martedì 6 maggio 2014

dalla classificazione del Tao al processo del Tao - I

M.C. Escher, Whirlpools, 1957
wood engraving and woodcut, second state, in red, grey and black, printed from 2 blocks
DALLA CLASSIFICAZIONE AL PROCESSO.

In principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio.
Giovanni, 1, 1.

Show me.
Canzone dalla commedia musicale "My Fair Lady".


Nel capitolo 3 il lettore è stato invitato a meditare su un gruppo eterogeneo di casi illustranti la verità quasi lapalissiana che due descrizioni sono meglio di una. Questa serie di casi finiva con la mia descrizione di ciò che considero "spiegazione". Affermavo che almeno un genere di spiegazione consiste nell'integrare la descrizione di un processo o di un insieme di fenomeni con una tautologia astratta su cui sia possibile proiettare la descrizione. Possono esistere altri generi di spiegazione, oppure è possibile che ogni spiegazione, ridotta all'osso, sia qualcosa di simile alla mia definizione.
Sta di fatto che il cervello non contiene altri oggetti materiali che non siano i suoi canali e circuiti e scambi e le sue riserve metaboliche e sta di fatto che tutto questo "hardware" non ha mai accesso alle storie raccontate dalla mente. Il pensiero può riguardare porci o noci di cocco, ma nel cervello non ci sono né porci né noci di cocco; e nella mente non ci sono neuroni, ma solo "idee" di porci e di noci di cocco. Esiste quindi sempre una certa complementarità fra la mente e gli oggetti della sua attività. Il processo di codificazione o rappresentazione che sostituisce ai porci e alle noci di cocco le idee corrispondenti è già un passo, anzi un salto notevole, nella gerarchia dei tipi logici. Il nome di una cosa non è la cosa e l'idea di porco non è il porco.
Anche se pensiamo a sistemi circuitali più ampi estendentisi oltre i limiti dell'individuo, e li chiamiamo "mente", includendo nella mente l'uomo, l'ascia, l'albero che viene abbattuto e la tacca sul tronco; anche se tutto ciò viene visto come un unico sistema di circuiti che soddisfano i criteri di mente avanzati nel capitolo 4, anche in questo caso, nella mente non ci sono né l'albero, né l'uomo né l'ascia. Tutti questi 'oggetti' sono soltanto rappresentati nella mente più vasta sotto forma di immagini e di notizie su di essi. Possiamo dire che propongono se stessi, o propongono le loro caratteristiche.
Mi sembra comunque profondamente vero che in tutto il campo della nostra indagine vale qualcosa di simile alla relazione che ho suggerito fra la tautologia e le cose da spiegare. Già il primo passo, dai porci e dalle noci di cocco al mondo delle versioni codificate, immette l'individuo pensante in un universo astratto e, a mio parere, tautologico. Va benissimo definire la spiegazione come un “mettere la tautologia e la descrizione una accanto all'altra”. Ma questo è solo l'inizio della faccenda, e limiterebbe la spiegazione alla specie umana. Però, si potrebbe obiettare, i cani e i gatti accettano le cose così come sono, senza tutto questo raziocinare. E invece no: la forza del mio argomento è che il processo stesso di percezione è un atto di assegnazione a tipi logici. Ciascuna immagine è un complesso di codificazioni e proiezioni a molti livelli; e i cani e i gatti hanno certo anch'essi le loro immagini visive. Quando vi guardano, essi vedono certamente 'voi'. Il cane morsicato da una pulce ha certo l'immagine di un 'prurito' localizzato 'lì'.
Naturalmente resta ancora da applicare quest'asserzione generale al regno dell'evoluzione biologica. Prima di accingerci a questa impresa, tuttavia, è necessario soffermarci sulla relazione tra forma e processo, trattando la nozione di "forma" come l'analogo di ciò che ho chiamato "tautologia" e la nozione di "processo" come l'analogo dell'aggregato dei fenomeni da spiegare. La forma sta al processo come la tautologia sta alla descrizione.
Questa dicotomia, presente nelle nostre menti scientifiche quando 'ci affacciamo' su un mondo di fenomeni, caratterizza anche le relazioni tra i fenomeni stessi che cerchiamo di analizzare. La dicotomia esiste al di qua e al di là della barriera che c'è tra noi e gli oggetti del nostro discorso. Le cose-in-sé (le "Dinge an sich"), inaccessibili all'indagine diretta, stanno tra loro in relazioni paragonabili alle relazioni esistenti tra loro e noi. Anch'esse (persino quelle viventi) non possono avere alcuna esperienza diretta l'una dell'altra questione di grandissima importanza e primo postulato indispensabile per qualsiasi intelligenza del mondo vivente. Ciò che è essenziale è il presupposto che le idee (in un senso molto lato del termine) abbiano una loro forza e realtà. Esse sono ciò che noi possiamo conoscere, e al di fuori di esse non possiamo conoscere nulla. Le regolarità o 'leggi' che legano insieme le idee: ecco le 'verità'. Esse sono la nostra massima approssimazione alla verità ultima. Per rendere comprensibile questa tesi, descriverò in primo luogo il processo dell'analisia me compiuta su una cultura della Nuova Guinea.
Il mio lavoro sul campo fu influenzato in misura notevole dall'arrivo in Nuova Guinea di una copia del manoscritto di "Patterns of Culture" di Ruth Benedict e dalla mia collaborazione diretta con Margaret Mead e Reo Fortune. Le conclusioni teoriche che Margaret aveva tratto dal suo lavoro sul campo furono pubblicate in "Sex and Temperament in Three Primitive Societies". Il lettore che voglia approfondire la storia di queste idee teoriche può vedere il mio "Naven" e "Sex and Temperament" della Mead, oltre naturalmente all'influente lavoro della Benedict "Patterns of Culture”.

