lunedì 1 ottobre 2012

è un momento delicato per il Tao


Come se avesse afferrato due libri poggiati su una credenza, le tegole si sfilarono e gli rimasero in mano. Ebbe solo il tempo di bestemmiare poi la gravità lo porto giú, e lo schiantò a terra tra un vaso di cemento e il tavolo.
Steso sul pavimento guardava il cielo a bocca aperta. Le stelle pulsavano nella volta celeste e gli sembrava di essere finito su un pianeta privo di ossigeno, perché continuava a succhiare aria senza riuscirci. Finalmente un colpo di tosse gli liberò la trachea e dalla bocca con uno spruzzo gli uscí tutta l’acqua che s’era bevuto. In cambio ricevette una boccata d’ossigeno. A braccia aperte come un Cristo in croce, la bocca spalancata e la testa poggiata sulle mattonelle ancora roventi, riprese a respirare.
Sono vivo. Poi un’onda di sofferenza gli risalí dai piedi su per le caviglie, gli attraversò i polpacci, le ginocchia, le cosce, gli rattrappí le viscere, gli strizzò il diaframma e gli esplose tra le tempie. Come la mamma premurosa copre il figlioletto dai rigori dell’inverno con una coltre, cosí la sorte bastarda coprí Fabietto Ricotti con un sudario di dolore.
Si guardò la mano destra. Ordinò alle dita di chiudersi e quelle obbedirono.
Almeno non era paralizzato, ma aveva paura a guardare in basso.
Lí, dove il dolore aveva la sua sorgente.
Tirò su la testa.
Guardò.
Svenne.
«C'era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili.
Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo.
Studiavo un po' i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare.
Aprivo una pagina a caso, trovavo l'inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l'indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di piú.
E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c'è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.
Quella era vera goduria. E spero che la stessa goduria la possa provare anche tu, caro lettore, leggendo questa raccolta di racconti che ho scritto durante gli ultimi vent'anni. C'è un po' di tutto. Non devi per forza leggerla in treno. Leggila dove ti pare e parti dall'inizio o aprendo a caso».
© Ilyes Laszlo - Fotolia

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