroscopio abbastanza grosso nessuna idea può essere sbagliata, nessuna finalità distruttiva, nessuna dissezione fuorviante.
F. Tu hai detto che noi ci limitiamo a "creare" le parti di una totalità.
P. No, ho detto che le parti sono "utili" quando vogliamo descrivere delle totalità.
F. Allora tu vuoi descrivere delle totalità? Ma quando l'hai fatto, che cosa ci hai guadagnato?
P. E va bene, diciamo che noi viviamo, come ho detto, in una tautologia che guarisce da sola, la quale più o meno sovente viene lacerata in modo più o meno grave. Così sembra che vadano le cose nella nostra zona di spazio-tempo. Direi anche che qualche lacerazione del sistema ecologico tautologico sia addirittura - in un certo modo - positiva. Può darsi che la sua capacità di guarire da solo abbia bisogno di esercitarsi, come dice Tennyson, “affinchè‚ una sola buona consuetudine non abbia a corrompere il mondo”.
E, naturalmente, la morte ha questo lato positivo: per quanto un uomo sia buono, se resta in circolazione per troppo tempo diventa un pernicioso inconveniente. La lavagna su cui si accumulano tutte le informazioni dev'essere cancellata, e i suoi eleganti caratteri devono essere ridotti a una disordinata polvere di gesso.
F. Ma...
P. E così via. All'interno dell'ecologia più grande e più duratura ci sono sottocicli di vita e di morte. Ma che dire della morte del sistema più ampio? Della "nostra" biosfera? Forse agli occhi del cielo o di Shiva, ciò non ha importanza. Ma noi non ne conosciamo altre.
F. Ma il tuo libro ne fa parte.
P. E' naturale. Però, sì, capisco che cosa vuoi dire, e naturalmente hai ragione. Né il cervo né il leone di montagna hanno bisogno di una giustificazione per esistere, e neppure il mio libro, in quanto parte della biosfera, ha bisogno di una giustificazione. Neanche se ho torto marcio!
F. Possono aver "torto" il cervo o il leone di montagna?
P. Qualunque specie può finire in un vicolo cieco evolutivo e immagino che questa specie commetta un qualche errore, per così dire, se è complice della propria estinzione. Oggi la specie umana, come tutti sappiamo, può distruggere se stessa da un momento all'altro.
F. E allora? Perchè‚ scrivere il libro?
P. Be', in ciò vi è anche un po' di orgoglio, il desiderio che se stiamo tutti marciando imperterriti verso il mare come tanti lemming, vi sia almeno un lemming che prenda appunti e dica: “Io ve l'avevo detto”. Credere di poter arrestare la corsa verso il mare sarebbe una presunzione ancora più grande che dire: “Io ve l'avevo detto”.
F. Mi sembra che tu stia dicendo delle sciocchezze, papà. Non ti vedo come l'unico lemming intelligente che prende appunti sull'autodistruzione degli altri. Non è da te... ecco. Nessuno comprerà il libro di un lemming sardonico.
P. Già, ma... E' bello vedere che il proprio libro si vende, però è sempre una sorpresa, credo. In ogni caso non è di questo che stiamo parlando ora. (E ti sorprenderebbe sapere quanti libri di lemming sardonici in realtà si vendono molto bene).
F. E allora?
P. Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant'anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria della religione. Ma sembra che non sia così.
F. Oh, allora è "questo" l'argomento del libro?
P. Vedi, si predica la "fede" e si predica l'"abbandono". Ma io volevo la "chiarezza". Tu potresti dire che la fede e l'abbandono sono necessari per sostenere la ricerca della chiarezza, ma io ho cercato di evitare il genere di fede che porta a nascondere le lacune della chiarezza.
F. Continua.
P. Be', ci sono state delle svolte. Una fu quando capii che l'idea di magia di Frazer era alla rovescia, o al contrario. Sai, l'idea tradizionale è che la religione si sia sviluppata dalla magia, ma io penso che sia stato il contrario... che la magia sia una sorta di religione degenere.
F. Allora che cosa "non" credi?
P. Be', per esempio non credo che lo scopo originale della danza della pioggia fosse quello di 'far mandare' la pioggia. Ho il sospetto che questo sia un fraintendimento degenere di un bisogno religioso molto più profondo: affermare l'appartenenza a quella che possiamo chiamare la "tautologia ecologica", le verità eterne della vita e dell'ambiente. C'è sempre la tendenza - il bisogno, quasi - di volgarizzare la religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in 'potere'.