La Benedict aveva tentato di costruire una tipologia delle culture impiegando termini come "apollineo", "dionisiaco" e "paranoide". In "Sex and Temperament" e in "Naven" l'accento è spostato dalla caratterizzazione delle configurazioni culturali al tentativo di caratterizzare le persone, i membri delle culture che avevamo studiato. Tuttavia, usammo ancora termini legati a quelli usati dalla Benedict. In realtà, i suoi tipi erano stati presi dal linguaggio usato per descrivere le persone. Dedicai tutto un capitolo di "Naven" al tentativo di servirmi della vecchia classificazione di Kretschmer che aveva suddiviso le persone in temperamenti “ciclotimici” e “schizotimici”. Io usai questa tipologia come una mappa astratta sulla quale analizzare le mie descrizioni degli uomini e delle donne Iatmul.
Questa analisi, e specialmente il fatto di differenziare i tipi dei sessi (il che sarebbe stato estraneo alle idee di "Patterns of Culture"), mi allontanò dalla tipologia e mi condusse a questioni di processo. Diventò naturale considerare i dati sugli Iatmul come paradigmatici delle interazioni tra uomini e donne destinate a creare nei due sessi quella differenziazione di ethos che stava alla base della mia tipologia delle persone. Cercai di vedere come il comportamento degli uomini potesse stimolare e determinare quello delle donne e viceversa. In altre parole, passai da una classificazione o tipologia a uno studio dei processi che generavano le differenze riassunte nella tipologia.
Ma il passo successivo fu dal processo a una "tipologia del processo". Indicai i processi col termine generale di "schismogenesi" e, dopo aver dato loro un nome, passai alla loro "classificazione". Mi fu chiaro che era possibile stabilire una dicotomia fondamentale. I processi di interazione che avevano in comune la potenzialità generale di provocare la schismogenesi (dapprima, cioè, di determinare il carattere negli individui e poi di creare una tensione intollerabile) erano in realtà classificabili in due grandi generi: quelli simmetrici e quelli complementari. Applicai il termine "simmetrico" a tutte quelle forme di interazione che potevano essere descritte in termini di competizione, rivalità, emulazione reciproca e così via (cioè quelle in cui determinate azioni di A spingevano B ad azioni dello stesso genere, le quali a loro volta spingevano A a nuove azioni simili, e così via. Se A cominciava a vantarsi, questo stimolava B a vantarsi ancora di più, e viceversa).
Applicai invece il termine "complementare" alle sequenze interattive in cui le azioni di A e di B erano diverse ma si combinavano l'una con l'altra (ad esempio: autorità-sottomissione, esibizionismo-ammirazione, dipendenza-assistenza). Notai che queste coppie di relazioni potevano anch'esse risultare schismogeniche (ad esempio, la dipendenza poteva stimolare l'assistenza e viceversa).
A questo punto possedevo una classificazione o tipologia non delle persone ma dei "processi", e mi fu facile e naturale passare da questa classificazione a pormi il problema di che cosa sarebbe potuto scaturire dall'interazione fra i processi suddetti. Che cosa sarebbe accaduto se la rivalità simmetrica (che di per sé dava luogo a una schismogenesi "simmetrica" da eccessiva competizione) si fosse mescolata con la dipendenza-assistenza "complementare"?
E difatti tra i processi così definiti vi erano interazioni interessantissime. Risultò che i temi di interazione simmetrici e complementari si negano a vicenda (cioè hanno effetti opposti sulla relazione), sicché quando la schismogenesi complementare (ad esempio autorità-sottomissione) diventa troppo sgradevole, un po' di competizione allenta la tensione; viceversa, quando la competizione va troppo in là, un po' di dipendenza risulta gradita.
In seguito, sotto la voce "estremi legati" ["end-linkage"], studiai alcune delle permutazioni possibili dei temi complementari combinati. Ne venne fuori che una differenza di premesse, di coreografia, quasi, tra la cultura inglese delle classi medie e quella americana è legata al fatto che in Inghilterra l'ammirazione è una funzione eminentemente filiale (cioè è legata alla dipendenza e alla sottomissione), mentre in America è una funzione eminentemente parentale (cioè è legata all'assistenza e all'autorità).
Tutto ciò è stato esposto nei dettagli altrove. Ciò che importa osservare in questo contesto è che i miei procedimenti di indagine erano scanditi da un'alternanza tra la classificazione e la descrizione dei processi. Senza alcun disegno consapevole, ero salito su per una scala che toccava alternativamente la descrizione e il vocabolario della tipologia. Ma questa classificazione in tipi delle persone mi ricondusse allo studio dei processi attraverso i quali le persone arrivavano a essere così com'erano. Questi processi vennero quindi classificati in "tipi" di processi, e anche a questi assegnai un nome. Il passo successivo mi portò dalla classificazione in tipi dei processi allo studio delle interazioni tra i processi così classificati. Questa scala a zigzag fra la tipologia da una parte e lo studio dei processi dall'altra è illustrata nella figura:

Ora intendo dimostrare come le relazioni implicite o immanenti negli eventi della mia esperienza personale che ho appena raccontato (cioè la linea spezzata dei passaggi dalla forma al processo e di qui alla forma) offrono un paradigma suggestivo per la rappresentazione di molti fenomeni, alcuni dei quali già menzionati.
Intendo dimostrare che questo paradigma non è limitato al resoconto personale di come venne costruita una teoria particolare, ma ricorre ripetutamente ovunque vi sia, nell'organizzazione dei fenomeni, un predominio del processo mentale, così com'è definito nel capitolo 4. In altre parole, quando estrapoliamo la nozione di tipo logico dall'ambito della logica astratta, e sulle gerarchie di questo paradigma cominciamo a proiettare gli eventi biologici reali, ci troviamo subito di fronte al fatto che nel mondo dei sistemi mentali e biologici la gerarchia non è soltanto un elenco di classi, classi di classi e classi di classi di classi, ma è diventata anche una "scala a zigzag dialettica tra forma e processo".
Direi che la natura stessa della percezione segue questo paradigma; che l'apprendimento deve essere modellato secondo lo stesso genere di paradigma a zigzag; che nel mondo sociale la relazione tra amore e matrimonio o tra educazione e posizione sociale segue necessariamente un paradigma simile; che nell'evoluzione la relazione tra cambiamento somatico e cambiamento filogenetico e la relazione tra prodotto del caso e risultato della selezione hanno questa forma a zigzag. Esistono, direi, relazioni simili a un livello più astratto, tra speciazione e variazione, tra continuità e discontinuità, tra numero e quantità.
In altre parole, io ritengo che la relazione, tratteggiata in modo piuttosto ambiguo nella storia della mia analisi di una cultura della Nuova Guinea, sia in realtà una relazione che risolverà un grandissimo numero di antichi enigmi e controversie nel campo dell'etica, dell'educazione e della teoria dell'evoluzione.
Comincerò da una distinzione di cui sono debitore a Horst Mittelstaedt, il quale osservò che vi sono due "generi" di metodi di perfezionamento di un'azione adattativa. Supponiamo che l'azione sia di sparare a un uccello, e supponiamo dapprima che si debba usare una carabina. Il tiratore guarderà nel mirino e noterà un errore di mira; correggerà l'errore creandone forse un altro, che a sua volta correggerà, e così via, finché sarà soddisfatto. Allora premerà il grilletto e sparerà. Ciò che è importante è il fatto che l'azione autocorrettiva viene compiuta "all'interno" della singola azione di sparare. Per caratterizzare nel suo complesso questo genere di metodi di perfezionamento di un'azione adattativa, Mittelstaedt usa il termine "feedback" ["retroazione"].
Si consideri invece il caso di un uomo che spara a un uccello in volo con uno schioppo o che usa una pistola tenendola sotto un tavolo, sicché non può correggere la mira. In questi casi deve necessariamente accadere quanto segue: attraverso gli organi di senso viene introdotto un aggregato di informazioni; sulla base di queste informazioni si compie il calcolo; sulla base del risultato (approssimativo) di tale calcolo viene premuto il grilletto. Non vi è alcuna possibilità di correggere gli errori all'interno della singola azione. Per conseguire un qualunque miglioramento, la correzione dev'essere eseguita su un'ampia "classe" di azioni. Se si vuole diventare abili nell'arte del tiro con lo schioppo o con una pistola tenuta sotto un tavolo bisogna esercitarvisi a lungo, usando un piattello o qualche bersaglio fittizio. La lunga pratica serve a imparare a correggere l'"assetto" dei propri nervi e muscoli in modo da fornire 'automaticamente' una prestazione ottimale al momento critico. Questo genere di metodi è detto da Mittelstaedt "calibrazione". Sembra che in questi casi la “calibrazione” stia alla “retroazione” come il tipo logico superiore sta a quello inferiore. Questa relazione è indicata dal fatto che l'autocorrezione nell'uso dello schioppo è possibile solo sulla base di informazioni derivanti dalla pratica (cioè sulla base di una "classe" di azioni passate e compiute). Naturalmente è vero che anche l'abilità nell'uso della carabina può essere accresciuta con l'esercizio. Le componenti dell'azione che vengono così migliorate sono comuni all'uso sia della carabina sia dello schioppo. Con l'esercizio, il tiratore migliorerà il proprio assetto di tiro, imparerà a premere il grilletto senza alterare la mira, imparerà a sincronizzare l'istante dello sparo con l'istante dell'aggiustamento della mira, in modo da non correggere troppo, e così via. Il miglioramento di queste componenti del tiro con la carabina dipende dall'esercizio e da quella calibrazione di nervi, muscoli e respirazione che viene fornita dalle informazioni derivanti da una classe di azioni compiute.
Rispetto alla mira, tuttavia, dalla differenza tra il singolo esempio e la classe di esempi segue la differenza di tipo logico. E' anche evidente che ciò che Mittelstaedt chiama "calibrazione" è un caso particolare di ciò che io chiamo "forma" o "classificazione", e che la sua "retroazione" è paragonabile al mio "processo".
La domanda successiva concerne ovviamente la relazione tra le tre dicotomie: forma/processo, calibrazione/retroazione e tipi logici superiori/inferiori. Si tratta di sinonimi? Cercherò di dimostrare che forma/processo e calibrazione/retroazione sono effettivamente sinonimi, mentre la relazione fra tipi logici superiori e inferiori è più complessa. Da quanto detto risulta chiaro sia che la struttura può determinare il processo, sia che, per converso, il processo può determinare la struttura. Ne segue che deve esistere una relazione tra due livelli di struttura mediati da un'interposta descrizione del processo. Credo che questo sia l'analogo, nel mondo reale, del passaggio astratto che Russell compie dalla "classe" alla "classe di classi".
Consideriamo la relazione fra retroazione e calibrazione in un esempio gerarchico quale è quello della regolazione della temperatura in un'abitazione dotata di caldaia e termostato e con un abitante:

Al livello più basso c'è la temperatura. Questa temperatura effettiva agisce istante per istante (è un "processo") su un termometro (una sorta di organo di senso), che è collegato con l'intero sistema in modo tale che la temperatura, espressa dalla curvatura di una lamina bimetallica, apra o chiuda un circuito elettrico (un interruttore, un calibratore) che comanda la caldaia. Quando la temperatura sale sopra un certo livello, l'interruttore viene commutato su “SPENTO”; quando la temperatura scende sotto un certo altro livello inferiore, l'interruttore viene commutato su “ACCESO”. La temperatura della casa fluttuerà quindi intorno a un certo valore compreso fra i due punti di soglia. A questo livello il sistema è un semplice servocircuito...
Tuttavia, questo semplice circuito con retroazione è regolato da un calibratore posto nella stessa cassetta che contiene il termometro. Su questa cassetta c'è una manopola che il padrone di casa può girare per cambiare l'assetto, o regolazione, del termostato e far così fluttuare la temperatura della casa intorno a un valore diverso. Si noti che nella cassetta si trovano "due" calibratori: il regolatore dello stato ACCESO/SPENTO, e il regolatore della temperatura ALTA/BASSA, intorno alla quale funzionerà il sistema. Se la temperatura media è stata fino a quel momento di 18 gradi, il padrone di casa potrà dire: “Ho avuto un po' freddo ultimamente”. Egli giudicherà in base a un "campione" della propria esperienza e poi cambierà la regolazione, portandola a una temperatura che gli sembri più confortevole. Il valore della regolazione (cioè la calibrazione corrente della retroazione) è a sua volta regolato da una retroazione, il cui organo di senso è situato non sulla parete del soggiorno bensì nella pelle dell'uomo.
Ma la regolazione dell'uomo - detta di solito la sua "soglia" - è a sua volta stabilita da un sistema a retroazione. L'uomo può diventare capace di tollerare meglio il freddo se conduce una vita dura o viene esposto al gelo, e può diventare meno tollerante in seguito a un lungo soggiorno ai tropici. Può anche darsi che egli si dica: “Mi sto rammollendo”, e che cominci a fare dello sport all'aria aperta, il che finirà per modificare la sua calibrazione. Inoltre, l'uomo potrebbe essere spinto a sottoporsi a un addestramento particolare o a esporsi al freddo in seguito a un cambiamento di posizione sociale: potrebbe farsi monaco o entrare nell'esercito, e acquistare così una calibrazione conforme a una precisa posizione sociale.
In altre parole, le retroazioni e le calibrazioni si alternano in una successione gerarchica. Si osservi che ad ogni alternanza completa (da calibrazione a calibrazione o da retroazione a retroazione) la sfera di pertinenza che stiamo analizzando si allarga. All'estremità più semplice e più bassa della scala a zigzag, la sfera di pertinenza era una caldaia, accesa o spenta; al livello successivo, era una casa la cui temperatura fluttuava intorno a certi valori. Al livello successivo, tale temperatura poteva essere cambiata entro una sfera di pertinenza ora comprendente la casa "più" il suo abitante per un intervallo di tempo molto più lungo, durante il quale l'uomo compiva varie attività esterne.
A ciascuno zig-zag della scala la sfera di pertinenza aumenta. In altre parole, vi è un cambiamento di tipo logico dell'informazione raccolta a ciascun livello dall'organo di senso.
Consideriamo un altro esempio: un tale viaggia in automobile a 100 chilometri all'ora e mette così in allarme l'organo di senso (per esempio il radar) di un agente della stradale. La regolazione o soglia dell'agente gli impone di reagire a qualunque differenza che superi i 15 chilometri all'ora sopra o sotto il limite di velocità.
La soglia dell'agente è stata stabilita dal capo del comando di polizia locale, che ha agito in modo autocorrettivo tenendo conto degli ordini (cioè della calibrazione) ricevuti dalla capitale dello Stato. La capitale dello Stato ha agito in modo autocorrettivo, poiché‚ i legislatori hanno tenuto conto dei loro elettori. Gli elettori, a loro volta, avevano fissato una calibrazione all'interno del potere legislativo a favore della linea politica democratica o di quella repubblicana. Notiamo anche qui una scala alternata di calibrazioni e retroazioni che sale verso sfere di pertinenza sempre più ampie e verso informazioni sempre più astratte e decisioni sempre più vaste.
Si osservi che all'interno del sistema di polizia e di applicazione delle leggi, anzi, in tutte le gerarchie, è assolutamente sconsigliabile che vi siano contatti diretti tra livelli non consecutivi. Per il complesso dell'organizzazione non è bene che esista un canale di comunicazione tra il guidatore dell'automobile e il capo della polizia statale. Questa comunicazione nuoce al morale delle forze di polizia. E neppure è bene che il poliziotto abbia accesso diretto al potere legislativo, poichè‚ ciò danneggerebbe l'autorità del capo della polizia. Analogamente, è altrettanto sconsigliabile scendere di due o più gradini nella gerarchia. Il poliziotto non deve esercitare un controllo diretto sull'acceleratore o sul sistema frenante dell'automobile.
L'effetto di un tale salto di livelli, verso l'alto o verso il basso, è che le informazioni che costituiscono una base di decisione adeguata a un livello saranno invece usate come base per prendere decisioni a qualche altro livello, una comune confusione di tipi logici.
Nei sistemi legali e amministrativi questo salto di livelli logici si chiama legislazione "ex post facto". In una situazione familiare errori analoghi si chiamano "doppi vincoli". In genetica, la barriera di Weissmann, che impedisce l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, sembra evitare disastri di questa natura. Permettere un'influenza diretta dello stato somatico sulla struttura genetica potrebbe distruggere la gerarchia dell'organizzazione interna della creatura.