F. E la percezione extrasensoriale? E la materializzazione? E l'esperienza extracorporea? E lo spiritismo?
P. Tutti sintomi, tentativi sbagliati di compiere sforzi ingegnosi per sfuggire a un rozzo materialismo che sta diventando intollerabile. Il miracolo è l'idea che il materialista ha di come sfuggire al proprio materialismo.
F. Non c'è via di fuga? Non capisco.
P. Oh, sì. Ma vedi, la magia in realtà è solo una specie di pseudoscienza. E come la scienza applicata, essa propone sempre la possibilità del "controllo". Perciò non si può sfuggire a quel modo di pensare ricorrendo a sequenze che contengono quello stesso modo di pensare.
F. Come si sfugge, allora?
P. Ah, già. La risposta al rozzo materialismo non sono i miracoli, ma la bellezza... oppure, naturalmente, la bruttezza. Poche battute di una sinfonia di Beethoven, una variazione Goldberg, un organismo, un gatto o un cactus, il ventinovesimo sonetto di Shakespeare o i serpenti marini del Vecchio Marinaio. Ricordi? Egli “li benedisse, inconsapevole” e l'Albatros che aveva al collo cadde in mare.
F. Ma tu non l'hai scritto, questo libro. Ecco cosa avresti dovuto scrivere, un libro sull'Albatros e la Sinfonia.
P. Già. Ma vedi, non potevo: prima dovevo scrivere questo. Ora, dopo tutte le discussioni sulla mente e la tautologia e le differenze immanenti e così via, comincio ad essere pronto per le sinfonie e gli albatros...
F. Continua.
P. No, vedi, non è possibile rappresentare bellezza-e-bruttezza su un foglio di carta piatto. Certo, un disegno può essere bello ed essere su un foglio piatto, ma non è di questo che parlo. La domanda è: su quale superficie deve essere proiettata una "teoria" estetica? Se me lo chiedi oggi, posso tentare una risposta; ma due anni fa, quando questo libro non era stato ancora scritto, non avrei potuto.
F. Bene, e quale sarebbe la tua risposta, oggi?
P. E poi vi è la "coscienza", che in questo libro non ho nemmeno toccato - o che ho toccato solo una volta o due. La coscienza e l'estetica sono i grandi problemi non toccati.
F. Ma nelle biblioteche ci sono sale intere piene di libri su questi problemi “non toccati”.
P. No, no, ciò che non è stato toccato è la domanda: su che genere di superficie si dovranno proiettare l''estetica' e la 'coscienza'?
F. Non capisco.
P. Voglio dire qualcosa del genere: la 'coscienza' e l''estetica' (qualunque sia il significato di queste parole) o sono entrambe caratteristiche presenti in tutte le "menti" (così come sono state definite in questo libro), oppure sono emanazioni... tarde creazioni fantasiose di queste menti. In entrambi i casi, è la definizione primaria di mente che deve accogliere le teorie dell'estetica e della coscienza. E' su questa definizione primaria che dev'essere proiettato il passaggio successivo. La terminologia per trattare la bellezza-bruttezza e la terminologia per la coscienza devono essere elaborate a partire dalle idee contenute in questo libro o da idee simili (o proiettate su queste idee). Semplice, no?
F. Semplice?
P. Sì, semplice. Voglio dire: la proposizione che questo è quanto si deve fare è semplice e chiara. Non voglio dire che sarà semplice "farlo".
F. Bene. Come cominceresti?
P. "Il n'y a que le premier pas qui co–te". La difficoltà sta nel primo passo.
F. Va bene, lascia perdere. "Da dove" cominceresti?
P. Dev'esserci un motivo se a queste domande non è mai stata data risposta. Cioè, come prima indicazione per una risposta potremmo considerare proprio questo: il fatto storico che tanti uomini abbiano provato e non ci siano riusciti. La risposta dev'essere in qualche modo nascosta. Dev'essere così: il fatto stesso di porre queste domande porta l'investigatore fuori strada, su una pista falsa.
F. Ebbene?
P. Allora consideriamo le ovvietà 'da scolaretto' che ho raccolto in questo libro, per vedere se per caso è lì che si nascondono le risposte alle domande sulla coscienza o l'estetica. Sono certo che una persona o una poesia o un vaso... o un paesaggio...
F. Perchè non fai un elenco di quelli che chiami i punti 'da scolaretto'? Dopo potremmo mettere a confronto con questo elenco le idee di 'coscienza' e di 'bellezza'.
P. Ecco un elenco. In primo luogo c'erano i sei criteri di "mente":

1. Fatta di parti che non sono in sè mentali. La 'mente' è immanente in certi generi di "organizzazione" delle parti.
2. Le parti sono attivate da eventi nel tempo. Le differenze, bench‚ statiche nel mondo esterno, possono generare eventi se "tu" ti muovi rispetto ad esse.