Tao miracoloso per due piani e percussioni

Farkasreti Cemetery, Budapest, Budapest Capital District, Hungary


lunedì 5 maggio 2014

compassione del Tao

La ricerca del Sé e della Coscienza nella prospettiva enazionista, considerando mondi di coscienza ed esperienza senza fondamento analizzato secondo la tradizione del Buddhismo Abhidharma, implica diverse considerazioni etiche, tra le quali la principale è la compassione (con - passione) che nella tradizione Buddhista è, insieme alla saggezza (prajñā), una delle due basi di fondamento:

WORLDS WITHOUT GROUND

Laying Down a Path in Walking

Ethics and Human Transformation

Compassion: Worlds without Ground

If planetary thinking requires that we embody the realization of groundlessness in a scientific culture, planetary building requires the embodiment of concern for the other with whom we enact a world. The tradition of mindfulness/awareness offers a path by which this may actually be brought about.
The mindfulness/awareness student first begins to see in a precise fashion what the mind is doing, its restless, perpetual grasping, moment to moment. This enables the student to cut some of the automaticity of his habitual patterns, which leads to further mindfulness, and he begins to realize that there is no self in any of his actual experience. This can be disturbing and offers the temptation to swing to the other extreme, producing moments of loss of heart. The philosophical flight into nihilism that we saw earlier in this chapter mirrors a psychological process: the reflex to grasp is so strong and deep seated that we reify the absence of a solid foundation into a solid absence or abyss.
As the student goes on, however, and his mind relaxes further into awareness, a sense of warmth and inclusiveness dawns. The street fighter mentality of watchful self-interest can be let go somewhat to be replaced by interest in others. We are already other-directed even at our most negative, and we already feel warmth toward some people, such as family and friends. The conscious realization of the sense of relatedness and the development of a more impartial sense of warmth are encouraged in the mindfulness/awareness tradition by various contemplative practices such as the generation of loving-kindness. It is said that the full realization of groundlessness (sunyata) cannot occur if there is no warmth.
For this reason, in the Mahayana tradition, which we have so far presented as being centrally concerned with groundlessness as sunyata, there is an equally central and complementary concern with groundlessness as compassion.ll In fact, most of the traditional Mahayana presentations do not begin with groundlessness but rather with the cultivation of compassion for all sentient beings. Nagarjuna, for example, states in one of his works that the Mahayana teaching has "an essence of emptiness and compassion." This statement is sometimes paraphrased by saying that emptiness (sunyata) is full of compassion (karuna).
Thus sunyata, the loss of a fixed reference point or ground in either self, other, or a relationship between them, is said to be inseparable from compassion like the two sides of a coin or the two wings of a bird. Our natural impulse, in this view, is one of compassion, but it has been obscured by habits of ego-clinging like the sun obscured by a passing cloud.
This is by no means the end of the path, however. For some traditions, there is a further step to be made in understanding beyond the sunyata of codependent origination-that is, the sunyata of naturalness. Up to now, we have been talking about the contents of realization in primarily negative terms: no-self, egolessness, no world, nonduality, emptiness, groundlessness. In actual fact, the majority of the world's Buddhists do not speak of their deepest concerns in negative terms; these negatives are preliminaries-necessary to remove habitual patterns of grasping, unsurpassably important and precious, but nonetheless preliminaries-that are pointing toward the realization of a positively conceived state. The Western world-for example, Christianity-although pleased to engage in dialogue with the negating aspects of Buddhism (perhaps as a way of speaking to the nihilism in our own tradition), steadfastly (at times even self-consciously) tends to ignore the Buddhist positive.
To be sure, the Buddhist positive is threatening. It is no ground whatsoever; it cannot be grasped as ground, reference point, or nest for a sense of ego. It does not exist-nor does it not exist. It cannot be an object of mind or of the conceptualizing process; it cannot be seen, heard, or thought-thus the many traditional images for it: the sight of a blind man, a flower blooming in the sky. When the conceptual mind tries to grasp it, it finds nothing, and so it experiences it as emptiness. It can be known (and can only be known) directly. It is called Buddha nature, no mind, primordial mind, absolute bodhicitta, wisdom mind, warrior's mind, all goodness, great perfection, that which cannot be fabricated by mind, naturalness. It is not a hair's breadth different from the ordinary world; it is that very same ordinary, conditional, impermanent, painful, groundless world experienced (known) as the unconditional, supreme state. And the natural manifestation, the embodiment, of this state is compassion-unconditional, fearless, ruthless, spontaneous compassion.

"When the reasoning mind no longer clings and grasps, ... one awakens into the wisdom with which one was born, and compassionate energy arises without pretense."
Chögyam Trungpa Rinpoche
What do we mean by unconditional compassion? We need to backtrack and consider the development of compassion from the more mundane point of view of the student. The possibility for compassionate concern for others, which is present in all humans, is usually mixed with the sense of ego and so becomes confused with the need to satisfy one's own cravings for recognition and self-evaluation. The spontaneous compassion that arises when one is not caught in the habitual patterns-when one is not performing volitional actions out of karmic cause and effect-is not done with a sense of need for feedback from its recipient. It is the anxiety about feedback-the response of the other-that causes us tension and inhibition in our action. When action is done without the business-deal mentality, there can be relaxation. This is called supreme (or transcendental) generosity.
If this seems abstract, the reader might try a brief exercise. We usually read books like this with some heavy-handed sense of purpose. Imagine for a moment that you are reading this solely in order to benefit others. Does that change the feeling tone of the task?
When discussing wisdom from the point of view of compassion, the Sanskrit term often used is bodhicitta, which has been variously translated as "enlightened mind," "the heart of the enlightened state of mind," or simply "awakened heart." Bodhicitta is said to have two aspects, one absolute and one relative. Absolute bodhicitta is the term applied to whatever state is considered ultimate or fundamental in a given Buddhist tradition-the experience of the groundlessness of sunyata or the (positively defined) sudden glimpse of the natural, awake state itself. Relative bodhicitta is that fundamental warmth toward the phenomenal world that practitioners report arises from absolute experience and that manifests itself as concern for the welfare of others beyond merely naive compassion. As opposed to the order in which we have previously described these experiences, it is said that the development of a sense of unproblematical warmth toward the world leads to the experience of the flash of absolute bodhicitta.
Buddhist practitioners obviously do not realize any of these things (even mindfulness) all at once. They report that they catch glimpses that encourage them to make further efforts. One of the most important steps consists in developing compassion toward one's own grasping fixation on ego-self. The idea behind this attitude is that confronting one's own grasping tendencies is a friendly act toward oneself. As this friendliness develops, one's awareness and concern for those around one enlarges as well. It is at this point that one can begin to envision a more open-ended and nonegocentric compassion.
Another characteristic of the spontaneous compassion that does not arise out of the volitional action of habitual patterns is that it follows no rules. It is not derived from an axiomatic ethical system nor even from pragmatic moral injunctions. It is completely responsive to the needs of the particular situation. Nagarjuna conveys this attitude of responsiveness:

Just as the grammarian makes one study grammar,
A Buddha teaches according to the tolerance of his students;
Some he urges to refrain from sins, others to do good,
Some to rely on dualism, others on non-dualism;
And to some he teaches the profound,
The terrifying, the practice of enlightenment,
Whose essence is emptiness that is compassion.
Unrealized practioners, of course, cannot dispense with rules and moral injunctions. There are many ethical rules in Buddhism whose aim is to put the body and mind into a form that imitates as nearly as possible how genuine compassion might become manifest in that situation (just as the meditative sitting posture is said to be an imitation of enlightenment).
With respect to its situational specificity and its responsiveness, this view of nonegocentric compassion might seem similar to what has been discussed in certain recent psychoanalytic writings as "ethical know-how." In the case of compassionate concern as generated in the context of mindfulness/awareness, this know-how could be said to be based in responsiveness to oneself and others as sentient beings without ego-selves who suffer because they grasp after ego-selves. And this attitude of responsiveness is in tum rooted in an ongoing concern: How can groundlessness be revealed ethically as nonegocentric compassion?
Compassionate action is also called skillful means (upaya) in Buddhism. Skillful means are inseparable from wisdom. It is interesting to consider the relationship of skillful means to ordinary skills such as learning to drive a car or learning to play the violin. Is ethical action (compassionate action) in Buddhism to be considered a skill-perhaps analogous to the Heidegger/Dreyfus account of ethical action as a non-rule-based, developed skill? As we discussed at some length with respect to meditation practice, in some ways skillful means in Buddhism could be seen as similar to our notion of a skill: the student practices ("plants good seeds")-that is, avoids harmful actions, performs beneficial ones, meditates. Unlike an ordinary skill, however, in skillful means the ultimate effect of these practices is to remove all egocentric habits so that the practitioner can realize the wisdom state, and compassionate action can arise directly and spontaneously out of wisdom. It is as if one were born already knowing how to play the violin and had to practice with great exertion only to remove the habits that prevented one from displaying that virtuosity.
It should by now be obvious that the ethics of compassion has nothing to do with satisfying some pleasure principle. From the standpoint of mindfulness/awareness, it is fundamentally impossible to satisfy desires that are born within the grasping mind. A sense of unconditional well-being arises only through letting go of the grasping mind. There is, however, no reason for ascetism. Material and social goods are to be employed however the situation warrants. (The middle way between the extremes of ascetism and indulgence is actually the historically earIiest sense in which the term middle way was employed in Buddhism.)
The results of the path of mindful, open-ended learning are profoundly transformative. Instead of being embodied (more accurately, reembodied moment after moment) out of struggle, habit, and sense of self, the goal is to become embodied out of compassion for the world. The Tibetan tradition even talks about the five aggregates being transformed into the five wisdoms. Notice that this sense of transformation does not mean going away from the world-getting out of the five aggregates. The aggregates may be the constituents on which the inaccurate sense of self and world are based, but (more properly and) they are also the basis of wisdom. The means of transforming the aggregates into wisdom is knowledge, realizing the aggregates accurately-empty of any egoistic ground whatsoever yet filled with unconditional goodness (Buddha nature, etc.), intrinsically just as they are in themselves.
How can such an attitude of all encompassing, decentered, responsive, compassionate concern be fostered and embodied in our culture? It obviously cannot be created merely through norms and rationalistic injunctions. It must be developed and embodied through a discipline that facilitates letting go of ego-centered habits and enables compassion to become spontaneous and self-sustaining. The point is not that there is no need for normative rules in the relative world---clearly such rules are a necessity in any society. It is that unless such rules are informed by the wisdom that enables them to be dissolved in the demands of responsivity to the particularity and immediacy of lived situations, the rules will become sterile, scholastic hindrances to compassionate action rather than conduits for its manifestation.
Perhaps less obvious but even more strongly enjoined by the mindfulness/awareness tradition is that meditations and practices undertaken simply as self-improvement schemes will foster only egohood. Because of the strength of egocentric habitual conditioning, there is a constant tendency, as practitioners in all contemplative traditions are aware, to try to grasp, possess, and become proud of the slightest insight, glimpse of openness, or understanding. Unless such tendencies become part of the path of letting go that leads to compassion, then insights can actually do more harm than good. Buddhist teachers have often written that it is far better to remain as an ordinary person and believe in ultimate foundations than to cling to some remembered experience of groundlessnes without manifesting compassion.
Finally, talk alone will certainly not suffice to engender spontaneous nonegocentric concern. Even more than experiences of insight, words and concepts can be easily grasped at, taken as ground, and woven into a cloak of egohood. Teachers in all contemplative traditions warn against fixated views and concepts taken as reality. Indeed, our promulgations of the concept of enactive cognitive science give us some pause. We would surely not want to trade the relative humility of objectivism for the hubris of thinking that we construct our world. Better by far a straightforward cognitivist than a bloated and solipsistic enactivist.
We simply cannot overlook the need for some form of sustained, disciplined practice. This is not something that one can make up for oneself-any more than one can make up the history of Western science for oneself. Nothing will take its place; one cannot just do one form of science rather than another and think that one is gaining wisdom or becoming ethical. Individuals must personally discover and admit their own sense of ego in order to go beyond it. Although this happens at the individual level, it has implications for science and for society.