3. Energia collaterale. Lo stimolo (in quanto differenza) non può fornire alcuna energia, ma ciò che reagisce ad esso possiede un'energia, di solito fornita dal metabolismo.
4. Poi le cause-ed-effetti si dispongono in catene circolari (o più complesse).
5. Tutti i messaggi sono codificati.
6. Da ultimo c'è il fatto più importante: i tipi logici.

Tutti questi punti sono abbastanza ben definiti e si sostengono l'un l'altro piuttosto bene. Forse l'elenco è ridondante e potrebbe essere ridotto, ma in questo momento ciò non ha importanza. Al di là di questi sei punti c'è il resto del libro, il quale riguarda diversi generi di quella che ho chiamato "doppia descrizione" e che vanno dalla visione binoculare all'effetto combinato dei 'grandi' processi stocastici e all'effetto combinato della 'calibrazione' e della 'retroazione'. Chiamiamoli anche 'rigore e immaginazione' o 'pensiero e azione'.
Ecco tutto.
F. Benissimo. E dove sistemeresti i fenomeni della bellezza, della bruttezza e della coscienza?
P. E non dimenticare il "sacro". Ecco un altro argomento che non è stato trattato nel libro.
F. Per favore, papà, smettila: come ci avviciniamo a una possibile domanda, tu subito ti scansi. C'è sempre un'altra domanda, a quanto pare. Se tu potessi rispondere a "una" domanda. Una sola.
P. No, non capisci. Che cosa dice E.E. Cummings? “Sempre la più bella risposta a chi fa la domanda più difficile”. Qualcosa del genere. Vedi, io non faccio ogni volta una domanda diversa, io rendo più ampia la stessa domanda. Il "sacro" (checchè ciò significhi) è certamente collegato (in qualche modo) al "bello" (checchè ciò significhi). E se riuscissimo a dire come sono collegati, riusciremmo forse a stabilire il significato delle parole. O forse ciò non sarebbe mai necessario. Ogni volta che aggiungiamo alla domanda un pezzo ad essa collegato otteniamo più indicazioni sul genere di risposta che dovremmo aspettarci.
F. Quindi adesso abbiamo sei pezzi della domanda?
P. Sei?
F. Sì. All'inizio di questa conversazione erano due; ora sono sei. C'è la coscienza, la bellezza e il sacro, poi c'è la relazione tra coscienza e bellezza, la relazione tra bellezza e sacro e la relazione tra sacro e coscienza. In tutto, sei.
P. No. Sette. Dimentichi il libro. I tuoi sei pezzi presi insieme costituiscono una specie di domanda triangolare, e questo triangolo dev'essere in relazione con ciò che si trova in questo libro.
F. D'accordo. Continua, per favore.
P. Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo "Là dove gli angeli temono di posare il piede", perchè‚ è lì che tutti vogliono che io mi precipiti (*). E' mostruoso... volgare, riduzionista, sacrilego... chiamalo come vuoi... arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata. E' un peccato contro tutti e tre i nostri nuovi princìpi: contro l'estetica, contro la coscienza, contro il sacro.
F. Ma dove?
P. Già, ecco. Questa domanda dimostra la stretta relazione tra coscienza, bellezza e sacro. La domanda troppo semplice e la risposta volgare vengono dalla coscienza che corre intorno come un cane con la lingua penzoloni - alla lettera il cinismo. Essere consci della natura del sacro o della natura della bellezza è la follia del riduzionismo.
F. E c'entra tutto con questo libro?
P. Sì. Proprio così. ... l'elenco dei criteri, se fosse l'unico, sarebbe grossolano: sarebbe una risposta volgare a una domanda troppo semplificata. O una risposta troppo semplificata a una domanda volgare. Ma è propriol'elaborazione della discussione sulla 'doppia descrizione', su 'struttura e processo' e sui sistemi stocastici doppi, è questa elaborazione che impedisce al libro di cadere nella volgarità. Almeno lo spero.
F. E il prossimo libro?
P. Comincerà da una mappa della regione "dove gli angeli temono di posare il piede".
F. Una mappa volgare?
P. Forse. Ma non so che cosa verrà dopo la mappa e la racchiuderà in una domanda più vasta e più difficile.

NOTA
(*) Allusione a un famoso verso di Alexander Pope: "For fools rush in where angels fear to tread ". ( “Gli stolti si precipitano là dove gli angeli temono di posare il piede”).

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