vide cor Tao

Composed by Patrick Cassidy, based on Dante's "La Vita Nuova", specifically on the sonnet "A ciascun'alma presa", in chapter 3 of the Vita Nuova. Produced by Patrick Cassidy and Hans Zimmer; performed by Libera/Lyndhurst Orchestrathe, conducted by Gavin Greenaway. Singers Danielle de Niese and Bruno Lazzaretti.

«A ciascun'alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l'ore
del tempo che onne stella n'è lucente,
quando m'apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia ave a
madonna involta in una drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.»

mercoledì 30 aprile 2014

emergenza meta-Tao


La successiva metastruttura discussa da Tyler Volk e Jeff Bloom è l'emergenza, intesa come la proprietà caratteristica dei sistemi complessi - tipicamente quelli viventi - di produrre nuovi fenomeni non riconducibili alla somma delle proprietà dei singoli elementi:

Background

Emergence refers to beginnings and to the arising of new themes and other patterns. Patterns can emerge out of seeming chaos, from cyclical patterns of self-generation, or from breaks or branching. The notion is a sense of some property or pattern arising at a new level of complexity.
from: J. Goldstein, Emergence as a construct: history and issues, 1969

Examples

  • In science: birth, mutation, Big Bang theory, weather pattern formation, new evolutionary lineages, plant growth on bare rock, speciation, star formation, etc.
  • In architecture and design: new design property, new design leading to unanticipated effect, spatial arrangements to allow for creative gatherings, etc.
  • In the arts: novelty, new techniques & materials, representations of emergence, etc.
  • In social sciences: new trends, city formation, new organizational patterns in social groups, argument formation, etc.
  • In other senses: insight, invention, etc.
M.C. Escher, Liberation, 1955, Lithograph

Metapatterns

The Pattern Underground

große Tao


Große Fuge B-Dur Op. 133

Alban Berg Quartett

Günter Pichler - violin I
Gerhard Schulz - violin II
Thomas Kakuska - viola
Valentin Erben - cello

Recorded live at the Mozart-Saal, Konzerthaus, Wien, 11.6.1989
Zentralfriedhof, Vienna Wien Stadt,Vienna (Wien), Austria

martedì 29 aprile 2014

il Tao dei morti - quinto stadio


LIBRO II

Il Sidpa Bardo

PARTE I

Il Mondo del Dopo la Morte

Il Giudizio

(Istruzioni per l'Officiante): può anche darsi che a causa dell‟influenza del cattivo karma il riconoscimento non sia ancora avvenuto. Pertanto, chiama il defunto per nome, e digli quanto segue:
Oh, nobile essere (il suo nome), ascolta. Le sofferenze che stai provando derivano dal tuo karma; non sono dovute ad altro, solo al tuo karma. Dunque prega fervidamente la Preziosa Trinità, affinché ti protegga. Se non preghi, se non sai come meditare sul Grande simbolo o su qualche divinità protettrice, allora lo Spirito Buono, nato simultaneamente a te, verrà adesso e conterà le tue buone azioni con ciottoli bianchi, e lo Spirito Cattivo, nato simultaneamente a te, verrà e conterà le tue cattive azioni con ciottoli neri. Al che sarai molto spaventato, timoroso, terrorizzato e tremerai e ti verrà da mentire, dicendo: “Non ho mai fatto male, davvero!”
Allora il Signore della Morte dirà: “Consulterò lo Specchio del Karma.”
Così dicendo, egli guarderà nello Specchio, in cui tutte le azioni buone e cattive sono vividamente riflesse. Mentire non gioverà.
Poi, una delle Furie Carnefici del Signore della Morte metterà attorno al tuo collo una corda e ti trascinerà avanti, egli ti decapiterà, ti strapperà il cuore, ti eviscererà, succhierà il tuo cervello, suggerirà il tuo sangue, mangerà le tue carni, sgrannocchierà le tue ossa, ma tu sarai incapace di morire. Se pure ridotto a brani, il tuo corpo sopravviverà. Le continue ferite determinano in te profondi dolori e tormenti.
Anche nel momento in cui i ciottoli vengono contati, non spaventarti, non farti terrorizzare, non dire menzogne, non aver paura del Signore della Morte.
Il tuo corpo, essendo un corpo mentale, non è in grado di morire anche se viene decapitato e smembrato. In realtà, il tuo corpo è fatto di vuoto; così non c'è bisogno che tu abbia paura. I Signori della Morte sono tue proprie allucinazioni. Il corpo del desiderio è un corpo di propensioni e di vacuità. La vacuità non può ledere la vacuità. Ciò che è senza qualità non può ferire ciò che è senza qualità.
In realtà, al di là delle proprie allucinazioni, non c'è niente al di fuori di sé stessi, non ci sono Signori della Morte, né dei, né demoni, né lo Spirito della Morte con la testa di Toro. Riconosci ciò.
In questo momento, agisci in modo da riconoscere che sei nel Bardo. Medita sul Samhadhi del Grande Simbolo. Se non sai come meditare, allora analizza semplicemente con cura la vera essenza di quello che ti sta spaventando. In realtà non è fatto di qualcosa, ma è la Vacuità e cioè il Dharma-Khaia.
Questa Vacuità non è della stessa natura della vacuità del niente, ma una vacuità di fronte alla vera natura della quale tu provi timore, e davanti alla quale il tuo spirito brilla con maggior chiarezza e lucidità; questo è lo stato del mentale del Sambhoga-Khaia.
In questo stato, al cui interno tu stai esistendo, stai sperimentando, con intensità insopportabile, la vacuità e lo Splendore inseparabili. Il Vuoto per natura brillante e lo Splendore per natura vuoto, e lo Splendore inseparabile dal Vuoto – lo stato dello spirito primordiale non trasformato, cioè lo Hady-Khaia. E la potenza di questo, che brillando liberamente, si irradia dovunque.; questa è il Nirmhana-Khaia.
Oh, nobile essere, ascoltami senza distrarti. Attraverso il semplice riconoscimento dei Quattro Khaya, sei sicuro di ottenere l'Emancipazione perfetta in uno di questi. Non lasciarti distrarre. La linea di demarcazione tra i Buddha e gli esseri coscienti corre qui. Questo è un momento di grande importanza; se sei distratto adesso, ti ci vorranno innumerevoli eoni per uscire dalla Palude della Sofferenza.
C‟è un detto, la cui veridicità trova riscontro qui:
“In un momento, si è creata una differenziazione marcata; In un momento, è stata raggiunta l'Illuminazione Perfetta.”
Fino a questo momento appena passato, tutto questo Bardo ha brillato su di te ed ancora tu non lo hai riconosciuto, perché eri distratto. Di conseguenza hai sperimentato la paura ed il terrore. Se ti dovessi distrarre adesso, le corde della divina compassione degli Occhi del Compassionevole, si spezzeranno, e tu cadrai nel posto dal quale non c'è liberazione immediata. Perciò, stai attento! Anche se non hai ancora riconosciuto ciò – nonostante i confronti faccia a faccia – riconoscendolo qui otterrai la liberazione.
(Istruzioni per l'Officiante): se ti stai rivolgendo ad una persona illetterata, che non sa come meditare, dì questo:
Oh, nobile essere, se non sai in che modo meditare, opera in modo tale da ricordarti del Compassionevole, del Sangha, del Dharma, e del Buddha e prega. Accetta che tutte queste paurose e terrificanti apparizioni altro non sono che le tue divinità protettrici, o lo stesso Compassionevole. Ricorda il nome mistico che ti è stato dato nel momento della sacra iniziazione quando eri un essere umano, e il nome del tuo guru e dilli al Giusto Re dei Signori della Morte. Anche se tu cadessi in precipizi, non subiresti alcun male. Evita la paura ed il terrore.


L'Influenza Determinante del Pensiero

(Istruzioni per l'Officiante): Dite ciò, perché attraverso il confronto faccia a faccia, nonostante la precedente mancata liberazione, la liberazione può sicuramente essere conquistata qui. È comunque possibile che la liberazione non possa essere ottenuta nemmeno dopo questo confronto faccia a faccia; e poiché sono necessarie fervide e continue ripetizioni, chiamate ancora il defunto per nome, e parlate come segue:
Oh, nobile essere, le esperienze dirette sono di gioia momentanea, seguite da momentanea tristezza, di grande intensità, come il tendersi e l'allentarsi dell‟azione meccanica della catapulta. Non provare attaccamento per la gioia, né dispiacere per la tristezza.
Se sei destinato a rinascere in un piano più elevato, la visione di questo piano più elevato sorgerà su di te.
I tuoi familiari viventi possono – al fine di fare offerte a tuo beneficio – sacrificare molti animali, celebrare cerimonie religiose, e dare elemosine. Ma poiché la tua visone non è purificata, potresti essere incline ad incollerirti per le loro azioni e ciò, in questo momento determinerebbe la tua rinascita all‟Inferno: Qualunque cosa facciano coloro che hai lasciato dietro di te, comportati in modo tale che nessun pensiero di rabbia possa sorgere in te, e medita con amore su di loro.
Inoltre, anche se ti senti attaccato ai beni del mondo, lasciateli alle spalle, o, vedendo questi beni in possesso di altre persone ed essendo abituato a possederle, potresti sentirti, per debolezza, attaccato ad essi, o provare rabbia verso i tuoi successori, e ciò potrebbe condizionare il momento psicologico in modo tale che, anche se sei destinato a rinascere su di un piano più elevato e più felice, sarai obbligato a rinascere all‟Inferno, o nel mondo dei preta (spiriti infelici). D'altro canto, anche se sei attaccato ai beni terreni che ti sei lasciato alle spalle, non sei in grado di possederli, ed essi non ti sono di alcun utilità. Pertanto liberati dall'attaccamento verso di essi, gettali via per sempre, rinuncia ad essi col cuore. Non conta chi sarà a godere dei tuoi beni terreni, non avere sentimenti di avarizia, ma sii pronto a rinunciare a tutto spontaneamente. Pensa che stai affidando ogni cosa alla Preziosa Trinità ed al tuo guru, e resta distaccato, libero dalla debolezza del desiderio.
Ancora, quando, durante alcune recitazioni del Kamkanhi Mantra fatte a tuo beneficio, seguendo il rito funebre, o quando viene compiuto per te un qualche rito per alleggerire il tuo cattivo karma, che ti condurrebbe a rinascere in regioni inferiori, la vista che essi vengono condotti in modo non corretto, confuso dal sonno e dalla distrazione e senza l‟osservanza di voti e con carenza di purezza (da parte di qualche officiante), e tali cose indicano leggerezza – e tu sarai in grado di vedere tutto quanto perché sei dotato del limitato potere karmico della prescienza – potresti sentirti mancare la fede ed essere incapace di credere. Tu sei in grado di cogliere ogni paura ed ogni spavento, qualsiasi azione malvagia, condotta irreligiosa e rituali recitati in modo scorretto. Nella tua mente potresti pensare: “Ahimè! Essi mi stanno tradendo!”. Pensando così, sarai estremamente depresso, e, per il grande risentimento, ti ritroverai incredulo e privo di fede, invece che colmo d‟amore ed umile fiducia. Se questo turbasse la psicologia del momento, rinasceresti in uno degli stati di sofferenza.
Tale pensiero, non solo non sarà di alcuna utilità per te, ma ti recherà gran danno. Per quanto scorretto sia il rituale ed inappropriata la condotta dei sacerdoti che celebrano i riti funebri, pensa: “Come! I miei pensieri devono essere impuri! Come può essere che le parole del Buddha siano sbagliate? Sono come il riflesso dei difetti sul mio viso visti in uno specchio; i miei pensieri devono essere impuri! Quanto a loro (i sacerdoti), il Sangha è il loro corpo, il Dharma la loro parola e, nel loro spirito, essi sono realmente il Buddha: prendo rifugio in essi.”
Pensando così, riponi fiducia in loro e prova nei loro confronti sincero amore. Allora, qualunque cosa essi facciano per te andrà davvero a tuo vantaggio. Esercitare un simile amore è perciò molto importante; non dimenticarlo.
Ancora, anche se tu fossi destinato a rinascere in uno degli stati infelici e la luce di questo stato infelice risplendesse già su di te, se i tuoi successori ed i tuoi parenti compissero i riti religiosi bianchi, liberi da cattive azioni, e se gli abati ed i sacerdoti istruiti si votassero in corpo, parole e spirito, al compimento corretto dei riti meritorii, la gioia di sentirsi grandemente incoraggiato nel vedere loro, con la sua sola virtù, eserciterebbe un tale influsso psicologico su questo momento che, anche se ti fossi meritato una rinascita in un mondo sventurato, ciò ti porterebbe invece ad una rinascita in un piano più elevato e più felice. Non devi dunque creare pensieri empi, ma esercitare il puro affetto e l‟umile fede verso tutti con imparzialità. Ciò è molto importante. Da questo momento sii estremamente attento.
Oh, nobile essere, per riassumere: la tua attuale intelligenza nello Stato Intermedio non ha nessun oggetto stabile su cui fare affidamento; essendo di poco peso ed in continuo movimento, qualunque pensiero ti venisse ora – sia pio che empio – eserciterà un grande potere; perciò non pensare con la tua mente cose empie, ma ricordati qualche esercizio di devozione; o, se non sei abituato a nessuno di tali esercizi, con pura affezione e umile fede, prega il Compassionevole, o la tua divinità tutelare; con assoluta determinazione, innalza questa preghiera:
“Ahimè! Mentre mi aggiro solo, separato dai cari amici, io prego che, Quando il vuoto corpo riflesso delle mie stesse idee mentali sorge su di me, Possano i Buddha concedermi il potere della loro compassione, e fare sì che non ci siano paura, timore o terrore nel Bardo. Prego che, quando sopporto le sofferenze, a causa della potenza del cattivo karma, Possano le divinità protettrici scacciare i tormenti. Quando le migliaia di tuoni del Suono della Realtà rimbomberanno, Possano essere tutti il suono delle Sei Sillabe, Quando il karma mi segue, senza che ci sia alcuna protezione, Possa il Compassionevole proteggermi. Quando sopporto qui la sofferenza delle propensioni karmiche, Possa la radiosità della chiara e felice luce del Samhadhi splendere su di me.”
Una fervente preghiera in questa forma, ti sarà guida sicura; puoi essere certo che non resterai deluso. Ciò è di grande importanza; attraverso la sua recitazione, di nuovo arriva il ricordo; e riconoscimento e liberazione avvengono.


Il Sorgere delle Luci dei Sei Loka

(Istruzioni per l'Officiante): Malgrado tutto – nonostante queste istruzioni vengano ripetute spesso – se il riconoscimento è difficile, a causa dell'influenza del cattivo karma, maggior beneficio verrà dal ripetere questo altro confronto faccia a faccia parecchie volte dal principio alla fine. Una volta in più, chiamate il defunto per nome, e dite così:
Oh, nobile essere, se tu non sei stato capace di cogliere quanto sopra, d'ora in avanti il corpo della vita passata diventerà sempre più sfumato ed il corpo della vita futura diventerà sempre più definito. Rattristato da questo, “Oh, quali sofferenze dovrò sopportare? Ora andrò a cercare il corpo che dovrò avere adesso”. Pensando così, andrai di qua e di là, incessantemente e distrattamente. Allora brilleranno su di te le luci dei Sei Loka. La luce del luogo nel quale stai per nascere, per potere del karma, brillerà più distintamente.
Oh, nobile essere, ascolta. Se tu desideri conoscere quali sono queste sei luci che brillano su di te, esse sono: la luce bianco opaco del mondo dei Deva, la luce verde opaco del mondo degli Asura, la luce giallo opaco del mondo degli Uomini, la luce azzurro opaco del mondo delle Bestie, la luce rosso opaco del mondo dei Preta, e la luce grigio fumo del mondo Infernale. In questo momento, per il potere del karma, il tuo corpo diventerà del colore della luce del mondo dove stai per nascere.
Oh, nobile essere, la speciale magia di questi insegnamenti è particolarmente importante in questo momento: qualunque luce brilli su di te adesso, medita su di essa come se fosse il Compassionevole; da qualunque luogo provenga la luce pensa che esso è il Compassionevole. Questa è una magia estremamente profonda; e può evitare la rinascita. Oppure, qualunque sia la tua divinità tutelare, medita sulla sua immagine a lungo – come se fosse una immagine apparente non esistente nella realtà, come prodotta per magia. Questa è chiamata l'immagine puramente illusoria. Allora lascia che la divinità tutelare svanisca dai suoi bordi, fino a che non scompare del tutto; e poniti nello stato di Chiarità e di Vuoto – che tu non puoi concepire – e rimani in questo stato qualche tempo. Medita ancora sulla tua divinità tutelare; poi medita ancora sulla Chiara Luce: fai ciò alternativamente. Dopo, lascia che la tua mente svanisca gradualmente, iniziando dai bordi.
Ogni luogo pervaso dall'etere, è pervaso dalla coscienza; ogni luogo pervaso dalla coscienza, è pervaso dal Dharma-Khaya. Resta tranquillo nello stato non creato del Dharma-Khaya. In questo stato, la nascita è impedita e si ottiene la Perfetta Illuminazione.

dalla versione di W.Y. Evans - Wentz


il Tao dei morti - quarto stadio